Terra di Zosagna Agriturismo, Breda di Piave

Terra di Zosagna Agriturismo, Breda di Piave Ospitalità per alloggio in casale caratteristico del 19°secolo nei pressi del nucleo storico del Paese. Sistemazione in appartamenti con cucina e camere

La struttura recettiva è ospitata in un casale rustico caratteristico del 18° secolo restaurato secondo criteri di fedele restituzione. Gli edifici hanno conosciuto vari momenti storici e sicuramente, come risulta dal blasone affrescato e dalle sue vicende successive, sono appartenuti a diversi casati nobiliari quali senz'altro quelli degli Onigo (gia Da Cavaso) e dei Ninni. Ne sono stati ricavati

confortevoli unità prevalentemente costituite da appartamenti con cucina. Le dotazioni comprendono, tutte le impiantistiche di base, il riscaldamento a comando autonomo, l'aria condizionata, il servizio wi.fi, l'uso dei 2 parcheggi e dell'ampio scoperto. Il casato è circondato da ampio scoperto con parco, giardino e 2 parcheggi di cui uno completamente recintato. Il plesso è localizzato nel nucleo storico del paese di Breda a ridosso di Villa Spineda - Dal Vesco, della chiesetta ottocentesca della Madonna delle Grazie e di Villa Sugana- Olivi, passata sede dell'amministrazione comunale. L'agiturismo dista 3 Km dall'autostrada, 10 Km dal centro di Treviso e dalla sua stazione ferroviaria, 13 km dall'aereoporto, 40 Km da Venezia e dalla litorale adriatica, 110 Km da Cortina d'Ampezzo.

L'agriturismo ed  il suo contesto: cenni sulla storia degli edifici e della zona.La storia degli edifici che ospitano l'...
11/05/2016

L'agriturismo ed il suo contesto: cenni sulla storia degli edifici e della zona.

