I Conti della Serva

I Conti della Serva azienda agricola e agriturismo con ristorazione e ospitalità in 3 camere con bagno e 1 appartamento agriturismo
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CENA DI SABATO 30 MAGGIO 2026PRANZO DI DOMENICA 31 MAGGIO 2026MENUBicchierino di mousse di fagiolini e mandorle Sformato...
27/05/2026

CENA DI SABATO 30 MAGGIO 2026
PRANZO DI DOMENICA 31 MAGGIO 2026

MENU

Bicchierino di mousse di fagiolini e mandorle
Sformato di biete con fonduta di Toma
Peperoni arrostiti con salsa alle noci e capperi

Tajarin al pesto di ortiche

Straccetti di vitello con zucchine speziate e pomodori secchi

Panna cotta alle fragole

Menù fisso €34 a persona, caffè e vini esclusi
Bambini fino a 10 anni €15

CENA DI SABATO 23 MAGGIO 2026PRANZO DI DOMENICA 24 MAGGIO 2026MENU Hummus di ceci e pomodorini secchi Sformato di foglie...
22/05/2026

CENA DI SABATO 23 MAGGIO 2026
PRANZO DI DOMENICA 24 MAGGIO 2026

MENU
Hummus di ceci e pomodorini secchi
Sformato di foglie di Rapanelli con fonduta
Insalatina di sedano, Robiola d'Alba e noci

Tajarin al pesto di ortiche

Stracci di vitello con fagiolini speziati e semi di girasole

Bunet

Menù fisso €34 a persona, caffè e vini esclusi
Bambini fino a 10 anni €15

IL PESTO DI ORTICHE

Una delle prime cose che da bambino (se sei tutto sommato un bambino fortunato) ti fa capire che il mondo non è tutto rose e fiori sono le ortiche.
Magari te ne capita una per caso o magari tua cugina ce l'ha con te perché vostra nonna ti tratta meglio di come tratta lei. E lei, invece di farsi due domande sul perché, approfitta del fatto che tu arrivi dalla città e ti dice sorridente: “Oh, mi è caduta la bambola proprio in quel cespuglio! Me la raccogli per favore?”, e il tuo futuro con le donne resta irrimediabilmente compromesso per anni.
Tuttavia con l'andare del tempo scopri che le ortiche possono per certi aspetti essere anche buone (tua cugina invece mai). Scopri che hanno tantissime proprietà benefiche, che sono depurative, antinfiammatorie, ricostituenti, e che cucinate a dovere possono essere buonissime.
A quel punto però scopri pure che sebbene tutti i dispettosi del mondo sapevano sempre dove fartele trovare sotto il naso, le ortiche non si trovano affatto dappertutto. Anzi le ortiche sono abbastanza rare e si trovano solo in posti specifici. Cioè, essendo l'ortica una pianta nitrofila, cresce solo sui terreni azotati e se provi a coltivarla, col cavolo che ci riesci.
Io però questo problema non ce l'ho.
Se c'è una pianta che cresce rigogliosa intorno a casa mia, fino a diventare alta quasi come me, è proprio l'ortica. E quando dico “intorno” intendo solo a valle della casa per non più di dieci metri dall'edificio.
Il perché non è oggi evidente, ma se pensate che la cucina e la sala del ristorante sono ricavate in quella che era la stalla più grande di tutta la borgata, capite il perché.
Le mucche rilasciano naturalmente azoto sul terreno e tale azoto si fissa per centinaia di anni rendendolo fertile per molte specie botaniche tra cui le ortiche.
Di mucche nella stalla in questione non ce ne sono più da almeno quarant'anni, ma il loro ricordo è rimasto indelebile sul terreno circostante almeno quanto quello di mia cugina nella mia memoria.
Quando vado oggi a raccogliere le ortiche per il pesto però non vado più in pantaloncini corti, e soprattutto guardo che non ci siano bambole in giro. Ma il mio orto di ortiche è un luogo talmente bello che quando ci vado riesco a fare pace con il mondo.
In quanto a fare pace con mia cugina…beh ci devo ancora pensare quanto ci penserebbe l'azoto.

