29/03/2026
A cavallo tra la notte del 29 e 30 marzo di un anno fa, il mare ha deciso di fare una ristrutturazione non richiesta del Bananao. Senza preventivo, senza permesso… proprio un lavoro fatto “a sentimento”.
In una notte si è preso tutto: sacrifici, sogni, ricordi… insomma, mancava solo che ci chiedesse pure il resto.
Ho ancora negli occhi la scena: dove combatto con l’acqua come se fosse una finale olimpica, il mare che entra come se avesse le chiavi di casa, e quei ragazzi… uno dopo l’altro, presenti, senza fare domande. Da una finale olimpica in solitaria… a una squadra olimpica senza neanche fare le selezioni.
Noi, comunque, non abbiamo mai fatto domanda per il ruolo di vittime. Non era proprio in programma. Ci siamo rialzati. Male? Sì. Arrabbiati? Anche. A pezzi? Parecchio. Ma sempre in piedi.
Un pezzo alla volta, come quando monti un mobile senza istruzioni (e con pure qualche vite in meno), abbiamo provato a ricostruire tutto. Non solo uno stabilimento, ma quello che significava per noi.
E poi… colpo di scena. Perché no, il mare non ha l’esclusiva sulla distruzione. Ci sono anche le persone. E lì, ragazzi… livello avanzato.
Invidia, gelosia, cattiveria gratuita: praticamente un pacchetto completo. Prima qualcuno brindava mentre affondavamo, poi si è quasi strozzato vedendoci rialzare. Che tempismo.
E nel frattempo c’è anche quel dolore più silenzioso, quello che non fa rumore ma lavora dentro come un tarlo. Quello che ti fa perdere pezzi mentre cerchi di restare intero.
Eppure, nonostante tutto quello che avevamo già perso, qualcuno ha pensato: “Ma sì, diamogli un’altra botta, così, per sport”. Costanza ammirevole, davvero.
Però c’è una cosa che né il mare né certe persone riescono a portarsi via: la dignità, la forza e quella testardaggine che ti fa ricominciare anche quando tutto direbbe il contrario.
E quindi sì, siamo ancora qui. Un po’ ammaccati, diciamolo. Ma in piedi. E, purtroppo per qualcuno… ancora con la testa alta e pronti per la stagione 2026.