La storia degli edifici che ospitano l'agriturismo ha radici profonde nel tempo. Di essi è traccia già nel Catasto napoleonico, ma anche in documentazione anteriore. Una datazione non successiva agli inizi del diciottesimo secolo sarebbe suffragata dal riferimento di un estimo veneziano risalente al 1719, dalla cui descrizione traspare come l'allora mappale d'insistenza, già proprietà dell'illustre stirpe nobiliare degli Onigo, fosse costituito da "terra, con case da Coloni, e suo Cortivo et Orto...". Nel diciannovesimo secolo la proprietà risulta tra l'altro essere stata della famiglia Cavallari e, successivamente, dei conti Ninni, che la cedettero nel 1891. Il complesso edilizio denota, per le caratteristiche che vedremo, una committenza non certo puramente contadina e venne presumibilmente concepito per svolgere una funzione di rappresentanza del casato detentore, che, a quanto par di capire, vi impresse il proprio emblema facendolo affrescare sulla facciata esterna. Il complesso seguitò la propria esistenza fungendo da casa colonica, ossia sopperendo alle esigenze abitative e strumentali delle famiglie coltivatrici operanti alle dipendenze dei successivi proprietari, famiglie che continuarono ad avvicendarsi anche nei secoli susseguenti fino agli anni settanta del novecento, quando esso cessò di essere abitato. La morfologia dei fabbricati, che è stata nostra cura mantenere il più fedele possibile all'impianto originario, testimonia, pur con talune peculiarità, dei caratteri ricorrenti nell'edilizia rurale del periodo sette-ottocentesco, della quale sono riprodotti gli stilemi fondamentali. Tracce pregnanti del passato traspaiono anche dallo stemma comitale affrescato di fattura sei-settecentesca rinvenuto nel corso dei lavori di restauro, e vi traspaiono, in ultima analisi, anche ove si osservi l’odierna illeggibilità del nucleo centrale del dipinto, probabilmente contenente l'emblema distintivo della famiglia committente, la cui meticolosa abrasione forse rappresentò agli occhi dell’umile popolazione - stante in allora la rassegnata fissità delle condizioni di vita - uno dei segni più tangibili di un avvicendamento tra casati proprietari. Oltre al blasone dipinto, altri elementi e particolari costruttivi (mensole in cotto, fori di finestra centinata, lacerti in marmorino, fasce marcapiano) lasciano supporre, come peraltro avvalorato dall'intestazione risultante in atti, una committenza più colta di quella normalmente dedita alle attività agricole o più estesamente rurali. Il caseggiato è collocato in prossimità di Villa Spineda - Dal Vesco (ristrutturata verso il 1790 sotto la direzione dell'architetto Giovanni Miazzi, e, di lì a poco, internamente decorata da Bernardino Bison, pittore originario di Palmanova del Friuli), dalla quale, pur conservando sempre distinta titolarità dominicale, rimase separato addirittura di soli pochi metri fino alla parziale demolizione intervenuta negli anni settanta. Vicina al plesso è altresì villa Sugana-Olivi, odierna sede della biblioteca comunale, costruzione di probabile impianto tardo cinquecentesco e comunque esistente almeno dal 1711. A noi piacerebbe vedere inclusi i nostri fabbricati nel ridente scenario, appunto incentrato in questi due palazzi padronali abitati dai protagonisti, che contornò la tenera ed infelice storia d’amore svoltasi oltre un secolo fa tra Alvise Dal Vesco, illustre figura di combattente, medico e benefattore, e Luigia Zangrando, figlia di Domenica Olivi, la sua amata “cara Gigetta” sottrattagli dalla malattia poco più che ventenne, sfortunata giovane rampolla, sempre viva nei ricordi dell'amato, il cui padre Dionisio, nostro antenato, del casale fu proprietario all'epoca dei fatti. Altro frangente storico che accomunò le vicende dei palazzi e del casale fu rappresentato dal periodo dell'occupazione tedesca durante il secondo conflitto mondiale, quando, mentre oltre la strada villa Spineda fu eletta a comando locale delle truppe occupanti, di qua della carreggiata gli esterni del casale furono adibiti a rimessa - nascondiglio per gli autoblindo e gli altri mezzi militari. Ed invece, durante la grande guerra del 1915-18, la villa era stata sede del comando del regio esercito italiano, mentre il nostro caseggiato aveva probabilmente ospitato degli alloggiamenti per i soldati di truppa. Oltre che per il fatto di occupare una posizione per così dire baricentrica rispetto alle due prestigiose costruzioni gentilizie, delle quali, come visto, ha variamente accompagnato le sorti in diversi momenti storici, il nostro caseggiato si colloca in un contesto del tutto particolare poichè ha sempre fatto parte dell'antico borgo detto "dell'Albera”, cosiddetto, a quanto pare, in considerazione dell'antica ombreggiante presenza in esso di lussureggianti esemplari di Pioppo. Oltre che i palazzi e l'agriturismo la contrada ricomprende anche l'omonimo oratorio votivo dedicato alla Madonna delle Grazie, fatto erigere nel 1846 dal nobile Antonio Giuseppe Olivi - poi Podestà di Treviso ai tempi dei moti anti asburgici del 1848 - in ringraziamento per l'uscita indenne da un incidente occorsogli in calesse mentre percorreva la strada del Terraglio. Probabilmente il successo e l'importanza di questo particolarissimo angolo di territorio, così denso di storia, segni nobiliari e vestigia prestigiose, non dipendettero dal mero caso, perchè non era certo al caso che gli esponenti del patriziato cittadino rimettevano la scelta dei luoghi in cui edificare in campagna quelle loro mirabili dimore di industria, delizia ed ostentazione, nelle quali avrebbero trascorso i periodi di villeggiatura al fine di sovraintendere ai raccolti dei vasti possedimenti agricoli, ed avrebbero fatto sontuoso sfoggio della loro condizione altolocata accogliendo gli ospiti in ricchi ricevimenti, feste, balli e banchetti.

L'Albera, villa Spineda in Breda ed i giardini del conte GiacomoSi è detto che villa Spineda-Dal Vesco, edificata intorn...
14/01/2016