CENA DI SABATO 23 MAGGIO 2026PRANZO DI DOMENICA 24 MAGGIO 2026MENU Hummus di ceci e pomodorini secchi Sformato di foglie...
21/05/2026

CENA DI SABATO 23 MAGGIO 2026
PRANZO DI DOMENICA 24 MAGGIO 2026

MENU
Hummus di ceci e pomodorini secchi
Sformato di foglie di Rapanelli con fonduta
Insalatina di sedano, Robiola d'Alba e noci

Tajarin al pesto di ortiche

Stracci di vitello con fagiolini speziati e semi di girasole

Bunet

Menù fisso €34 a persona, caffè e vini esclusi
Bambini fino a 10 anni €15

LA PORTA CHE PORTA

Sebbene questa porta nessuno dei commensali la vedrà mai, perché infatti non è la porta d'ingresso del ristorante, è in realtà la porta più importante di tutto l'agriturismo.
Da questa porta (che ho costruito io con le mie mani vent'anni fa, perché un tornado si era portata via quella originaria) entrano infatti tutte le materie prime che trovate sempre nei piatti in sala.
Entrano le verdure che porto a mano dall'orto a monte e dai frutteti a valle.
Entrano le verdure che io non riesco a coltivare e che mi vende un ortolano che ha il banco nella periferia in cui sono cresciuto e che non sapendo il mio nome mi chiama sempre “Campione” (anche se non sono mai stato campione in niente ) e che sceglie per me sempre la roba migliore.
Entrano le farine del Mulino Serra di Moncucco, che a sacchi da 25 kg lascio caricare nel bagagliaio della mia auto a mio figlio e al figlio del mugnaio che sono ormai rispettivamente cinque e dieci centimetri più alti di me.
Le uova dell'Allevamento Cucco di Chieri, dove basta dire 90 uova e il ragazzo più sveglio del mondo ti riempie in 30 secondi 3 cartoni da trenta, più la bolla d'accompagnamento e un sorriso.
La carne dell’Agrimacelleria Matteis che è gestita da Andrea, che risponde ai miei whatsapp sempre con un grazie anche quando gli scrivo alle 10 di sera e il cui padre è quello che mi vende e aggiusta le motozappe e i tosaerba (che io tratto sempre male quanto i miei vestiti e le mie mani).
I formaggi del Caseificio Berta di Settimo che ha i campi ai bordi di una ciclabile che va lungo il Po dal Monviso a Venezia e sulla quale i ciclisti e i camminatori di mezzo mondo si mescolano alle mucche al pascolo.
Il vino che Stefano Rossotto e i suoi figli producono da sempre su questa terra che circonda me solo da pochi attimi.
C'è solo un'altra persona che oltre a me entra una volta alla settimana da quella porta, ed è Matteo. Oggi che ha ventiquattro anni e guida il trattore sui campi come quando non era che un bambino e portava in giro i cani da tartufo e gli offrivo una fetta di torta.
In realtà Matteo sta sulla porta e non entra mai nella dispensa, perché è sempre ricoperto d'erba, fieno e foglie più di un fauno ed è forse la sola persona che io conosca che tratta i suoi vestiti e le sue mani peggio di me.
A Matteo la domenica sera vanno tutti i dolci che non avete consumato voi. Le panne cotte e i Bunet, i tiramisù e anche gli esperimenti che voi non avete ancora assaggiato.
Perché io il giovedì e il venerdì di ogni settimana voglio riempire scaffali e frigoriferi praticamente vuoti. Affinché ogni settimana il menù sia sempre nuovo e le materie prime siano sempre fresche.
Quella porta importante ha un solo difetto, è più bassa di me. Se quindi talvolta vi sembro un poco distratto, non si tratta dei primi segni di demenza senile, ma è perché ho centrato l'architrave.

DRUMSQuando ero un bambino ogni mattina facevo colazione con mia madre. In realtà mia madre, con già indosso trucco, cot...
19/05/2026

