30/09/2026
Siamo forse complici della nostra infelicità e della nostra malattia?
E allora, perché non muoversi nella direzione contraria?
Dai miei diari di viaggio al "contrario"...
Un giorno Caterina viene a casa mia e, letteralmente prendendomi per mano, mi porta nello studio di una psicoterapeuta.
Quando entro ho talmente tanto dolore accumulato dentro che investo la poveretta come un fiume in piena.
La vedo persino vacillare sotto l’onda di tutti quegli eventi, nella loro potenza e violenza.
Ho un’urgenza assoluta: liberarmi di tutta quella schifezza e dare a me stessa una spiegazione plausibile del perché.
Devo sapere se, in qualche anfratto a me sconosciuto del mio essere, io abbia nascosto forme di autolesionismo.
Instauro con Cinzia un rapporto molto aperto. Mi sento assolutamente libera di esprimermi, trovando in lei una donna e una professionista capace di accogliermi e contenermi allo stesso tempo.
Contestualmente inizio a fare yoga e il lavoro con il corpo diventa complementare alla comprensione di tutto quello che è accaduto.
In quegli anni di grande disagio ho sempre incontrato persone estremamente disponibili nei miei confronti, anche sconosciuti che rimanevano inteneriti dalla mia condizione e si prodigavano ad aiutarmi. Tra queste c’è Luisa, la mia insegnante di yoga.
Una donna bellissima e senza età, lunghi capelli lucidi, il viso costellato di efelidi color miele. Ha l’espressione di una bambina, semplice e misteriosa allo stesso tempo.
Con lei scopro per la prima volta il mio corpo da una prospettiva completamente diversa.
Prima l’avevo odiato, il mio corpo: troppo alto, sgraziato, goffo.
Quando poi era diventato gradevole, lo avevo usato esclusivamente come strumento di conferma, davanti allo specchio e nello sguardo degli altri, per placare il ricordo sempre pungente delle insicurezze e del disagio dell’adolescenza.
Fino ad allora il rapporto con il mio corpo era stato solo estetico o sessuale.
Praticando yoga scopro innanzitutto il respiro.
Mi accorgo che esiste, che posso entrare in contatto con lui, e scopro che ha un effetto balsamico.
È come un’immersione subacquea: c’è un mondo dentro di noi che ha la stessa profondità dei fondali oceanici,
vasto, calmo, silenzioso.
Mi muovo seguendo il respiro, con l’attenzione rivolta solo a me. Finalmente non più su un piano mentale-intellettuale, ma nella scoperta di un movimento
de-automatizzato, lento e consapevole.
Ogni volta che termino la pratica mi trovo in uno stato quasi fluttuante.
Per un breve tratto ho smesso di pensare, di cercare risposte o nuove domande.
Ho smesso di ricordare.
Esiste solo il presente: questo muscolo che si muove, questa sensazione nella gola, il volto che smetto di contrarre inutilmente.
Esiste il respiro che finalmente mi calma.
E ho così tanto bisogno di calma...