L'Albera, villa Spineda in Breda ed i giardini del conte Giacomo

Si è detto che villa Spineda-Dal Vesco, edificata intorno alla fine del 18° secolo, è quel prezioso gioiello d'arte in cui si pregia di incentrarsi la nostra storica contrada dell'”Albera” e che la sua paternità dominicale deve ascriversi al conte Giacomo, l' ultimo Spineda in Breda. Si è detto altresì di come a questo blasonato proprietario committente, fautore del felice incontro tra i due genii complementari e sinergici dell'anziano architetto progettista e dell'estroso giovane decoratore degli interni, vada attribuito anche il merito di aver progettato egli stesso i giardini del compendio.
Forse è un po' eccessivo ritenere, come è stato ritenuto, che quelli progettati dal conte vadano ascritti al novero dei giardini che hanno avuto “il merito di rispecchiare la personalità del padrone di casa”, pur tuttavia è verosimile che essi abbiano riflettuto i gusti predominanti all'epoca della loro realizzazione, che erano quelli improntati al modello del giardino paesistico o all'inglese, ispirati dall'imitazione delle forme spontanee del paesaggio naturale assunte anche in chiave esotica od orientaleggiante. L'ipotesi trova conforto tanto nei ricordi riportati dagli studiosi successivi (vi “crescevano persino gli ananassi”), quanto, sopratutto, come vedremo, in svariate delle caratteristiche oggettive che possono essere ricostruite dai dati a disposizione.
Venendo alla situazione attuale, la prima cosa da dire di quei giardini è che purtroppo essi non esistono più, ben poco avendo con loro a che fare ciò che oggi resta degli scoperti del plesso. Poco hanno con loro a che fare il prato antistante e gli alberi isolati esistenti qua e la; poco ha a che fare la vasca circolare in cemento, collocata di fronte alla facciata principale solo nei primi anni del novecento; poco hanno a che fare le alte siepi di sempreverde, che prendono il posto di un'alta mura sagomata con movimento a serpentina definitivamente demolita intorno al 1960; poco ha a che fare l'odierno cancello in ferro battuto, che ne sostituisce un altro di struttura più complessa e pregevole. Poco vi ha presumibilmente a che fare pure la montagnola esistente in prossimità del margine meridionale del lotto, che non risulta, in quella posizione, nelle antiche planimetrie catastali e che i precedenti proprietari del complesso riferivano esser stata fare innalzare dalla famiglia Dal Vesco intorno ai tempi della prima guerra mondiale. Ed ancor meno vi hanno a che fare le coltivazioni agricole esistenti nell'area retrostante, nella quale, viceversa, doveva estendersi il nucleo principale dei parchi propriamente intesi, e lo stesso dicasi per l'ingombrate sede del Consorzio agrario, improvvidamente eretta negli anni cinquanta del secolo scorso. Nè in origine era presente il casale posizionato a nord lungo la strada comunale, tant'è che, per vedere comparire in mappa quel manufatto bisognerà attendere il cosiddetto Catasto d'impianto di oltre un secolo successivo.
Ma se è vero che gli antichi giardini sono andati in buona perduti, è altrettanto vero e comprovato che essi sono esistiti e molti indizi concorrono a dare un'idea di come possano esser stati.
La loro esistenza e la loro conformazione si evincono anzitutto dall'oggettiva rappresentazione dei Catasti preunitari. La restituzione dell'assetto originario dell'opera è verosimilmente contenuta nelle tavole del Catasto napoleonico, che, per quanto riguarda l'area interessata, sono di circa un ventennio successive all'edificazione della villa. La configurazione, e la retinatura delle particelle paiono rammostrare un'alternanza di superfici erbose e piantate di essenze arboreo-arbustive secondo forme talora ricercate ed andamenti anche particolarmente sinuosi. Sembra che i parchi veri e propri avessero trovato collocazione nelle partizioni posteriori rispetto al caseggiato, mentre frontalmente alla facciata meridionale fossero allocati un brolo e, più avanti, un broletto divisi tra di loro da un viale parallelo al fronte dei palazzi (che parrebbe corrispondere all'odierno tratto iniziale di via Parè). Si scorgono in mappa anche quelli che potrebbero esser stati dei manufatti edili minori, che probabilmente figuravano da abbellimento degli esterni, come era consueto nella pratica dei giardini paesistici. Il successivo Catasto austriaco conferma la perimetrazione di buona parte dei mappali, con l' unica evidente eccezione delle particelle corrispondenti all'area del broletto, presumibilmente già scomparso e soppiantato da campi coltivati od altre differenti destinazioni.
A riprova non solo dell'esistenza dei giardini, ma anche di quella che dev'essere stata la loro importanza nel disegno complessivo della villa sta poi il fatto che tra gli studiosi è ritenuto che il saloncino esistente al piano terra del blocco principale non sia stato tanto studiato per il ricevimento degli ospiti (funzione cui era stato sicuramente deputato il salone a doppia altezza esistente ai piani nobili), quanto invece proprio per fungere da passaggio dai parchi di tergo al brolo antistante.
Il fatto che i giardini siano esistiti trova inoltre il più attendibile dei testimoni nella poetessa arcadica Aglaia Anassilide, la quale, come a noi già noto, visse per circa un decennio presso la villa al seguito del padre, quando questi fu occupato alle dipendenze del conte giust'appunto in qualità di giardiniere. E' proprio lei a ricordarci che l'architettura degli esterni fu opera dello stesso padrone di casa e sempre a lei si deve una descrizione diretta dei luoghi, nella quale si tramanda come vi si potessero ammirare: uno “spalto erboso” di forma semicircolare, viali e recinti aventi ad ornamento “fiori, erbaggi, viti pampinose, alberi fruttiferi”, una “simmetrica fontana” (certo diversa dalla vasca di cui sopra), “ alcune belle serre per gli ananassi fiancheggiate da due pergolati di agrumi con griglie verdi disegnate, si supponeva, sul gusto chinese”. Ed ancora, nell'istromento di vendita del 1849, con il quale il complesso della villa fu ceduto dagli Spineda ad un possidente di Spresiano, vengono elencati, oltre agli edifici veri e propri ed alle consistenze fondiarie, una “torre”, una “peschiera” delle “cedrate” delle “ corti”, un “ brollo” un “giardino” del “prato”.

