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16/12/2023

Real casina di Caccia di Ficuzza - Foto di Markus Spatola

18/08/2023

LA SICILIA QUALE “POTENZA DOMINANTE DELL’EUROPA MERIDIONALE”

- Di Erich Caspar -

Cari amici iniziamo questa settimana all’insegna della Storia del Regno di Sicilia con un sentito ringraziamento per l’inaspettato successo del precedente articolo relativo al Colpo di Stato napoletano del 1816 attuato (non bastando i sacrilegi, la corruttela e la violenza militare) anche abusando del nome geografico “Sicilia”.

La vicenda dei “mostruosi abusi” così luminosamente delineata da Diego Orlando e che ha allagato di sangue innocente la nostra povera terra colpevole di averli (i napoletani) cristianamente ospitati durante le Guerre Napoleoniche e della Rivoluzione, al netto della distruzione della Libertà e dell’Indipendenza della Sicilia.

Per Klemens von Metternich i napoletani erano un popolo “per metà barbaro”, Massimo d’Azeglio ne era terrorizzato come dalla peste e per Gladstone la cafona monarchia napoletana era la “Negazione di Dio eretta a sistema di governo”, qualcosa di anticristico che gettava discredito sull’istituzione monarchica.

Ma dopotutto quel brutale regime cambogiano fatto di spie, militari, carceri e poliziotti come lo vuoi chiamare?

Checché ne dica Ciccio Tumeo “i santi re e belle regine” infiltravano il Clero Siciliano con le spie nemmeno stessimo parlando della Stasi.

L’Identità (Nazionale) Siciliana non sta o cade solo se messa in relazione con Napoli sicché scuotendo dalle nostre scarpe la volgare storia di quella insignificante periferia romana torniamo in Sicilia con Erich Caspar.

La Sicilia mitologicamente è la terra dei giganti e degli dei, da Encelado a Polifemo, da Eolo ad Efesto eppure se andate a Palermo, antica Capitale del Regno di Sicilia, potrete ammirare uno dei Pantheon Reali più prestigiosi d’Europa, mancano soltanto Carlo Magno e Re Artù.

Ma questo non è un mito, questa è Storia! Anche lì sono sepolti i giganti, come Re Ruggero II di Sicilia, il più grande di tutti.

Leggiamo l’autorevole storico tedesco Erich Caspar. Pronti a godere?

“La storia della Sicilia abbraccia più di duemila anni; ma solo per un breve periodo l’isola ha rivestito un ruolo dominante in Europa.

E’ qui che cominciò la fondazione del Regno normanno; e anche successivamente la Sicilia è stata il nocciolo della nuova monarchia, divenendo il centro di un Regno che, con la stupefacente organizzazione e con la forza interna e nonostante le sue dimensioni abbastanza ridotte, divenne la potenza dominante dell’Europa meridionale.” (Caspar)

Avete capito bene, la Sicilia quale “potenza dominante dell’Europa meridionale.”

Nell’Ottocento c’erano Pretendenti al Trono di Sicilia da tutta Europa, dagli Asburgo agli Orleans, dai Wittelsbach agli stessi Borbone (Conte di Siracusa e il Principe di Capua)

E sapete cosa dicono all’Università di Gottinga?

Che quando hai una storia e un retaggio del genere non c’è spazio per Male Signorie, Negazioni di Dio, “idioti assetati di sangue di Napoli” [cit. Marx], Bomba, Lazzarone, Spergiuro, siciliE, Borbone e Napoli capitale (de che?) e che i Siciliani devono respingere questo squallore invitando i propagandisti ad appiccicarselo nel c**o.

RIFERIMENTI:
- E. Caspar, Ruggero II e la fondazione della monarchia normanna di Sicilia, Editori Laterza

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02/05/2023

La magnificenza del Castello Utveggio!

📷 .leo._ph

29/01/2023



"Dicono gli atlanti che la Sicilia è un'isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d'onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d'isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è mischiato, cangiante, contraddittorio, come nel più composito dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finirò di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubbo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava.



Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell'angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio...



Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte ritrovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre, la Sicilia, di un eccesso d'identità, né so se sia un bene o sia un male. Certo per chi ci è nato dura poco l'allegria di sentirsi seduto sull'ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino.



Capire la Sicilia significa dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l'oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l'espatrio o ci lusinghi l'intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita con un vizio solitario. L'insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi.



Diversi dall'invasore (che è più alto: il normanno non si può prenderlo a pugni, si può solo colpirlo al ventre con un trincetto...); diversi dall'amico che viene a trovarci ma parla una lingua nemica; diversi dagli altri, e diversi anche noi, l'uno dall'altro, e ciascuno da se stesso. Ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l'isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l'esito naturale d'ogni processo biologico; qui appare come uno scandalo, un'invidia degli dei.

Da questa soperchieria del morire prende corpo il pessimismo isolano, e con esso il fasto funebre dei riti e delle parole; da qui nascono i sapori cupi di tossico che lascia in bocca l'amore. Si tratta di un pessimismo della ragione, al quale quasi sempre s'accompagna un pessimismo della volontà. Evidentemente la nostra ragione non è quella di Cartesio, ma quella di Gorgia, di Empedocle, di Pirandello. Sempre in bilico tra mito e sofisma, tra calcolo e demenza; sempre pronta a ribaltarsi nel suo contrario, allo stesso modo di un immagine che si rifletta rovesciata nell'ironia di uno specchio.



Il risultato di tutto questo, quando dall'isola non si riesce o non si voglia fuggire, è un'enfatica solitudine. Si ha un bel dire – io per primo – che la Sicilia si avvia a diventare Italia (se non è più vero, come qualche savio sostiene, il contrario). Per ora l'isola continua ad arricciarsi sul mare come un istrice, coi suoi vini truci, le confetture soavi, i gelsomini d'Arabia, i coltelli, le lupare. Inventandosi i giorni come momenti di perpetuo teatro, farsa, tragedia o Grand-Guignol. Ogni occasione è buona, dal comizio alla partita di calcio, dalla guerra di santi alla briscola in un caffè.



Fino a quella variante perversa della liturgia scenica che è la mafia, la quale fa le sue mille maschere, possiede anche questa: di alleanza simbolica e fraternità rituale, nutrita di tenebra e nello stesso tempo inetta a sopravvivere senza le luci del palcoscenico.



È da questa dimensione tetrale del vivere che ci deriva, altresì, la suscettibilità ai fischi, agli applausi, all'opinione degli altri (il terribile " uocchiu d'e gghenti", l'occhio della gente); e la vergogna dell'onore perduto; e la vergogna di ammalarsi...



Non è tutto, vi sono altre Sicilie, non finirò mai di contarle."

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Foto di Comito
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