DRUMS

Quando ero un bambino ogni mattina facevo colazione con mia madre.
In realtà mia madre, con già indosso trucco, cotonatura e tailleur per andare al lavoro, non mangiava niente, ma badava che io masticassi con la bocca chiusa, che non tenessi i gomiti sul tavolo, che sbucciassi la frutta con forchetta e coltello e che non nascondessi sotto il piatto metà del cibo per dimezzare i tempi di quella tortura (E questo spiega probabilmente perché negli anni io sia diventato anoressico e mio figlio mangi oggi come una via di mezzo tra un facocero e un bio-trituratore).
Io e mia madre aspettavamo poi che arrivasse Silla (non il dittatore romano ma l’adorabile donna che si occupava di me e di mio fratello per il resto della giornata e che era nata a Goro, e sul Delta del Po i nomi vanno come li porta il fiume).
Indossato il cappotto, mia madre con lo stesso cipiglio con cui von Karajan avrebbe dato l'attacco alla Berliner Philharmoniker diceva a Silla: “I bambini devono fare almeno due ore a testa di esercizi di staccato al pianoforte!” e Silla annuiva.
Poi, dopo aver appurato dalla finestra del soggiorno che mia madre avesse riscosso indifferente il solito successo di pubblico da parte degli uomini perennemente seduti al bar dei mafiosi e che fosse sparita dietro l'angolo della piazza, Silla diceva a me e a mio fratello: "Dieci minuti! Facciamo almeno dieci minuti! Diese minûti a man stràche e poi fasémo mùxica vera!”.
Nei dieci minuti in cui mio fratello costruiva in sé una musicalità autentica, e io invece soltanto la manualità che mi serve oggi ad affettare velocemente tre chili di cipolle senza tranciarmi nemmeno un dito, Silla tirava fuori tutte le pentole da cucina e un paio di mestoli di legno.
Appena io avevo posato il panno verde sulla tastiera e chiuso il coperchio del pianoforte, Silla metteva sul giradischi abituato solo a Puccini e Bach il disco di Gianni Morandi che si era portata da casa.
Tra baccano di coperchi e acuti assordanti, partiva in coro “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” e Pozzoli e i suoi “15 Studi Facili per Mani Piccole” se ne andavano a farsi fo***re per il resto delle “due ore”.
Talvolta capita oggi che qualche cliente dell'agriturismo appassionato di cucina o qualche apprendista venuto qui da noi a fare uno stage mi chieda: “Tu la batteria di cucina dove l'hai comprata?”.
A quel punto gli mostro gli scaffali pieni di pentole che tra quelle di mia nonna e quelle mia madre hanno più anni di me; quelle che mi hanno regalato per il mio matrimonio quasi trent'anni fa, a cui si aggiungono quelle che mi hanno donato negli anni tutti gli amici che hanno fatto un trasloco in case più piccole o che hanno dovuto fare fuori eredità talvolta non gradite e dico: “Quello bravo alla tastiera era mio fratello e quindi il Piano lo ha preso lui. A me sono andate le pentole. Non ne ho comprata mai nessuna, ma le ho suonate davvero tutte sempre”.

CENA DI SABATO 16 MAGGIO 2026PRANZO DI DOMENICA 17 MAGGIO 2026MENU Maritozzo salato alla mousse di formaggi Uova in coco...
14/05/2026

CENA DI SABATO 16 MAGGIO 2026
PRANZO DI DOMENICA 17 MAGGIO 2026

MENU

Maritozzo salato alla mousse di formaggi
Uova in cocotte agli asparagi
Insalatina di valeriana, mela e ananas

Tajarin al pesto di fagiolini

Straccetti di vitello al sedano, olive taggiasche e semi di girasole

Tiramisù al ribes

Menù fisso €34 a persona, caffè e vini esclusi
Bambini fino a 10 anni €15

BENVENUTI TUTTI NEI MIEI ANNI ‘50Nel 1950 mio padre, all'età di quindici anni, venne “preso a bottega” presso un orologi...
12/05/2026

