Fataverde Orto e Locanda - Agriturismo

Fataverde Orto e Locanda - Agriturismo Dall'orto alla tavola seguendo le stagioni. Comode stanze per un completo relax. Rigenerare sensi e anima a contatto con la natura. Fuoco. Acqua. Terra. Aria.
(219)

SOLO SU PRENOTAZIONE

30/03/2026

2 aprile
giovedì
18:30

 2026
07/03/2026


2026

C’è un punto della geografia italiana dove le storie hanno deciso di fare casa. Non è una capitale, non è una metropoli, non è nemmeno un luogo dove la modernità si sente a suo agio. È la Valle di Comino, una conca larga e materna tra l’Appennino e l’Abbazia di Montecassino. Se guardi dall’alto sembra una ciotola di luce: ulivi sulle colline, borghi come conchiglie di pietra e, più su, il respiro selvatico del Parco d’Abruzzo dove ancora cammina l’orso marsicano.

È lì che, quasi vent’anni fa, succede una cosa strana. Un gruppo di amici decide di fare un festival.

Non un festival letterario come gli altri. Non un palco con autori in fila come in una parata. L’idea è più f***e: far viaggiare le storie. Portarle da un paese all’altro, come una carovana invisibile. Un giorno ad Atina, il giorno dopo a Picinisco, poi San Donato, Gallinaro, Alvito, Villa Latina, Casalvieri. Ogni sera una piazza diversa, ogni notte una storia diversa.

Il nome nasce da una parola dialettale: Antrasarta.

Vuol dire all’improvviso. Una cosa che accade senza preavviso.

Il Festival delle Storie nasce così. All’inizio non c’è una struttura. Non ci sono simboli. Non ci sono carte. Ci sono solo scrittori, attori, musicisti, giornalisti che arrivano nella valle e raccontano. Alcuni sono già famosi, altri lo diventeranno. Altri ancora scompariranno troppo presto, come Amleto De Silva o Sergio Claudio Perroni, che un giorno bisognerà raccontare meglio, perché le storie che non si raccontano due volte rischiano di sparire.

I primi anni sono una specie di improvvisazione jazz. Ma a un certo punto succede qualcosa.

Il festival capisce che per raccontare il caos serve una mappa. E la mappa arriva da un oggetto antico: i tarocchi.

Nel 2013 il Festival delle Storie diventa un mazzo di carte vivente. Ogni giornata è un archetipo. Ogni paese una figura. Ogni incontro una domanda sul destino umano.
Compaiono le prime carte:

Il Narratore, che custodisce le storie.

Il Cavaliere Errante, che attraversa il mondo senza sapere dove finirà.

L’Imperatore, che interroga il potere.

Le Stelle, che promettono una via d’uscita.

L’Appeso, che rappresenta il sacrificio e la sospensione del tempo.

La Ruota, che gira e porta con sé fortuna e rovina.

L’Alchimista, il più misterioso di tutti, colui che prova a trasformare la materia della vita in senso.

In fondo è questo che fanno gli scrittori. Prendere il caos e trasformarlo in destino.

L’anno dopo le carte cambiano tono. È il tempo della crisi economica, della precarietà, dei governi fragili. Il festival non scappa dalla realtà, la attraversa. L’Imperatore capovolto diventa il simbolo del potere che non sa più governare. L’Appeso è il capitale umano sospeso tra lavoro e disillusione. L’Alchimista continua a cercare una formula impossibile: trasformare il fallimento in futuro.

Poi succede una cosa ancora più radicale. Le carte smettono di essere figure umane.
Diventano terra. Nel 2015 il festival scopre che la Valle di Comino possiede un altro mazzo di simboli: i suoi frutti. E così nascono le carte botaniche.

Il Fico fallacciano, frutto antico e generoso, diventa la carta della metamorfosi.

L’Uva maturano racconta il talento e l’ebbrezza del rischio.

La Mela selvatica è la ribellione contro le regole della città.

La Visciola è la memoria condivisa.

Il Sambuco è la pianta degli stregoni e dei visionari.

Le storie, come gli alberi, hanno radici. Ma la valle non è solo terra. È anche mito.

Così nel 2017 il festival evoca le creature del folklore appenninico. È una specie di bestiario notturno.

L’Anguana, spirito delle acque.

La Janara, strega dei boschi.

Il Babalot, mostro delle paure infantili.

Il Lupo mannaro, il lato selvaggio dell’uomo.

Il Babbaceglie, piccolo spirito del focolare.

Sono figure che vengono da una cultura contadina antica, dove il confine tra reale e immaginario è sottile come la nebbia del mattino.