L' Albera, Giacomo Spineda ed il perenne benvenuto di quel nobile che preferiva la campagnaDella nostra antica contrada ...
10/09/2015

L' Albera, Giacomo Spineda ed il perenne benvenuto di quel nobile che preferiva la campagna

Della nostra antica contrada dell'"Albera" si può certo dire che, da più di due secoli almeno, essa ha la sorte di incentrarsi in un vero gioiello d'arte. E quel gioiello è Villa Spineda, edificata attorno all'anno 1790 sui disegni di Giovanni Miazzi (1698 - 1797) ed internamente decorata da Giuseppe Bernardino Bison (1762 - 1844), storico manufatto il quale viene pertanto a distinguersi per pregio tanto sotto il profilo più strettamente architettonico, quanto sotto quello pittorico - figurativo.
L'essenza dell'opera si presta ad essere rappresentata sotto diverse chiavi di lettura e tra queste chiavi vi è quella dell'incontro tra l'acquisita sobria compostezza del maturo maestro progettista, non meno che novantenne al tempo dell'esecuzione dei lavori, e la fresca ed esuberante creatività giovanile del pittore decoratore degli interni, allora poco più che trentenne.
Il fautore dell'incontro tra i due apporti, non si sa fino a che punto consapevole e lungimirante al riguardo, fu il committente proprietario, il Conte Giacomo del casato degli Spineda De Cattaneis (1753 - 1820), che decise di dar corpo all'idea, già del padre Marco Antonio, di abbellire a Breda una precedente "casa dominicale" rientrante nei possedimenti di famiglia.
Non fu, verosimilmente, quel blasonato committente - almeno allo stato delle conoscenze - un personaggio storico di rilievo, ma proprio di lui vorremmo parlare, non solo perché a lui spetta la paternità dominicale del capolavoro, non solo per la fattiva partecipazione che vedremo apportata tramite la progettazione dei giardini, ma anche e soprattutto per la permanente persistenza all'interno della sua creatura derivante dall'inclusione nel ciclo di dipinti che impreziosisce le pareti interne, inclusione attuata con risultati scenici e pittorici particolarmente felici.
All'interno di uno di quegli inserti a motivo prospettico in cui il pittore ha brillantemente reso la propria maestria scenografica, un doppio ingresso con archi binati, dipinto sulla parete principale del salone centrale a doppia altezza, in corrispondenza del ballatoio di distribuzione alle stanze, apre lo sguardo ad una breve scalinata discendente, mentre sullo sfondo si intravvede in profondità un'architettura classica sfumata dalla lontananza. Nella fantasiosa prospettiva, l'allegoria alata della Fama annuncia con suono di trombe l'ingresso del nostro conte Giacomo, raffigurato mentre ci viene incontro scendendo i gradini per fare gli onori di casa, con il tricorno in mano in segno di riguardoso ossequio e seguito in appresso da un servitore moro che regge un invitante vassoio da porgere agli ospiti. Secondo un'impeccabile gioco di corrispondenze, la scena è sapientemente posizionata in modo tale da apparire frontalmente tutto d'un tratto al visitatore che esce dallo scaloncino del ballatoio dall'altra parte del salone.
Ma veniamo ora a conoscerlo un po' meglio quel padrone di casa dall'immagine così accogliente pervenutoci immortalato in un perenne benvenuto agli ospiti. Alcuni tratti umani ci sono delineati, nelle sue memorie, dalla poetessa Aglaia Anassilide, che ebbe occasione di conoscerlo di persona per aver vissuto presso la villa al seguito del padre, per anni giardiniere addetto agli esterni del plesso.
Quanto alle note caratteriali, viene tramandato dall'artista come l'aristocratico si ponesse quale "caratterizzato misantropo, perché fuggiva la società, trovandosi, come diceva egli, assai meglio con i contadini".
Per quel che attiene invece alla cerchia degli interessi, ricorda la donna come il nobiluomo, anche per motivi di salute, passasse "quasi tutto l'anno in campagna" ed amasse" la caccia, i liquori, le opere di Voltaire e soprattutto i cavalli". Data per assodata, oltre la preferenza per la campagna, la scarsa simpatia per la società cittadina, non è dato intendere se questo sentimento fosse stato più da ascrivere a misantropia temperamentale, o più invece ad un'impostazione anticonformistica ispirata dalle letture dell' illuminista francese prediletto. E' certo invece che alla sua austera riservatezza fece da contrappunto l'indole estroversa e brillante della moglie Elisabetta Milani, borghese da lui sposata ad onta delle convenzioni, la quale seppe tener viva tutta una serie di relazioni sociali intessute anche con distinti od illustri personaggi della cultura, quale tra tanti Ugo Foscolo, invidiato ospite della villa.
Rievoca altresì, quasi con tenerezza, la rimatrice nel memoriale quei simpatici momenti di gioventù in cui conte si portava alla sua "casupola" in fondo al giardino e, seduto sull'erba, le leggeva " con molta grazia l'"Asino d'oro" di Lucio Apuleio".
La molteplicità degli interessi del padrone di casa si desume anche dal fatto che era stato egli stesso l'ideatore dei parchi del palazzo, parchi ispirati al gusto del giardino paesistico ove, come chioserà decenni più tardi un'illustre bredese, il sacerdote curiale e ricercatore storico Don Luigi Giacomo Zangrando, "crescevano persino gli ananassi".
Apprendiamo da altre fonti che il nobile trevigiano fu anche poeta di buon gusto a giudicarlo dal carme che egli indirizzò a Cristofaro del Rover in occasione delle nozze con una giovane degli Onigo.
Giacomo fu l'ultimo Spineda che finì i propri giorni da possidente in Breda, così come, prima di lui, era stato per generazioni e generazioni dei suoi avi. Non sarebbero trascorsi trent' anni dalla sua morte ed il figlio Paolo avrebbe venduto la villa e le altre proprietà immobiliari residuanti in paese, con ciò ponendo fine al plurisecolare legame della famiglia con un territorio in cui è plausibile ritenere che i lontani antenati sian stati gli stessi antichi feudatari.

