21/06/2026
C’è chi giudica.
E c’è chi vendemmia.
Quasi mai sono le stesse persone.
Quando nel 2017 ho preso in mano l’azienda di famiglia, il nostro vino lo conoscevano in pochi. Era il vino della tavola di Chiusi. Quello sfuso, buono ma anonimo. Niente di più.
Nel 2020, in pieno lockdown, mentre mezzo mondo si era fermato a lamentarsi, ho organizzato una delle prime degustazioni di vino online d’Italia.
Quello stesso anno la nostra Passione di Venere è stata eletta secondo miglior rosé d’Europa.
A Dubai il nostro olio è stato premiato come il migliore al mondo.
A Milano il nostro Vinsanto è entrato tra i cento migliori vini italiani.
E lo scorso anno, sempre a Milano, sono tornato a casa con due premi in una volta sola.
Non te lo scrivo per gonfiare il petto. Te lo scrivo perché in questi anni ho imparato una cosa sola: in un mondo che parla a vuoto, i risultati sono l’unica lingua che non mente.
Kobe Bryant si allenava alle quattro del mattino, quando il mondo dormiva e non c’era nessuno ad applaudire. La vigna funziona uguale. Il lavoro vero si fa quando non ti guarda nessuno. Al freddo. In silenzio. Mentre qualcun altro, da qualche parte, è impegnato a spiegare perché non si può fare.
“Eh, ma sei stato fortunato. Aiutato. Hai avuto la strada spianata.”
Nulla in contrario eh, semplicemente non è andata così. Sono partito da un vino sfuso e da un paese che in pochi sapevano mettere sulla cartina.
E la medaglia di cui vado più fiero non è nemmeno mia.
Uno di quei due premi era per Chiusi in Camper, miglior agri-sosta d’Italia. Ma il riconoscimento vero è un altro: oggi quei camper riempiono i ristoranti e i bar, e portano gente al Museo della Cattedrale, al Civico, al Nazionale. Ho costruito qualcosa che non lavora solo per me. Lavora per tutto il paese.
Le mie medaglie sono mie. Questa è di Chiusi.
I giudici continueranno a parlare. Lasciali parlare.
Io ho un’altra vendemmia da preparare.
Un abbraccio,
Paolo