23/02/2023
Articolo scritto da mio padre, Francesco Ragnoni, sul suo ritorno ad Amelia quindicenne dopo la guerra, trovato tra le sue carte.
Nel settembre del 1945, dopo tre anni di lontananza dovuti alla guerra, potei finalmente far ritorno ad Amelia, alla casa dei nonni [n.d.r. Luigi e Carmela Barcherini].
Amelia, l’unico posto al mondo in cui potevo dire di avere delle radici, nella continua peregrinazione familiare per seguire la carriera del padre magistrato.
Amelia, forte come la pietra delle sue mura, così antica da essere città quando Roma non esisteva, piena di memoria nelle sue chiese e nei suoi palazzi. Così ridente sotto il cielo e così cupa sotto le nuvole, quando il verde scuro dei lecci diventa nero e le facciate grigie. Talvolta, nel trascorrere della giornata, cambia di fisionomia come una persona, così come cambia l’umore dei suoi cittadini, quando beffardi e quando pronti a commuoversi, aperti con alcuni e con altri chiusi come ricci, capaci di grandi generosità e di rifiuto totale. L’ Amerino ha lingua mordace, “l’italo aceto“ di cui parla il poeta Orazio, che esclude ogni banalità dalla conversazione, lo spirito è pronto la battuta facile. È curioso di novità, ma non le ama. Rispetta chi merita rispetto, ma non è mai ossequioso. Con chi pretende rispetto, ma non lo merita, è spietato.
Verso questo microcosmo e verso la casa dei nonni, che era un microcosmo nel microcosmo, stavo tornando nell’adolescenza avendo vivi nella mente i ricordi d’infanzia: la salita di San pellegrino nella polverosa strada bianca, Fornole, le colonne e, finalmente, tra il Salvatore e San Giovanni, la torre campanaria svettante sulle case, le mura, il verde della passeggiata.
Mi meravigliava di ricordare tutto, perfino nei dettagli: gli orticelli aggrappati alle mura e il piccolo cimitero di Fornole, il casale con la torre cilindrica dove inizia la salita che continua fino al cancello della Spreta, le cui volute barocche formano strano contrasto con la linearità del Viale e della casa; la dolce e bella vista del rio che separa Amelia dal colle di Santa Romana; e la porta, da cui la città si offre e si nega, opponendo al viandante una salita che si fa sempre più aspra, più contorta, più difficile, più enigmatica.
La sensazione nell’entrare sotto l’arco di piazza: sparita la cancellata e i reperti romani, ancor più somigliante a un utero primigenio, forse la matrice dell’intera città, che qui aveva il suo nucleo più antico, formatosi nella notte dei tempi.
La piazza, semi deserta, con la fontanella all’angolo vicino a cui le donne chiacchierano in attesa di riempire le brocche di stagno: non tutte le case hanno ancora l’acqua corrente. Nel silenzio, le voci con il caratteristico idioma che finisce la frase con una nota più alta, come un’interrogazione. Non ci sono ancora le autovetture ad invadere l’ambiente. Se non fosse per la foggia degli abiti, poco o nulla sarebbe cambiato: quelle donne dai lineamenti così spiccatamente etruschi, con i grandi occhi dal taglio segnatamente ovale, il naso dritto e un po’ carnoso in punta, sono rimaste uguali nei secoli, perfino nei gesti.
In fondo alla piazza, abitano i nonni [n.d.r. Palazzo Barcherini in via Garibaldi n. 8]. Dopo tanto tempo, mi sento a casa.