11/05/2016
L'agriturismo ed il suo contesto: cenni sulla storia degli edifici e della zona.
La storia degli edifici che ospitano l'agriturismo ha radici profonde nel tempo. Di essi è traccia già nel Catasto napoleonico, ma anche in documentazione anteriore. Una datazione non successiva agli inizi del diciottesimo secolo sarebbe suffragata dal riferimento di un estimo veneziano risalente al 1719, dalla cui descrizione traspare come l'allora mappale d'insistenza, già proprietà dell'illustre stirpe nobiliare degli Onigo, fosse costituito da "terra, con case da Coloni, e suo Cortivo et Orto...". Nel diciannovesimo secolo la proprietà risulta tra l'altro essere stata della famiglia Cavallari e, successivamente, dei conti Ninni, che la cedettero nel 1891. Il complesso edilizio denota, per le caratteristiche che vedremo, una committenza non certo puramente contadina e venne presumibilmente concepito per svolgere una funzione di rappresentanza del casato detentore, che, a quanto par di capire, vi impresse il proprio emblema facendolo affrescare sulla facciata esterna. Il complesso seguitò la propria esistenza fungendo da casa colonica, ossia sopperendo alle esigenze abitative e strumentali delle famiglie coltivatrici operanti alle dipendenze dei successivi proprietari, famiglie che continuarono ad avvicendarsi anche nei secoli susseguenti fino agli anni settanta del novecento, quando esso cessò di essere abitato. La morfologia dei fabbricati, che è stata nostra cura mantenere il più fedele possibile all'impianto originario, testimonia, pur con talune peculiarità, dei caratteri ricorrenti nell'edilizia rurale del periodo sette-ottocentesco, della quale sono riprodotti gli stilemi fondamentali. Tracce pregnanti del passato traspaiono anche dallo stemma comitale affrescato di fattura sei-settecentesca rinvenuto nel corso dei lavori di restauro, e vi traspaiono, in ultima analisi, anche ove si osservi l’odierna illeggibilità del nucleo centrale del dipinto, probabilmente contenente l'emblema distintivo della famiglia committente, la cui meticolosa abrasione forse rappresentò agli occhi dell’umile popolazione - stante in allora la rassegnata fissità delle condizioni di vita - uno dei segni più tangibili di un avvicendamento tra casati proprietari. Oltre al blasone dipinto, altri elementi e particolari costruttivi (mensole in cotto, fori di finestra centinata, lacerti in marmorino, fasce marcapiano) lasciano supporre, come peraltro avvalorato dall'intestazione risultante in atti, una committenza più colta di quella normalmente dedita alle attività agricole o più estesamente rurali. Il caseggiato è collocato in prossimità di Villa Spineda - Dal Vesco (ristrutturata verso il 1790 sotto la direzione dell'architetto Giovanni Miazzi, e, di lì a poco, internamente decorata da Bernardino Bison, pittore originario di Palmanova del Friuli), dalla quale, pur conservando sempre distinta titolarità dominicale, rimase separato addirittura di soli pochi metri fino alla parziale demolizione intervenuta negli anni settanta. Vicina al plesso è altresì villa Sugana-Olivi, odierna sede della biblioteca comunale, costruzione di probabile impianto tardo cinquecentesco e comunque esistente almeno dal 1711. A noi piacerebbe vedere inclusi i nostri fabbricati nel ridente scenario, appunto incentrato in questi due palazzi padronali abitati dai protagonisti, che contornò la tenera ed infelice storia d’amore svoltasi oltre un secolo fa tra Alvise Dal Vesco, illustre figura di combattente, medico e benefattore, e Luigia Zangrando, figlia di Domenica Olivi, la sua amata “cara Gigetta” sottrattagli dalla malattia poco più che ventenne, sfortunata giovane rampolla, sempre viva nei ricordi dell'amato, il cui padre Dionisio, nostro antenato, del casale fu proprietario all'epoca dei fatti. Altro frangente storico che accomunò le vicende dei palazzi e del casale fu rappresentato dal periodo dell'occupazione tedesca durante il secondo conflitto mondiale, quando, mentre oltre la strada villa Spineda fu eletta a comando locale delle truppe occupanti, di qua della carreggiata gli esterni del casale furono adibiti a rimessa - nascondiglio per gli autoblindo e gli altri mezzi militari. Ed invece, durante la grande guerra del 1915-18, la villa era stata sede del comando del regio esercito italiano, mentre il nostro caseggiato aveva probabilmente ospitato degli alloggiamenti per i soldati di truppa. Oltre che per il fatto di occupare una posizione per così dire baricentrica rispetto alle due prestigiose costruzioni gentilizie, delle quali, come visto, ha variamente accompagnato le sorti in diversi momenti storici, il nostro caseggiato si colloca in un contesto del tutto particolare poichè ha sempre fatto parte dell'antico borgo detto "dell'Albera”, cosiddetto, a quanto pare, in considerazione dell'antica ombreggiante presenza in esso di lussureggianti esemplari di Pioppo. Oltre che i palazzi e l'agriturismo la contrada ricomprende anche l'omonimo oratorio votivo dedicato alla Madonna delle Grazie, fatto erigere nel 1846 dal nobile Antonio Giuseppe Olivi - poi Podestà di Treviso ai tempi dei moti anti asburgici del 1848 - in ringraziamento per l'uscita indenne da un incidente occorsogli in calesse mentre percorreva la strada del Terraglio. Probabilmente il successo e l'importanza di questo particolarissimo angolo di territorio, così denso di storia, segni nobiliari e vestigia prestigiose, non dipendettero dal mero caso, perchè non era certo al caso che gli esponenti del patriziato cittadino rimettevano la scelta dei luoghi in cui edificare in campagna quelle loro mirabili dimore di industria, delizia ed ostentazione, nelle quali avrebbero trascorso i periodi di villeggiatura al fine di sovraintendere ai raccolti dei vasti possedimenti agricoli, ed avrebbero fatto sontuoso sfoggio della loro condizione altolocata accogliendo gli ospiti in ricchi ricevimenti, feste, balli e banchetti.