02/09/2026
CHINI DONAT PANI A CANI ALLENI, PERDIT TOTTU
(Chi da pane a cane altrui, perde tutto. Proverbio sardo)
La tradizione, in qualsiasi campo la si insegua (cucina compresa) spesso sfocia nel campanilismo e non raramente nel razzismo stesso.
Lo so per esperienza. Un'esperienza fatta nel condominio di periferia in cui sono nato. Un palazzo in cui vivevano famiglie di diversa emigrazione e che quasi tutte gettavano nella colonna del pattume in gran segreto (considerando quella segretezza rispetto) i doni di cortesia che passavano da un cucinino all'altro.
Avveniva così.
La signora sarda del terzo piano portava alla signora calabrese, piemontese o marchigiana del secondo, primo e quarto piano (tutte con il miglior vestito addosso) dei mustazzeddu appena arrivati dal Iglesiente, della pasta di mandorle in carta oleata decorata a mano, delle pesche ripiene appena uscite dal forno, delle olive all'ascolana che erano state precedute da una fragranza di olio fritto che aveva colmato la tromba delle scale, e il piatto veniva passato di mano in mano sull'uscio che lasciava intravedere un pavimento lucidato a cera sul quale sembrava ovvio che non si sarebbe potuto fare camminare nessuno che arrivasse dal mondo esterno. Nell'accogliere l'obolo venivano recitati una serie di salamelecchi e smancerie infiniti.
Dopodiché il dono veniva posato sul ripiano tra il frigo e la radio, tra il portafrutta e il calendario di Frate Indovino, tra la foto del nonno e il cestino delle chiavi, e in tutte le rispettive case veniva detto in dialetti diversi ai bambini: “Mi raccomando non si tocca, non mangiate quella roba lì!”.
Questo, lo so per certo, non avveniva solo in casa mia! Perché se c'era una cosa a cui io da bambino puntavo, quanto un fuggiasco della DDR al salto del Muro di Berlino, era ad entrare nelle cucine della case altrui. E come solo certi atleti e ballerini russi erano riusciti a diventare cittadini francesi e statunitensi, io riuscivo a entrare nella cucina della signora Aurora, della signora Franca e della signora Nedda e a sembrare quasi uno di famiglia, uno che insomma con i “pattìni” di feltro poteva calpestare il pavimento dell'ingresso.
Questo lo facevo soprattutto perché nella cucina di mia madre l'evento culinario era al massimo la pizza Catarì del venerdì sera e il budino Elah del sabato. Di roba uscita da mani sporche di farina non ce n’era mai.
Quando i Mustazzeddu, le pesche ripiene, le olive all'ascolana cominciavano in territorio ostile ad avere l'aspetto che avrebbero con la prigionia assunto anche i soldati che erano stati un tempo bei ragazzi, si adduceva ovunque la scusa che: “Uh, che peccato, ormai sono andati! Li dobbiamo per forza buttare! Ma bambini, se incontrate per caso la signora X, ditele che erano buonissimi, mi raccomando!”.
E a quel punto io avrei voluto mettere una bomba nelle cantine del palazzo e vederlo crollare seduto sui tetti dei garage.
In realtà un giorno, avrò avuto circa nove anni, feci qualcosa che della bomba immaginaria finì per avere lo stesso risultato.
Quel giorno in cui mia madre era sotto la doccia, al suonare del campanello aprii io l'uscio di casa, anche se non ne avevo il permesso. E quando la signora Concetta mi porse l’orcio in coccio fatto a mano con dentro l'olio extravergine di oliva spremuto a mano da un suo cugino di Catanzaro, io le dissi: “La ringrazio, ma no. Non ce lo dia, perché verrà sicuramente buttato prima che io riesca ad assaggiarlo, anche se mi dispiace tantissimo”.
Seguirono settimane in cui io non potei uscire da camera mia e in cui mia madre rincorse la signora Concetta per le scale ogni volta che la incontrava. Settimane in cui il mio nome di fronte alle altre donne del palazzo veniva seguito e preceduto da mia madre da epiteti che non credevo sarebbe mai stata capace di pronunciare e che eppure riusciva con mia sorpresa a pronunciare benissimo.
Tuttavia la cosa funzionò e mia madre riottenne il manufatto che, a detta di tutti, io nella mia insania avevo disprezzato.
Dopodiché l'orcio venne tenuto per due settimane sul ripiano tra gli strofinacci della polvere e le mollette da bucato e un lunedì venne fatto sparire non si sa come per sempre, sia nel contenuto sia nel contenitore.
Io non se dipenda da questo o se comunque sarei diventato ugualmente col tempo il sessantenne che non riesce a scartare in cucina neppure i suggerimenti di un ragazzino olandese di sedici anni che mette nei suoi piatti da Influencer "Very Tasty” almeno dodici ingredienti per volta, di cui la metà potrebbero uccidere chiunque non abbia sedici anni.
Resta il fatto che io, a distanza di cinquant'anni, inseguo ancora nella mia fantasia e nei ricettari quei manicaretti che hanno avuto nel palazzo della mia infanzia solo l'occasione di un soprammobile, di un regalo sgradito, di un tentativo di integrazione culturale che non è mai riuscito a scalfire in nessuno, se non in me, il razzismo diffuso con cui veniva accolto.
Oggi quindi ho fatto il Mustazzeddu.
La ricetta l'ho presa da un cuoco di Iglesias che tiene un corso di cucina on line, e che a parte l'accento che aveva la Signora Aurora quando mi diceva: “Se ti vedo di nuovo arrampicarti sul tetto dei garage per andare a giocare nel cortile dell'altro palazzo, lo dico a tua madre”, parla in inglese con una proprietà di linguaggio degna di Kenneth Branagh.
Li mangeranno stasera dei tedeschi di Brema e anche mio figlio e mia moglie la cui unica diffidenza nei confronti del cibo di qualsiasi provenienza consiste in “Non c'è mica dentro del melone o del cocco?”. Diffidenza che per altro sono sicuro i commensali di Brema neppure avrebbero.
Quindi lo so che nel fare questi esperimenti io gioco facile, ma è già stato tanto difficile non avere mai potuto addentare i Mustazzeddu della signora Aurora che sono convinto che in fondo la libertà di provare a farli io stesso me la sono guadagnata.