Poi arriva il 2019. È una delle edizioni più armoniose. Le carte diventano animali della valle.

La Lince, lo sguardo che vede lontano.

Il Lupo, che vive nel branco.

L’Orso, solitario e potente.

L’Aquila, che guarda il mondo dall’alto.

La Volpe, maestra di astuzia.

Il Capriolo, simbolo della fuga e della grazia.

In quei giorni il festival sembra davvero un ecosistema. Le storie si muovono come creature selvatiche tra le piazze.

Poi il mondo si ferma.

Nel 2020 arriva la pandemia. Le piazze si svuotano. Le storie restano chiuse nelle case. Il festival non si fa.
La carta di quell’anno, se esistesse, sarebbe Il Silenzio.

Quando il festival torna, ha bisogno di una nuova rotta. La trova nella più antica delle narrazioni occidentali: l’Odissea.

Le carte diventano figure omeriche.

Itaca, il luogo del ritorno impossibile.

Le Sirene, i desideri che ci fanno perdere la rotta.

Argo, il cane che riconosce Ulisse anche dopo vent’anni.

Circe, che promette vite infinite.

Penelope, che tesse storie per ingannare il tempo.

Sono archetipi perfetti per un’epoca smarrita.

Poi il festival torna alla terra. I simboli diventano fiori rari e piante officinali. Non più tarocchi, non più mostri, ma fragilità botaniche.

Il Cypripedium, orchidea rarissima, parla di destino.

La Gentiana, fiore che cresce tra le rocce, è la bellezza che resiste al disprezzo.

L’Hypericum, l’erba di San Giovanni, cura le ferite invisibili.

Ogni carta è una medicina.

Infine arriva il 2025. E il festival capisce che tutte queste trasformazioni avevano un senso preciso.

Le carte diventano alchemiche.

Il Leone Verde, energia vitale della natura.

Il Mercurio, lo spirito instabile del nostro tempo.

Il Cuore Alchemico, punto di equilibrio tra caos e trasformazione.

E soprattutto l’Uroboros, il serpente che si morde la coda.

Il simbolo perfetto per un festival di storie. Perché ogni storia finisce solo per ricominciare.

Sedici anni dopo la prima improvvisazione, il Festival delle Storie è diventato qualcosa di più di un festival. È un mazzo di simboli che cambia forma ogni estate. Una mappa filosofica disegnata tra le piazze di una valle.

E forse il segreto è tutto qui. Ogni anno il festival prova a fare la stessa cosa: prendere il caos del mondo e trasformarlo in una carta. Poi girarla e vedi cosa succede

04/03/2026

Fataverde Bottega e Caffetteria Agricola a Sora (Fr)

Torna tutti i pomeriggi.
Chiuso Lunedì

28/02/2026

A cena tra elfi e fate 💚

15/01/2026

Sora (Fr)
venerdì 16 gennaio
Ore 18:00

Pranzo della domenica a Fataverde Orto e Locanda.Sole, natura e profumi dalla cucina.
11/01/2026

Pranzo della domenica a Fataverde Orto e Locanda.
Sole, natura e profumi dalla cucina.

Stasera aperti a CenaFataverde Orto e Locanda - Alvito392.9366134
05/01/2026

Stasera aperti a Cena
Fataverde Orto e Locanda - Alvito
392.9366134

27/12/2025

Grazie Tiziana Iannarelli 😍

Vi aspettiamo ancora quando vorrete, sempre a patto che con voi ci sia Apa❤️

27/12/2025

💚 Relax e coccole per i tuoi sensi

Sera. 3' giorno. Il Festival di Comino scivola via...È stato Interessante. Caotico. Complicato. Entusiasmante.Sfiancante...
08/12/2025

Sera.
3' giorno.
Il Festival di Comino scivola via...

È stato Interessante.
Caotico.
Complicato.
Entusiasmante.
Sfiancante.
Meraviglioso.

Cosa ne faremo di tutte queste sinergie?
Dipende da voi.
La mia speranza, e quella di chi ha lavorato a che questa idea diventasse realtà, è che tutto non si perda.

È che domani si inizi a lavorare insieme.
Tutti.
Finalmente.

Ce la possiamo fare.
Dobbiamo solo volerlo.
💚
Forza un po'!!!
Vostra
Fataverde






rossellavenditti
illa



03/11/2025

Il Mercato di Comunità
(fr)






Indirizzo

Via Colle San Martino
Alvito
03041

Orario di apertura

Mercoledì 20:30 - 23:59
Giovedì 20:30 - 23:59
Venerdì 20:30 - 23:59
Sabato 20:30 - 23:59
Domenica 13:00 - 17:00

Telefono

+393929366134

Sito Web

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