BENVENUTI TUTTI NEI MIEI ANNI ‘50

Nel 1950 mio padre, all'età di quindici anni, venne “preso a bottega” presso un orologiaio che aveva il suo negozio in Via Mazzini 11 a Torino, a due passi dal Conservatorio Musicale “Giuseppe Verdi”.
L’ “andare a bottega” del tempo costituiva praticamente in un'adozione in piena regola. La famiglia del garzone si sgravava del peso del mantenimento di un figlio, riceveva una somma di denaro una tantum e perdeva i diritti sui futuri guadagni del pargolo. E fino a qui era ciò che dal Verrocchio in avanti succedeva da secoli.
Il maestro orologiaio di mio padre era però il Signor Ashkenazi (avrà sicuramente avuto anche un nome oltre al cognome, ma mio padre ne parlo sempre solo come “il Signor Ashkenazi" e tale rimase anche per me).
Il signor Ashkenazi era un uomo di poco più di quarant'anni, unico sopravvissuto ad Auschwitz di una intera famiglia e che sei anni prima aveva perso genitori, moglie e figlio sebbene non si fosse rifiutato di declamare ad alta voce il “Mein Kampf” e di sputare sul Talmud.
Aveva vissuto metà della sua vita in Svizzera, parlava indifferentemente quattro lingue e viaggiava perennemente con in tasca uno scatolino d’argento per conservare i mozziconi delle si*****te che fumava per strada quando era a passeggio e che svuotava nei posacenere di casa ogni qualvolta rientrava.
Mio padre era cresciuto in un mulino di campagna dove il concetto di raccolta differenziata era espresso da un sempiterno letamaio che troneggiava nell'aia e sul quale finiva ogni altro tipo di immondizia domestica.
Dopo una settimana che mio padre viveva “a bottega”, e dopo che aveva disseminato di mozziconi piazza Bodoni quanto avrebbero fatto i marchettari e le pr******te che vi avrebbero campeggiato negl’anni, il signor Ashkenazi donò a mio padre uno scatolino d'argento uguale al suo, anche se per mio padre l'argento era sempre e solo stato quello del turibolo della chiesa del suo paese, accompagnato dal seguente biglietto: “Qualsiasi cosa ti abbia fatto il mondo, senza la tua immondizia in giro è comunque un posto migliore”.
E mio padre scelse, scelse di essere quello che non buttava più a terra i propri scarti, scelse che i suoi figli per anni sarebbero stati derisi dai compagni perché tornavano a casa dalle gite scolastiche con nello zaino la propria immondizia e spesse volte anche quella altrui, fosse stata anche quella dei loro bulli.
Negli anni seguenti quel concetto divenne qualcosa di più diffuso, anche se non divenne vincente.
Oggi esiste questo progetto, un ulteriore tentativo di sensibilizzare verso una scelta che mio padre fece nel 1950 e che i suoi figli e i suoi nipoti non dovettero neppure fare, perché era ormai diventata un automatismo.
Sì chiama “Progetto TARIP (Tariffa Puntuale)”. È un sistema di gestione rifiuti che, dal 2026, sostituisce la tradizionale TARI, calcolando la tassa in base al volume o peso effettivo dell'indifferenziato prodotto ("Pay As You Throw"). Premia chi differenzia correttamente, incentivando il riciclo e riducendo i costi per i cittadini più virtuosi.
L’obbiettivo è quello di ridurre i rifiuti indifferenziati e aumentare la qualità della raccolta differenziata.
La tariffa si calcola sul rifiuto indifferenziato prodotto, monitorato tramite mastelli dotati di tag o chip.
Il comune in cui risiedo ha aderito a questo progetto. Qualcuno lo ha criticato perché lo trova scomodo e macchinoso.
Io, che sono abituato da a anni a mettere le mie mani anche nell'immondizia di chi pur sapendo che la differenziata andava fatta ha comunque evitato di farla, trovo che sia un'idea splendida.
Questa sperimentazione prevede un allargamento sul territorio durante i prossimi due anni ed accompagnata da un motto che secondo me sarebbe piaciuto anche al Signor Ashkenazi: “Conta solo quel che resta”, e per quel che mi riguarda, il Signor Ashkenazi e la sua speranza sono restate eccome.

CENA DI SABATO 9 MAGGIO 2026(per domenica 10 maggio siamo al completo)Menù Tatin di cipolla di Tropea Uova in cocotte ag...
07/05/2026

CENA DI SABATO 9 MAGGIO 2026
(per domenica 10 maggio siamo al completo)

Menù

Tatin di cipolla di Tropea
Uova in cocotte agli asparagi
Insalatina di sedano, Robiola d'Alba e noci

Tajarin al pesto di ortiche

Straccetti di vitello con fagiolini e semi di girasole

Panna cotta alle rose

Menù fisso €34 a persona, caffè e vini esclusi
Bambini fino a 10 anni €15

饺子Negli anni ‘80 ho condiviso per un annetto un appartamento con tre ragazze. Loro erano fidanzate e quindi eravamo quas...
05/05/2026

