28/08/2026
Ci sono calabresi che sono partiti.
Hanno lasciato il paese, la casa dei nonni, gli amici dell’infanzia, le strade conosciute a memoria. Sono andati a vivere altrove, in un’altra città, in un’altra regione, a volte dall’altra parte del mondo.
Eppure, in fondo, non sono mai partiti davvero.
Perché ci sono luoghi dai quali puoi andare via, ma che non riesci a lasciare.
La Calabria è uno di questi.
Sto leggendo in questi giorni le parole di Vito Teti e mi sono ritrovato a pensare a quanto sia viscerale, quasi fisico, il rapporto che noi calabresi abbiamo con la nostra terra.
È un rapporto fatto di assenza e presenza, di nostalgia, di ritorni attesi per mesi. È il profumo della terra dopo la pioggia, il rumore delle cicale nelle giornate d’agosto, il pane, gli ulivi, il mare visto da lontano, la voce dei parenti, quella strada che porta al paese e che, anche dopo vent’anni, sappiamo ancora riconoscere.
Forse è proprio per questo che ogni estate, quando torniamo, qualcosa dentro di noi si rimette al proprio posto.
E allora penso che questa immagine — un libro aperto all’ombra di un ulivo, in una giornata calda di agosto — sia molto più di una semplice fotografia.
È quasi un piccolo ritratto della nostra calabresità.
Perché in quella scena c’è il tempo lento che abbiamo imparato a conoscere qui. C’è la terra sotto i piedi. C’è l’ombra degli alberi. C’è il silenzio interrotto dalle cicale. C’è la voglia di leggere, di fermarsi, di tornare ad ascoltare noi stessi.
E soprattutto c’è quella sensazione difficile da spiegare a chi non l’ha mai provata: quella di essere finalmente a casa.
A chi è partito e ogni estate torna.
A chi è partito e vorrebbe tornare.
A chi vive lontano ma conserva ancora un pezzo di Calabria dentro di sé.
E a chi, forse, non ha mai lasciato davvero Casa.
Perché la Calabria non è soltanto un luogo in cui siamo nati.
Per molti di noi è un luogo che, anche quando ce ne andiamo, continua a vivere dentro di noi.
E forse è proprio questo che significa appartenere a una terra.
Giuseppe Intrieri