Contrada dell'Albera e la Madonna delle Grazie, figure risorgimentali e la riconoscenza di un illustre nobiluomoGià si è...
04/08/2015

Contrada dell'Albera e la Madonna delle Grazie, figure risorgimentali e la riconoscenza di un illustre nobiluomo

Già si è detto che a conferire alla storica contrada dell'"Albera" - nel cui contesto si colloca pure l'agriturismo - quella sua propria spiccata peculiarietà concorre altresì la chiesetta ottocentesca della Madonna delle Grazie.
L'edificio sacro risale all'anno 1847 ed ha conosciuto anche momenti di particolare importanza, come quando nel 1875, dichiarata pericolante e successivamente sospesa la vecchia parrocchiale, vi fu temporaneamente trasferito il Santissimo Sacramento e come quando poi, nel 1886, vi fu benedetta la croce per il nuovo tempio religioso principale da poco riaperto al culto, e ciò mentre fuori imperversava il colera, di modo che la cerimonia valse come impetrazione corale della comunità sofferente ed angustiata.
Come è di solito per gli edifici votivi, la storia del manufatto si lega ed intreccia con le precedenti vicende del luogo prescelto per l'assolvimento del voto, con la vita del personaggio che promosse l'edificazione e con l'episodio miracoloso da cui il voto trasse ispirazione.
Il luogo è appunto costituito dalla nostra contrada dell'"Albera", al cui riguardo va aggiunto che l'origine del toponimo viene ricondotta all'antica ombreggiante presenza di piantate arboree, nelle quali si sarebbero specificamente ravvisati degli esemplari di pioppo. In prossimità degli odierni corpi di fabbrica dell'oratorio era precedentemente esistita una cappellina rustica dedicata, in momenti successivi, a San Osvaldo, a San Paolo ed infine a San Floriano, e presso la quale, da maggio in poi, si usavano benedire gli animali e giungevano a "dar volta" le processioni.
Il personaggio graziato promotore dell'iniziativa evoca a pieno titolo l'infelice stagione del primo risorgimento veneto, trattandosi di Giuseppe Antonio Olivi (1788-1852), Podestà di Treviso dal 1847 al 1852. Ricordato in una lapide riposta nell'androne di palazzo Sugana, il politico visse i tragici momenti del 1848 arringando la folla dal pronao del duomo, proclamando ufficialmente l'effimera liberazione dal dominio austroungarico, ma anche, quale presidente del successivo governo provvisorio, trattando la resa al nemico rientrante per evitare che la città potesse essere messa a ferro e fuoco. Fu affiancato, e forse superato, nel fervore patriottico dai figli, valorosi combattenti per l'indipendenza in vari teatri di ribellione ed attivi partecipi alla difesa della Repubblica di Venezia. Uno di loro, Antonio - cui è dedicata una via di Mestre, ove p***e la vita - cadde eroicamente combattendo alla testa dei suoi uomini nell'operazione bellica nota come la sortita da Forte Marghera, della quale gli era stato assegnato il comando.
E veniamo all'accadimento che ha occasionato la costruzione della nostra ca****la. Si tramanda che Giuseppe Antonio Olivi, uscito illeso da un incidente occorsogli mentre percorreva in calesse la strada del Terraglio tra Preganziol e San Trovaso, abbia attribuito lo scampato pericolo all'intercessione della Vergine, cui era dedicata la chiesetta (Santa Maria delle Grazie) all'altezza della quale si erano svolti i fatti. Fu così che l'aristocratico, riconoscente, maturò il proponimento di replicare la stessa dedicazione e far erigere un' altro tempietto nel paesello di Breda, dove la sua famiglia aveva una villa di residenza ed ove egli stesso già aveva arricchito il patrimonio artistico della chiesa centrale. Il terreno fu concesso dal Comune, la parrocchia vi diede il proprio contributo, mentre l'onere del mantenimento fu assunto dalla famiglia.