饺子

Negli anni ‘80 ho condiviso per un annetto un appartamento con tre ragazze. Loro erano fidanzate e quindi eravamo quasi sempre in sette più un cane. Il cane non era mio, perché io ero (come diceva mio padre) "il single più sprecato della storia", e quindi persino un animale di compagnia sarebbe stato troppo.
Non immaginatevi una comune hippie: erano gli anni ‘80 e non gli anni ‘70! Noi tutti avevamo un lavoro serio o meno, ma eravamo senz'altro pagati meglio di chiunque oggi, e quindi pagavamo regolarmente l'affitto e le bollette, anche se sognavamo di sfondare nel mondo dell'arte come tutti i giovani di sempre.
Quando il resto della compagnia usciva la sera, io facevo il bucato (allagando l'appartamento), o facevo delle modifiche all'impianto elettrico (facendo rimanere senza luce l'intero palazzo). Perché essere un maschio di vent'anni negli anni ‘80, voleva anche dire essere a metà tra un uomo degli anni ‘50 e un adolescente della GenZ di oggi: non sapevi fare un c***o, ma non avresti mai osato dirlo a nessuno.
In realtà qualcosa io lo sapevo fare, e quella cosa era cucinare.
Per cui, in segno di risarcimento per i guai che combinavo quando mi lasciavano solo in casa, facevo delle torte che lasciavo sul tavolo della cucina per la colazione dei miei coinquilini.
Nel palazzo c'era al piano strada un ristorante cinese, che non era solo un ristorante cinese. Era in realtà “il ristorante cinese”: il primo ed unico in tutta la metropoli e aveva il nome della più imponente opera architettonica fino ad oggi realizzata dall'umanità.
Gli altri abitanti del palazzo si lamentavano della presenza di quella attività, perché un ristorante fa sempre rumore e produce fumi, ma noi invece eravamo contenti, perché il baccano della brigata di cucina che ci lavorava dentro tutto il giorno copriva almeno in parte quello di sette ventenni a piede libero più un cane.
La sera che feci saltare la corrente tentando di aggiungere una derivazione a una presa della mia stanza era di sabato e il ristorante era pieno.
Impiegammo più di un’ora a ricollegare alla rete una centralina ancora sprovvista di salvavita e per tutto il tempo mi chiesi quando qualcuno mi avrebbe ucciso e buttato tra i cassonetti dell'immondizia con un colpo di kung fu.
Mentre giravo per il cortile alla ricerca dei contatori passai infine davanti al retro della cucina del ristorante cinese. Lì, sebbene la corrente mancasse come in tutto il resto del palazzo, un ragazzo e una ragazza che avranno avuto quindici anni, sorridenti come se niente fosse, alla luce di una lampada in carta di riso, stavano sigillando dei ravioli con una grazia e una precisione che non mi era mai capitato di osservare in nessun gesto di nessuno prima di allora, e ne rimasi incantato.
Stasera mia moglie e mio figlio sono usciti separatamente con i loro rispettivi amici e io sono rimasto da solo a casa.
Di panni da lavare non ne avevo e non avevo neppure bisogno di prese di corrente aggiuntive.
Avevo però della carne avanzata dal menù del fine settimana, i primi cipollotti del mio orto e un cavolo. Così ho pensato che potevo provare a fare qualcosa che non avevo mai fatto.
Certamente la mia grazia e precisione non sono quelle di un figlio del Catai, ma sono state sicuramente superiori a quelle che a vent'anni avevo nel mettere mano a una lavatrice e a un impianto elettrico.
Ovviamente non vi verranno mai serviti nel nostro ristorante dei ravioli jiǎozi, ma un cuoco ha bisogno talvolta di ricordarsi che ha scelto nella vita di fare questo mestiere per gioco, e quindi almeno quando è solo dovete lasciarlo giocare.

IL VENERDÌ SEMPRE IN RITARDO Chi mi conosce può senz'altro pensare che a me di venerdì ne manchino parecchi. Anzi, più d...
04/05/2026

