30/08/2026
28 AGOSTO 1976 - 28 AGOSTO 2026: IL VASO SI È ROTTO, UNA PAUSA PER "LA FAVORITA"
Pochi giorni fa, il 28 agosto 2026, il Ristorante La Favorita ha compiuto esattamente 50 anni dalla sua nascita.
Era il 28 agosto del 1976 quando mio padre aprì le porte di questo ristorante: un’opera iniziata circa nel 1974 con la posa della prima pietra.
Dopo un primo periodo dato in gestione esterna, nel dicembre del 1992 la mia famiglia decise di riprenderne in mano le redini. Mezzo secolo di storia di sacrifici e di passioni che oggi arrivano a un punto di svolta fondamentale: con il servizio di oggi il ristorante si prende una lunga pausa a tempo indefinito.
Voglio fare i miei ringraziamenti, e voglio farlo dividendo le cose con totale onestà e trasparenza, com'è giusto che sia:
Il grazie più grande, da parte mia e dei miei genitori che non ci sono più: Lo rivolgiamo a tutta la nostra clientela fedele. A voi che ci avete scelto per anni, che avete creduto in noi e che ci avete regalato il vostro affetto. Siete stati la nostra linfa. Chiudo con un pugno di amarezza, ma so che le persone che mi conoscono davvero sanno la mia storia e capiranno profondamente la mia scelta.
Grazie ai miei dipendenti: Un grazie sincero a tutti i collaboratori che sono passati di qui e che hanno saputo sopportarmi in tutti questi anni, tollerando i miei momenti di malcontento e le giornate storte.
Un ringraziamento speciale a Daniele: Tu meriti una menzione a parte. Sei stato fedele ai miei genitori e a me fin dal lontano agosto 2003, quando ancora studiavi all'alberghiera e avevi iniziato a ve**re qui d'estate per fare gli stage della scuola. Da quel momento non te ne sei più andato, tornando anno dopo anno e diventando una colonna necessaria e portante di questo posto. Grazie per la tua lealtà incrollabile e per aver condiviso con noi questo lunghissimo viaggio.
Il grazie a chi se n'è andato: Un ringraziamento speciale ci tengo a farlo io, personalmente, a quella clientela che ho perso per strada a causa delle modifiche e dei cambiamenti fatti al locale negli ultimi anni. Modifiche che sicuramente non sono state condivise, anche se nessuno è mai venuto a lamentarsi in faccia. Questo allontanamento è "merito" e colpa mia, di nessun altro. E voglio dirvi solo grazie, perché mi avete dato la forza, la consapevolezza e la spinta per fermarmi a riflettere. E proprio dopo aver riflettuto a fondo, ho capito che era arrivato il momento di mettere una pietra sopra a questo percorso e dire stop: ho deciso di dire basta, perché questa non era più la mia vita... e a essere del tutto sincero, non lo è mai stata.
UNA STORIA INIZIATA QUANDO AVEVO 11 ANNI
Per me la ristorazione è stata un'avventura iniziata proprio in quel dicembre del 1992 quando riprendemmo il locale: a soli 11 anni ho preso in mano il mio primo vassoio. Lavoravo già durante le scuole medie, ogni singolo fine settimana e per tutte le estati; quando avrei dovuto invece riposarmi e fare il ragazzino, io ero qui dentro a lavorare mentre i miei coetanei si godevano le vacanze estive.
Finite le medie, ho provato a iniziare la scuola alberghiera spinto semplicemente da quello che mi era stato messo davanti e dalla situazione di avere già un ristorante di famiglia, spinto dalle aspettative dei miei genitori, ma è durata solo pochi mesi: l'ho lasciata quasi subito. Studiare, per i miei genitori, avendo già un’attività, non era così fondamentale: mi ci sono ritrovato dentro, instradato fin da ragazzino a fare questo mestiere. Non mi è mai stato insegnato a “sognare in grande” chiedendomi che cosa avrei davvero voluto fare nella vita. Fin da bambino il mio sogno vero erano i motori, la meccanica e l'automobilismo: ero letteralmente innamorato dei piloti di rally, erano i miei miti. Non ero "figlio d'arte", mio padre non era un pilota di rally o di Formula 1, ma quella passione mi scorreva dentro con una forza incredibile. Guidavo la macchina già a 10 anni e a 12 gliela prendevo persino di nascosto pur di stare al volante e andarmi a fare dei giri. Ma ogni volta che si tirava fuori l'argomento motori, ogni volta che esprimevo la mia volontà e dicevo che avrei voluto studiare meccanica, mi venivano sistematicamente tarpate le ali con le solite risposte: "Ma dove vuoi andare? Qui hai un futuro, il ristorante è la tua strada". Per loro era semplicemente scontato che il mio destino fosse già scritto tra queste mura. In quel momento ho ascoltato e mi sono fidato dei consigli dei miei genitori, senza sapere che a volte anche i genitori, pur facendolo in totale buona fede, possono sbagliarsi nell'indirizzare la vita dei figli. Da quel momento in poi ho incominciato a lavorare qui dentro tutti i giorni, a tempo pieno.
