26/05/2026
📍COME IMPARARE A LASCIARE ANDARE. NOVE COSE CHE I GIAPPONESI SANNO DA DUE SECOLI E NOI NO.
In Giappone esiste una parola precisa per descrivere il gesto di aprire la mano e lasciar cadere ciò che si stringeva. Si chiama tebanasu (手放す). Letteralmente, "togliere dalla mano", "rilasciare".
Non significa perdere. Non significa rinunciare. Tebanasu è qualcosa di più sottile. È il riconoscimento che una mano sempre chiusa non può ricevere nulla. Che le cose, le persone, le idee, i sogni a cui ci aggrappiamo troppo a lungo, alla fine ci tengono in ostaggio. Tebanasu è il gesto che restituisce libertà a chi lo compie, prima ancora che alla cosa lasciata.
Alla fine del diciottesimo secolo, un monaco zen di nome Ryōkan, che oggi è considerato uno dei più amati di tutta la storia del Giappone, viveva in una piccola capanna sulle montagne della provincia di Echigo. Aveva lasciato la sua famiglia da giovane. Aveva lasciato la carriera ecclesiastica che gli era stata offerta. Aveva lasciato perfino il monastero formale, per vivere da eremita. Possedeva una sola veste, una sola ciotola, pochi libri. Eppure le sue poesie, semplicissime, attraversano due secoli e arrivano fino a noi. In una delle più famose, scriveva una cosa quasi rivoluzionaria. Diceva che, se vuoi trovare il significato delle cose, devi smettere di rincorrere così tante cose. La vita umana, secondo Ryōkan, non si arricchisce accumulando. Si arricchisce alleggerendo.
Noi, in Occidente, di solito facciamo l'opposto. Stringiamo. Stringiamo cose materiali, anche quando non ci servono più. Stringiamo persone, anche quando ci fanno male. Stringiamo idee di noi stessi, anche quando non corrispondono più a chi siamo. Stringiamo progetti che non funzionano, lavori che non amiamo, identità vecchie di vent'anni. E ci convinciamo che lasciar andare sia una sconfitta. Quando, quasi sempre, è esattamente l'opposto.
Ecco le nove cose.
1. Riconosci ciò che continui a stringere per abitudine (執着, shūchaku).
Shuchaku, "attaccamento", è uno dei concetti centrali del buddismo. La maggior parte delle cose a cui ti aggrappi, oggi, non le hai scelte oggi. Le stringi perché le stringi da sempre. Fai un piccolo inventario. Una vecchia amicizia che non ti dà più nulla. Un oggetto che tieni per senso di colpa. Un progetto che ti rifiuti di abbandonare. Vedere è il primo passo. Senza vedere, non si può lasciare.
2. Distingui ciò che è finito da ciò che è ancora vivo (生死, shōji).
Shoji significa "vita e morte". In una vita, alcune cose nascono, fioriscono, e muoiono. È così per le amicizie. Per gli amori. Per i lavori. Per le passioni. Riconoscere che una cosa è finita non è tradire ciò che era stata. È onorarla. Continuare a tenere in vita una cosa morta non la riporta in vita. Toglie solo spazio a ciò che potrebbe ancora nascere.
3. Smetti di trattenere le persone che vogliono andare (縁, en).
En significa "legame", "destino fra persone". Esiste un detto giapponese antico: chi viene, accoglilo; chi parte, lascialo andare (来る者拒まず, 去る者追わず). Una persona che vuole andarsene, andrà comunque. Trattenerla a forza produce solo risentimento, in te e in lei. Lasciarla andare con dignità è il modo più alto di amare.
4. Lascia andare l'idea che avevi di te a vent'anni (自己像, jikozō).
Jikozo significa "immagine di sé". Tutti abbiamo dentro un'immagine di chi avremmo dovuto diventare. Forgiata a vent'anni. Sognata a venticinque. Ormai vecchia. Quella persona che pensavi di diventare non è la persona che sei. E va bene così. La persona che sei, oggi, ha cose che quella di vent'anni non aveva. Smetti di piangere chi non sei. Riconosci chi sei diventato.
5. Coltiva la mano aperta (開, hiraku).
Hiraku significa "aprire". È un gesto, prima ancora che una parola. Una mano chiusa non può ricevere niente. Una mano aperta sì. Ogni giorno, almeno una volta, chiediti: cosa sto stringendo che potrei aprire? Un risentimento. Un'aspettativa. Una certezza. Una pretesa. Apri. Vedrai cosa entra.
6. Smetti di tenere in vita i progetti morti (諦める, akirameru).
Akirameru oggi si traduce con "rinunciare", ma il significato originale, dal verbo akiramu, era "vedere chiaramente". Solo chi vede chiaramente può rinunciare. La maggior parte dei progetti a cui ci aggrappiamo, anche quando non funzionano, li teniamo in vita per non ammettere a noi stessi che ci eravamo sbagliati. Akirameru non è arrendersi. È guardare le cose come sono.
7. Lascia andare il rancore (恨み, urami).
Urami, "rancore", è uno dei pesi più stancanti che una persona possa portare. Tenere un rancore vivo è un lavoro a tempo pieno. Bisogna alimentarlo, ricordare, ripetersi le ragioni. La persona che ti ha ferito, quasi sempre, ha dimenticato. Tu, no. Lasciar andare il rancore non è un regalo a chi ti ha ferito. È un regalo a te.
8. Lascia andare le cose materiali in eccesso (断捨離, danshari).
Danshari, "rifiutare-eliminare-separarsi", è una pratica moderna che affonda le radici nel buddismo zen. Una casa piena di oggetti è una mente piena di oggetti. Per ogni cosa che entra in casa, una dovrebbe uscire. Non per minimalismo estetico. Per leggerezza. Una persona che ha meno cose, pensa meglio, dorme meglio, vive meglio.
9. Lascia andare il bisogno di sapere come finirà (未知, michi).
Michi significa "non conosciuto", "ignoto". Una delle ragioni per cui non lasciamo andare è la paura di non sapere cosa succederà dopo. È umano. Ma la vita non ti dà mai la garanzia di sapere cosa verrà. Solo chi accetta di non sapere può fare il primo passo. Chi pretende di sapere prima, resta fermo per sempre.
Quasi sempre, l'esaurimento delle persone moderne non viene dalle cose che gli mancano. Viene dalle cose che continuano a stringere anche quando non gli servono più.
Tebanasu non è perdita. È spazio. Una vita umana ha bisogno di spazio per respirare. Se la riempi di cose che non lasci mai andare, alla fine non c'è più posto neanche per te.
Ryōkan, due secoli fa, nella sua piccola capanna, possedeva una ciotola, una veste, e pochi libri. Una volta, secondo la tradizione, un ladro entrò nella sua capanna mentre lui era fuori. Trovò così poco da rubare che restò deluso. Ryōkan, tornando, gli regalò la sua veste, dicendo che gli sarebbe dispiaciuto vederlo andar via a mani vuote. Quella sera, guardando la luna piena, scrisse un piccolo poema. Diceva che il ladro aveva lasciato qualcosa di prezioso dietro di sé. Aveva lasciato la luna alla finestra. Era questa la cosa che Ryōkan aveva capito. Le mani piene non vedono la luna. Le mani vuote, sì. Smetti di stringere così tanto. Apri. La luna ti sta aspettando, da sempre, esattamente fuori dalla tua finestra.
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Non è un libro sul Giappone. È un libro per chi vuole scoprire un'altra via, diversa da quella che l'Occidente ci ha insegnato.
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