IL VENERDÌ SEMPRE IN RITARDO

Chi mi conosce può senz'altro pensare che a me di venerdì ne manchino parecchi. Anzi, più di una persona lo ha anche effettivamente detto, ed erano persone abbastanza autorevoli a proposito dei venerdì mancanti.
In realtà a me personalmente di venerdì ne manca sempre e solo uno: “il venerdì” della settimana in cui sono. Gli altri li ho sempre tutti.
Cioè, mi mancano anche tutti i venerdì delle settimane future, ma quelli mancano a chiunque.
È certo però che i venerdì delle settimane scorse li ho sempre tutti.
Lo so, non ci vorrebbe molto ad avere anche quelli del presente. Basterebbe essere una di quelle persone che sceglie persino il luogo di villeggiatura in base alla distanza da un'edicola. Ne conosco di persone così, mio suocero è uno di questi.
Io invece appartengo a pieno titolo a quella generazione definita a suo tempo da Arbasino: “Riflusso”. E quindi sono uno di quelli che la disillusione nei confronti dell'informazione l’ha presa con il latte materno (che per quelli di quella generazione era più spesso artificiale che non al seno) e che quindi il giornale lo leggo quando mi capita al bar, dimenticato su un treno, in una sala d'attesa. Insomma sono uno che rimane sempre affascinato dal lancio della pila di giornali da parte del corriere e dalla precisione della presa al volo dell'edicolante, ma dal mostro sbattuto in prima pagina praticamente mai.
Chiariamoci, io non ce l'ho affatto con il Quarto Potere, è solo che parto dal presupposto che se un potere esiste ed è davvero così potente, allora sarà potente anche senza che io mi precipiti ai piedi di una rotativa ad annusare l'inchiostro fresco.
Ma “il venerdì” lo leggo. Lo leggo praticamente tutto dal 1996. Solo che sono sempre almeno indietro di un numero.
Sì, perché il venerdì che leggo è quello di almeno una settimana prima e che mi porta di seconda mano mia suocera da quasi trent'anni.
In verità io lo leggo anche per più di una settimana, a volte vado avanti a leggere lo stesso venerdì per mesi.
Voi direte che non ha senso, perché la notizia vale per la sua attualità! E avete senz'altro ragione, ma non avete idea di quanto possa essere bello leggere le previsioni del tempo sbagliate e non avere saputo che davano pioggia e tu non avevi l'ombrello; le proiezioni elettorali secondo le quali Giorgia Meloni avrebbe perso le elezioni politiche; l'oroscopo che ti avvertiva di una sciagura che non solo non ti è capitata, ma della quale a suo tempo non hai nemmeno saputo di aver corso.
Ci sono notizie che poi, sebbene in ritardo, sono comunque perenni. Le guerre ad esempio: se non è quella in Palestina è comunque quella in Ucraina, e l'orrore comunque non scade mai.
Gli articoli sugli animali, i consigli cosmetici, i viaggi, i libri, la musica: che tu scopra in ritardo la bellezza di un Cardellino di Papua, che anche i maschi possono disporre di una skin care, che c'è una ciclabile del delta del Danubio, che McEwan ha scritto un nuovo meraviglioso libro, e che il ventitreenne nigeriano Sonofmercytyk è bravissimo (sul venerdì non c'è ancora ma a breve ci sarà sicuramente perché è bravo davvero) vale la pena di saperlo in qualsiasi momento, perché la bellezza può permettersi di arrivare in ritardo sempre e da sempre.
Ci sarebbe poi anche l'amore, e su “il venerdì” l'amore c'è. È gestito dalla giornalista e scrittrice Natalia Aspesi, una donna di novantasei anni. Una donna che riesce a dare all'attualità dei rapporti umani il peso del tempo e dei mille ritardi che il tempo produce.
Cosa cambia se io la leggo una settimana o un'altra ?!
Ma la leggo, la leggo sempre. La leggo come prima cosa appena mi capita in mano il venerdì che mia suocera mi porta o mi fa avere tramite altri.
La leggo, e quando ho finito quelle due pagine che il quotidiano fondato di Eugenio Scalfari le consegna bianche dal trentaquattro anni e realizzo che sto leggendo un numero che ha tre mesi di età, mi rallegro del fatto che mi spettano almeno altri undici numeri di posta del cuore già scritti. Un cuore che come quello dei maratoneti fa del ritardo un punto di forza e non un difetto.

TERRA BRUCIATA Se quando sei nato stavi per nascere in un Cinema, e ti hanno trascinato fuori con tua madre già in trava...
01/05/2026