1917-18 il conflitto in casa: 3) gli Arditi in Breda, i Caimani del Piave e la diffidenza del parrocoDi quanto stretto e...
21/06/2015

1917-18 il conflitto in casa: 3) gli Arditi in Breda, i Caimani del Piave e la diffidenza del parroco

Di quanto stretto ed intenso sia stato il coinvolgimento delle popolazioni e delle terre di Breda nelle operazioni belliche successive alla disfatta di Caporetto si rinviene ulteriore riconferma nel fatto che all'interno del territorio della municipalità risulta esser stato dislocato un reparto operativo dell'epico corpo degli Arditi, corpo notoriamente schierato sulle posizioni più avanzate e nelle zone più calde del fronte dei combattimenti.
E' noto che gli Arditi in senso proprio (diversi cioè dai cosiddetti reggimentali) costituirono una autonoma specialità d'assalto nell'ambito dell'arma di fanteria del regio esercito italiano. Si trattò di una truppa d'"elite" formata da volontari scelti provenienti dagli altri settori della fanteria (fiamme nere), dagli Alpini (fiamme verdi) e dai Bersaglieri (fiamme rosse o cremisi), un corpo a sé stante ordinato all'applicazione di particolarissime tecniche offensive fondate sull'ardimento e sulla sorpresa, e contraddistinto da una propria uniforme, un proprio equipaggiamento (all'interno del quale primeggiavano le armi più appropriate al combattimento ravvicinato, quali il pugnale e le bombe a mano) ed un addestramento differenziato, superiore a quello impartito alle normali reclute. Gli Arditi non delusero le aspettative, non mancando di distinguersi per il valore, e vennero impiegati in brillanti colpi di mano che sorpresero il nemico per la loro temerarietà ed efficacia, incutendo nelle truppe avversarie un timore del tutto particolare, non di rado evocato da "Giovinezza", che a quell'epoca era il canto al quale si muovevano le squadre d'azione della specialità.
Nell'ambito del corpo, unità specializzata precipuamente legata alle peculiarietà dei nostri luoghi fu quella dei leggendari Caimani del Piave, nucleo di volontari nuotatori specificamente preparato all' attraversamento notturno delle acque del fiume finalizzato a missioni di ricognizione od incursioni a sorpresa sull'altra sponda del corso. Inizialmente scelti tra il personale nativo delle zone rivierasche (avvantaggiato dalla conoscenza diretta della conformazione dei fondali e della dinamica delle correnti), i Caimani venivano sottoposti ad un addestramento concentrato sullo sviluppo delle abilità natatorie e sulle tecniche di combattimento a mani n**e, ivi incluse le arti marziali ( "jujutsu" e "judo"), apprese dai nostri marinai quando avevano operato in estremo oriente. Furono detti "Neri", perché, in coerenza con la predisposizione all'operatività nelle oscure ore della notte, si presentavano interamente neri, sia quando erano in acqua, ove si muovevano ricoperti da una mistura di grasso e nerofumo, sia quando indossavano la divisa, nero essendo ogni capo dell'uniforme in dotazione. Qualcuno ha motivo di ipotizzare che questa colorazione a bassa visibilità notturna - storicamente importante poiché, come noto, sarà poi mutuata nell'iconografia fascista - possa esser stata adottata sull'esperienza delle misteriose figure dei "ninja" del sol levante, operanti nelle tenebre in azioni di sabotaggio nel corso della guerra russo-giapponese. Pare certo invece che il soprannome di "Caimani" derivi dalla specifica tecnica di nuoto adottata da quei combattenti, ispirata ad un comportamento naturale proprio degli alligatori e contraddistinta dal risultato pratico di lasciar esporre dall'acqua solo la parte superiore della testa dalle narici in su, minimizzando inoltre la formazione delle onde intorno ai corpi dei nuotatori.
