14/07/2025
E ancora si fatica a parlare di genocidio.
Ramadan Nassar è uno dei testimoni oculari presenti al punto di distribuzione dell’acqua nel campo profughi di Nuseirat quando è avvenuto l’attacco dell’esercito israeliano. All’Associated Press ha riferito che oltre trenta persone, di cui venti bambini, erano in fila con le taniche di plastica da riempire quando è iniziato il raid.
Alcuni di loro avevano camminato anche fino a due chilometri per portare acqua alle rispettive famiglie. In pochi secondi c’è stato un fuggi fuggi generale, ma almeno dieci persone sono rimaste uccise a terra. Tra questi c’erano sei bambini.
L’esercito israeliano ha detto che l’episodio è in fase di accertamento, ma da una prima ricostruzione c’è stato un «malfunzionamento tecnico del proiettile, questo ha colpito a decine di metri di distanza dall’obiettivo designato». Il bersaglio era – secondo l’Idf – un militante della Jihad islamica palestinese.
Ma episodi di questo tipo non sono nuovi. Tre giorni fa altri otto bambini sono stati uccisi davanti a una clinica mentre erano in attesa di prendere alcuni integratori alimentari. Episodi come questi sono all’ordine del giorno.
Da oltre ventuno mesi i bambini sono vittime sistematiche del conflitto tra Israele e Hamas. Secondo le ultime stime dal 7 ottobre 2023 sono più di 18mila i minori uccisi dall’esercito israeliano, oltre 15.600 sono quelli identificati.
Se si contano anche i feriti – secondo l’Unicef – siamo sopra le 50mila unità. Restano comunque dati al ribasso visti i corpi ancora sotto le macerie. La reale portata dei danni sarà chiara solo a guerra finita. Secondo Al Jazeera su ogni cento bambini, due sono stati uccisi, due sono dispersi (presumibilmente morti), tre sono feriti in maniera critica, cinque sono rimasti orfani e cinque sono fortemente malnutriti.
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