TERRA BRUCIATA

Se quando sei nato stavi per nascere in un Cinema, e ti hanno trascinato fuori con tua madre già in travaglio prima del finale di “Irma la dolce” di Billy Wilder, non ti basterà scoprire anni dopo che Jack Lemmon è comunque riuscito, grazie al barista Moustache, a scagionarsi dal falso omicidio del proprio alter ego “Lord X” e a sposare Shirley MacLaine,…Non ti basterà mai nessun finale di nessun altro film visto da spettatore! Conserverai per il resto della vita la curiosità di conoscere anche tutti i retroscena delle trame, la vita degli sceneggiatori e dei registi!
Ti darai disponibile a vent'anni a fare da chaperon non pagato per la star dell'edizione del Festival del Cinema di Torino del 1988, e a doverlo scortare in locali underground di cui non avresti voluto neppure sapere l'esistenza. Solo per potergli chiedere di persona: “Ascolta Gus! Confessa! Per la tua “La mala noche” hai preso “La morte a Venezia” di Luchino Visconti e l'hai trasferita a Portland! Dimmi che è così! Tanto se non mi uccidi tu, mi ucciderà senz'altro il barman dietro il bancone che ha più borchie in faccia che mio nonno nella sua officina da fabbro!”.
Oppure sarai disposto a trent'anni a scioglierti fino al midollo e stare per ore, con un cappotto di lana indosso, appoggiato ad un termosifone acceso a palla per fare da comparsa ad un film di Daniele Segre sulla vita di un pittore internato per anni in manicomio.
Quindi, se a sessant'anni compiuti dovesse capitarti di incontrare un ragazzo di talento, che ancora minorenne ha vinto un premio cinematografico con un corto intitolato “La tabaccaia di Fellini” girato alle Case Fiat del paese in cui sei nato e cresciuto tu…Se dovessi parlarci di persona e lui ti dicesse: “Senti, avrei bisogno di girare una scena…una cena di amici…una tavolata…un notturno in un prato…il tuo prato…”, tu che fai? Gli dici di no?
Ma figurati! Irma la dolce gli direbbe di sì e tu lo sai benissimo!
E così lui arriva in un pomeriggio torrenziale di luglio con una torma di attrezzatura e troupe… e in dieci minuti il prato brulica di attività e preparazione del set.
Dopo venti minuti stai cercando cose a caso nei bauli di tua nonna. Tovaglie di tua zia, piatti di tua suocera, vassoi in falso argento di tua madre, lampade a petrolio che neanche sai di chi…bicchieri vuoti che in breve riempirai di vino… antizanzare per il primo attore che da angelo caravaggesco corre il rischio di trasformarsi in un appestato del Tintoretto e ciò renderebbe impossibili i primi piani!
Dopo due ore, la notte dei grilli è rischiarata e surriscaldata dagli spot da migliaia di watt, e tu, che sei in piedi dall'alba perché sei un contadino, cominci a vedere il perfezionismo del giovane regista come ciò che ti porterà alla morte.
Al centesimo ciak il tamarro di periferia che avevi per tanti anni sepolto in te viene resuscitato da quello giovane e volitivo che ti sta di fronte, e ti ricordi che entrambi siete nati e cresciuti in un quartiere dove per dimostrare che ti piaceva qualcuno gli incendiavi il motorino.
Lì la disputa artistica diventa tenzone e si sfiora la rissa.
Ma la scena è girata e la fotografia è perfetta. Perfetta in quelle inquadrature che a rivederle oggi ancora ti fanno sentire addosso la calura di quella estate torrida passata, appiccicosa come la placenta in cui ogni film in fondo nasce, anche se non lo hai visto per la prima volta nel grembo materno.
Un film che parla di incomprensioni inesprimibili ed amicizie critiche risanate dall'affetto autentico. Del desiderio di evasione dalle catene della terra che si vorrebbe bruciare, ma che è parte delle tue radici e che quindi non riesci e non puoi. Del destino periglioso a cui ogni legame affettivo è esposto ogni qual volta si tratta di un legame autentico.
Un film che avresti anche potuto non vedere mai, ma che sei invece contento di aver visto anche sul nascere.
Guardatelo!

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CENA DI SABATO 2 MAGGIO 2026PRANZO DI DOMENICA 3 MAGGIO 2026MENU Maritozzi salati Gattò di patate Insalata di mela, anan...
29/04/2026

CENA DI SABATO 2 MAGGIO 2026
PRANZO DI DOMENICA 3 MAGGIO 2026

MENU

Maritozzi salati
Gattò di patate
Insalata di mela, ananas e valeriana

Tajarin al pesto di fave

Straccetti di vitello con sedano, olive taggiasche e semi di girasole

Panna cotta alle rose

Menù fisso €34 a persona, caffè e vini esclusi
Bambini fino a 10 anni €15

Indirizzo

Regione Aprà, 7
Cinzano
10090

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