È da tutto questo percorso che è nata poi, nel 2020, l'idea di scrivere un libro sulla mia vita; un progetto che sicuramente, grazie a questa nuova fase della mia esistenza, potrò completare, scrivendo finalmente gli ultimi capitoli. Se fino a prima del 1992 posso anche comprendere lo sguardo o l'invidia di chi guardava la mia infanzia dall'esterno, so per certo che dal '92 in poi sono stato spesso invidiato da tanti coetanei e anche ora in età adulta. Ma la verità è che non c'era e non c’è proprio nulla da invidiarmi, ma proprio nulla. E sono sicuro che chiunque leggerà un giorno il mio libro capirà fino in fondo quanto poco ci fosse da invidiarmi da quel momento in poi.
I miei genitori erano così assorbiti dal loro progetto da dare per scontato (in buona fede) che quel sogno appartenesse anche a me. Ho portato avanti questa attività per insegnamento, per dedizione e per profondo rispetto verso di loro. Ho cercato sempre di esaudire il loro grande desiderio: vedermi qui a continuarne l'opera. A volte ho provato anche ad andarmene, a cercare la mia strada altrove, ma sono sempre tornato indietro; erano i sensi di colpa a riportarmi qui ogni volta, quel senso di responsabilità e di legame che non mi permetteva di voltare le spalle al loro sacrificio. È successo anche nel 2018, l'ultima volta che tentai di cambiare vita: grazie a un mio grande amico ero riuscito ad entrare a lavorare al Casinò di Monte Carlo, in un ambiente dove per la prima volta mi sentivo davvero realizzato e un uomo libero. Eppure fui costretto a fare un passo indietro e a tornare, richiamato dai soliti sensi di colpa e per la lunga e difficile malattia che ha avuto poi mia madre. Con il senno di poi, anche se allora mi sembrò una rinuncia dolorosa, quel rientro si rivelò quasi un disegno del destino, dato che negli anni a seguire si aggiunse anche la malattia di mio padre e il mio posto non poteva che essere qui, al loro fianco.
I miei genitori, che sono mancati ormai da quasi due anni, prima di andarsene mi hanno dato la loro benedizione per poter fare finalmente le mie scelte. La decisione di prendermi questo spazio era già maturata dentro di me l'anno scorso, al compimento dei miei 33 anni trascorsi qui dentro. Per chi fa attenzione a certe dinamiche un po' particolari della vita, legate alla spiritualità, all'esoterismo o alla numerologia, il 33 è un “Numero Maestro”: un simbolo che segna la fine di un percorso e la chiusura di un ciclo necessario prima di potersi riaprire a un nuovo inizio.
Ma non è stato l'unico segnale. Dietro a questa scelta ci sono state diverse sincronicità e coincidenze profonde che mi hanno portato a riflettere con attenzione, fino a giungere a questa consapevole e definitiva decisione. Essendocene state tante e sempre legate alla numerologia, una delle più forti riguarda il numero 11, un numero che mi "perseguita" fin da quando sono nato. Su tutta questa storia, su questa mia scelta e decisione, l'11 ha collezionato una decina di sincronicità impressionanti. Non sto qui a spiegarle tutte nei dettagli perché il discorso diventerebbe davvero troppo lungo, ma se tra i miei amici o conoscenti ci fosse qualcuno appassionato di queste situazioni che ne volesse chiacchierare, sarei davvero molto disponibile e gliene parlerei con grande piacere.
La cosa assurda è che di un'ulteriore sincronicità me ne sono reso conto soltanto adesso, a cose fatte: proprio nella notte tra il 27 e il 28 agosto, esattamente a cavallo dei 50 anni della Favorita, c'è stata un'eclissi di luna. Per chi si intende di queste dinamiche, l'eclissi lunare simboleggia per eccellenza la fine di un ciclo e il momento di un grande passaggio. Rendersene conto proprio ora è stato l'ennesimo brivido e la conferma che questo cerchio doveva chiudersi esattamente qui.
Quindi, anche se questa decisione era già maturata dentro di me l'anno scorso, ho voluto tenere duro ancora un anno per un ultimo atto di amore e rispetto: poter arrivare al 28 agosto 2026 e permettere al Ristorante La Favorita di festeggiare i suoi 50 anni di storia. Oggi quel debito di gratitudine è saldato. Sento di aver fatto tutto il mio dovere nei loro confronti, fino all'ultimo giorno. Ora che loro non ci sono più, anche quel macigno dei sensi di colpa si è finalmente sciolto; anche se, quando ci vivi insieme per un'intera vita, un'ombra di quella sensazione resta sempre dentro di te, ma oggi posso finalmente guardare avanti a testa alta.
Come ogni cosa nella vita, niente è per sempre: come l'Alfa e l'Omega rappresentano l'inizio e la fine di ogni cosa, in questa storia mio padre è stato l'Alfa, colui che ha dato vita a questo sogno, e io sono l'Omega, l'anello che chiude il cerchio e porta a compimento un viaggio lungo mezzo secolo. E ora che questa scelta è compiuta e che ho avuto il coraggio di dire basta, sento che "tutto è giusto e perfetto".