Grazie al prezioso contributo dei discendenti di uno dei degli arditi, il sergente maggiore Crociani, medaglia d'argento al valore appartenente alla seconda compagnia, è stato possibile appurare che quel reparto acquartierato nel territorio comunale era l' XI° reparto d'assalto, comandato dal maggiore Riccardo Fedozzi, il quale si battè tanto nella battaglia del Sostizio, nel contesto della quale contribuì efficacemente a respingere l'incursione delle truppe nemiche, quanto in quella di Vittorio Veneto, nella quale fu schierato nella X° armata italo britannica in posizione d' avanguardia. Aggiunge il Signor Tonetto che, in occasione dei combattimenti del giugno 1918, per raggiungere le linee il reparto percorse l'odierna via Piave, che porta da Breda alla frazione maseradese di Candelù.
Ma torniamo al dato della dislocazione in quel di Breda. Una delle prime domande che viene spontaneo porsi è dove in particolare il personale militare possa aver avuto i propri alloggiamenti. Una pima risposta parrebbe fornirla Don Bernardo Gaion, il parroco di allora, il quale, nelle sue memorie di guerra, da atto quasi sorpreso a quei militari di non aver deturpato la casa canonica del capoluogo, il che potrebbe lasciar presumere che essi possano aver dimorato proprio in quel plesso o nelle immediate vicinanze. Risulterebbe tuttavia dalla testimonianza lasciata dal sergente Cruciani che, fino agli scontri del Solstizio, il reggimento abbia invece stazionato nella frazione di Pero, nella quale avrebbe poi fatto ritorno agli inizi dell' autunno del 1918, di seguito ad una parentesi trascorsa nel territorio di Carbonera e fino alla riscossa vincente di Vittorio Veneto. In relazione a tale diversa versione, potrebbe ipotizzarsi che il parroco bredese abbia dato atto dello scampato pericolo per i beni ecclesiali, in quanto forse aveva temuto che i militari avrebbero potuto recar danno " in itinere" durante le marce di trasferimento. Sarebbe poi curioso poter verificare se l'unità in discorso abbia per caso avuto a che fare con quel misterioso "reggimento" sopraggiunto di notte, a proposito del quale il sacerdote narra di aver non poco lottato per convincere il comandante a non far alloggiare la truppa entro le sacre mura della chiesa parrocchiale.
Parrebbe emergere altresì dagli scritti che il religioso non avesse trovato particolarmente rassicurante il passaggio attraverso la sua parrocchia dei combattenti della specialità, apertamente da lui definita " corpo minaccioso e violento".
L'affermazione va forse contestualizzata nel quadro di una fase storica di divisione sociale che vede la questione romana ancora aperta, e potrebbe anche essere letta secondo la chiave della reazione emotiva da parte degli ambienti religiosi ad un clima culturale poco favorevole, che aveva conosciuto, specie in seno ai segmenti più irrequieti all'interno del dibattito, veri momenti di acceso anticlericalismo, anticlericalismo cui è peraltro fatto cenno da parte dello stesso sacerdote in altri passi del memoriale.

il candido, fragrante, fresco invito del Gelsomino in fioreNarra la leggenda che Il Granduca Cosimo primo de' Medici fu ...
06/06/2015

il candido, fragrante, fresco invito del Gelsomino in fiore

Narra la leggenda che Il Granduca Cosimo primo de' Medici fu il primo a possederne un'esemplare, e ne fu a tal punto geloso, che vietò ne fosse asportata anche solo una foglia. Ma un giovane giardiniere volle donarne un ramoscello all'amata, la quale seppe farlo radicare nel suo giardino e, con il ricavato delle talee ottenute, potè finalmente coronare il sogno del matrimonio.

