27/07/2026
C’è qualcosa che non sta funzionando nei nostri spazi pubblici.
Negli ultimi giorni Bari ci consegna immagini diverse, ma racconta la stessa storia: una studentessa aggredita al Parco Rossani, piazze trasformate in piste per scooter e monopattini, parchi ostaggio di vandalismi e comportamenti violenti.
Ogni volta il dibattito prende la stessa direzione: più telecamere, più pattuglie, più controlli.
Sia chiaro: servono. Le forze dell’ordine devono essere messe nelle condizioni di garantire la sicurezza e chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni.
Ma se una città ha bisogno di una divisa dietro ogni albero, ogni panchina e ogni piazza, significa che il problema è più profondo.
La sicurezza non nasce soltanto dalla repressione. Nasce dalla qualità della vita urbana.
Nasce da parchi curati e vissuti, da piazze che tornano a essere luoghi di incontro e non di prevaricazione, da politiche educative, culturali e sociali che ricostruiscano il senso del rispetto e della convivenza.
Amministrare una città non significa solo intervenire dopo un’aggressione. Significa costruire le condizioni perché un’aggressione diventi sempre meno probabile. È questa la sfida che Bari ha davanti.
Perché quando una ragazza ha paura di attraversare un parco pubblico, non ha perso solo lei.
Ha perso la città.