IL BISOGNO DI FERMARSI E RITROVARE SE STESSI
Negli ultimi 7 anni, trovarmi a dover gestire e fare praticamente tutto da solo mi ha portato ad arrivare alla frutta, sia con la testa che con lo stomaco e con il fisico. Quando c'erano i miei genitori, a ti**re la carretta eravamo in tre e questo posto poggiava su tre pilastri fondamentali: la forza di mio padre, la bellezza di mia madre e la saggezza che ho cercato di metterci io. Poi mi sono ritrovato d'un colpo a dover sostenere l'intera struttura da solo: dalle problematiche dei clienti alle rotture strutturali, dalla burocrazia ai fornitori e a molto altro ancora. Una pressione immane che col tempo ti logora l'anima.
Ero arrivato al punto di vivere letteralmente imprigionato dal telefono, con oltre cinquanta sveglie al giorno per ricordarmi qualsiasi cosa, anche la più banale. Avevo la testa talmente assorbita, sovraccaricata e risucchiata dai problemi, dagli obblighi, dai puntuali imprevisti della gestione del locale che dovevo mettermi gli allarmi persino per andare a prendere i miei figli a scuola, per la paura che la mente, persa dietro all'ennesima preoccupazione dell'attività, se ne dimenticasse.
A questo si aggiungeva un continuo, ininterrotto squillare di chiamate di clienti. Essendo rimasto completamente solo a gestire tutto, non potevo permettermi di ignorarle, dovevo rispondere sempre. Il risultato era che persino a casa, quando eravamo seduti a tavola a cenare e magari si cercava di affrontare un discorso privato, di prendere decisioni importanti per i bambini o per la famiglia, non si riusciva mai a portare a termine una conversazione: c'era puntualmente una telefonata o un allarme a spezzare il momento. Ogni squillo, alla fine, rappresentava il lavoro che dava i soldi per mandare avanti proprio quella vita familiare; un sacrificio costante che purtroppo a casa non sempre (per non dire mai) è stato facile da far comprendere o accettare, trasformandosi spesso in incomprensioni o silenzi.
Persino quando ero in vacanza, la mia mente rimaneva costantemente risucchiata dal locale, e non sono mai riuscito una volta e dico mai a godermi un momento di vera e totale spensieratezza con la mia famiglia.
Oggi ho bisogno di dire stop. Ho la necessità viscerale di prendermi un lungo, lunghissimo periodo di riposo e di riflessione per riprendere in mano la mia salute, il mio tempo e la mia vita.
COSA SUCCEDE ORA?
Da questo momento in poi, la ristorazione si ferma definitivamente e l'intera struttura viene ufficialmente messa in vendita: un'attività storica, straconosciuta e totalmente avviata, pronta per essere rilevata da chi saprà dare una nuova direzione a questo luogo e valorizzare un marchio che da mezzo secolo è un punto di riferimento ad Apricale e in tutta la Vallata.
Nel frattempo, le camere della Locanda rimarranno regolarmente aperte e operative per accogliere i viaggiatori che vorranno soggiornare da noi. La gestione dell'ospitalità è oggi un meccanismo fluido, semplice e lineare: un'organizzazione scorrevole che ho studiato, progettato e creato personalmente con grande impegno, pensandola proprio perché potesse camminare da sola con le proprie gambe senza richiedere quel carico di stress mentale e di presenza fisica estenuante che la ristorazione ha preteso per anni. Aver costruito questo sistema autonomo mi permetterà di mantenere attivo il servizio per i nostri ospiti senza alcuna pressione quotidiana, consentendomi di dedicarmi finalmente a me stesso e alla mia famiglia.
Se ne va un capitolo lungo 50 anni. So bene che questo non è un “e vissero felici e contenti”, ma un vero e proprio salto nel buio. Una scelta drastica ma inevitabile: l'unica strada rimasta per non lasciarci la salute e la vita qui dentro. Oggi, a quasi 45 anni, scelgo di darmi un'altra chance, con tutto il coraggio che serve per chiudere un'epoca e ricominciare da zero verso la luce in fondo al tunnel.
A questo proposito, mi torna spesso in mente una frase tratta da quel celebre monologo del film The Big Kahuna, un'opera che invito chiunque ad andare a cercare sul web e ad ascoltare con attenzione:
"Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita. Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita. I quarantenni più interessanti che conosco, ancora non lo sanno."
Ecco, io oggi riparto esattamente da qui: con la saggezza dell'esperienza vissuta, con la forza di chi ha avuto il coraggio di dire basta e con la bellezza di non dover per forza avere già tutte le risposte, ma con la libertà di voler cercare la mia vera luce. La libertà di fare, finalmente, le mie scelte.
Grazie di cuore a chiunque abbia incrociato il proprio cammino con il nostro in mezzo secolo di storia.
Con affetto e gratitudine,
Gian Mario Anfosso