1917-18 il conflitto in casa: 2) la Caporetto interna, il "Solstizio", memorie di guerra e l'iniziazione del giovane don...
02/06/2015

1917-18 il conflitto in casa: 2) la Caporetto interna, il "Solstizio", memorie di guerra e l'iniziazione del giovane don Bernardo

Nel tragico autunno del 1917, allo sbando ed al riposizionamento dell'esercito conseguenti alla rottura del fronte si affiancò rapidamente quella che poi gli storici avrebbero chiamato " la Caporetto interna ", ossia la parallela dipartita dai territori teatro o possibile teatro di guerra di gran parte della classe dirigente politico-amministrativa in carica . A questo fenomeno diffuso fece però da contro altare la risoluta permanenza delle autorità religiose, che, orientate dai precetti del diritto canonico e dalle direttive impartite dal Vaticano, rimasero al loro posto accanto alle comunità dei fedeli, venendo non di rado ad assumere anche un ruolo di supplenza rispetto alle istituzioni civili in disfacimento.
Emblematica fu in quei giorni l'esperienza vissuta all'interno del capoluogo trevigiano, dove, da un lato l'amministrazione municipale, retta dal sindaco Zaccaria Bricito, si era trasferita armi e bagagli con gli uffici nella città di Pistoia, dall'altro il Vescovo, il cappuccino francescano Andrea Giacinto Longhin, aveva per contro deciso senza esitazione di non lasciare la propria sede ed i propri diocesani. Né, in quel confuso frangente, la curia cittadina restò sorda all'invito di contribuire all'amministrazione della cosa pubblica, amministrazione nel cui ambito avrebbe assunto la carica di vice segretario comunale lo stesso maestro di camera ed assistente particolare del presule, il sacerdote bredese Giacomo Luigi Zangrando.
Alla detta impegnativa chiamata ai religiosi, per la quale le strutture ecclesiali non furono peraltro risparmiate dalle accuse di "austriacantismo" e collaborazionismo, non si sottrasse, nel contesto di Breda, nemmeno il poco più che trentenne don Bernardo Gaion (1884 - 1968), allora parroco di recentissima nomina, quantunque vada anche detto che l'anziano sindaco non aveva per il vero abbandonato la gestione della municipalità, che viceversa continuava a seguire, venendo appositamente da Treviso ove era riparato.
Già assumendo il beneficio bredese, il neoparroco Gaion aveva colto il clima di apprensione insito nelle contingenze, stante anche che il predecessore era morto amareggiato dall'accusa di disfattismo legata agli asseriti contenuti di un sermone. Ma questo clima diffuso nulla sarebbe stato in confronto alle prove (una vera e propria "baraonda"), cui il giovane uomo sarebbe stato di lì a poco sottoposto assieme alla comunità dei parrocchiani, come egli stesso tramanderà, rievocando per iscritto nelle sue memorie di guerra.
Traspare dalle pagine tutta l'abnormità dello scenario bellico, incentrato su un territorio variamente solcato dalle linee di trincea, scavate anche nelle zone più centrali del capoluogo, e caratterizzato altresì dalla diffusa presenza delle artiglierie sparse per la campagna. La maggior parte delle edificazioni serviva da alloggiamento per la truppa, con la quale la popolazione fraternizzava. La quasi interezza della superficie agricola continuava ad essere adibita alla coltivazione delle derrate, nonostante l'incombente grave insidia dei bombardamenti e delle sparatorie. Restava invece sospeso il suono delle campane. Il tutto nel quadro dinamico di un continuo viavai di truppe, armamenti, carriaggi, salmerie, scuderie, cucine, ma anche di tanti profughi in movimento, in arrivo dalle località rivierasche e dalle zone occupate, od in partenza dal paese.
E poi, a giugno del 1918, il crescendo di cose troverà il suo apice nella cosiddetta battaglia del solstizio, quando la quasi totalità degli edifici isolati della campagna resterà distrutto, quando si scatenerà " l'uragano delle artiglierie nemiche ", le granate pioveranno " da tutte le parti " e costruzioni e terreno saranno " come scossi da un terremoto". Le zone più orientali saranno anche teatro di un' incursione delle fanterie austriache sventata dai nostri in corrispondenza del rio Meoletto.
Ma la narrazione viene a toccare anche le vicende interiori dello scrivente, e rievoca quello che potrebbe essere visto come un vero e proprio percorso iniziatico accelerato, quando il religioso rivive il terrore pressoché paralizzante che lo assalì a seguito della deflagrazione di una bomba caduta molto vicina. Terrore cui però egli saprà reagire nel breve volgere di qualche giorno facendosi un po' alla volta coraggio " fino a perdere la coscienza del pericolo ".
Ne resterà verosimilmente corroborata la tenace tempra pastorale di padre padrone del gregge dei fedeli, quella stessa che, durante il ventennio, non mancherà di farsi sentire in tutta la sua schiettezza al punto di suscitare l'invio di segnalazioni alla Prefettura da parte delle Autorità civili per esternazioni poco gradite al regime imperante.

Indirizzo

Via Alvise Dal Vesco 2
Breda Di Piave
31030

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