I Conti della Serva

I Conti della Serva azienda agricola e agriturismo con ristorazione e ospitalità in 3 camere con bagno e 1 appartamento agriturismo
(1)

CHINI DONAT PANI A CANI ALLENI, PERDIT TOTTU(Chi da pane a cane altrui, perde tutto. Proverbio sardo)La tradizione, in q...
02/09/2026

CHINI DONAT PANI A CANI ALLENI, PERDIT TOTTU
(Chi da pane a cane altrui, perde tutto. Proverbio sardo)

La tradizione, in qualsiasi campo la si insegua (cucina compresa) spesso sfocia nel campanilismo e non raramente nel razzismo stesso.
Lo so per esperienza. Un'esperienza fatta nel condominio di periferia in cui sono nato. Un palazzo in cui vivevano famiglie di diversa emigrazione e che quasi tutte gettavano nella colonna del pattume in gran segreto (considerando quella segretezza rispetto) i doni di cortesia che passavano da un cucinino all'altro.
Avveniva così.
La signora sarda del terzo piano portava alla signora calabrese, piemontese o marchigiana del secondo, primo e quarto piano (tutte con il miglior vestito addosso) dei mustazzeddu appena arrivati dal Iglesiente, della pasta di mandorle in carta oleata decorata a mano, delle pesche ripiene appena uscite dal forno, delle olive all'ascolana che erano state precedute da una fragranza di olio fritto che aveva colmato la tromba delle scale, e il piatto veniva passato di mano in mano sull'uscio che lasciava intravedere un pavimento lucidato a cera sul quale sembrava ovvio che non si sarebbe potuto fare camminare nessuno che arrivasse dal mondo esterno. Nell'accogliere l'obolo venivano recitati una serie di salamelecchi e smancerie infiniti.
Dopodiché il dono veniva posato sul ripiano tra il frigo e la radio, tra il portafrutta e il calendario di Frate Indovino, tra la foto del nonno e il cestino delle chiavi, e in tutte le rispettive case veniva detto in dialetti diversi ai bambini: “Mi raccomando non si tocca, non mangiate quella roba lì!”.
Questo, lo so per certo, non avveniva solo in casa mia! Perché se c'era una cosa a cui io da bambino puntavo, quanto un fuggiasco della DDR al salto del Muro di Berlino, era ad entrare nelle cucine della case altrui. E come solo certi atleti e ballerini russi erano riusciti a diventare cittadini francesi e statunitensi, io riuscivo a entrare nella cucina della signora Aurora, della signora Franca e della signora Nedda e a sembrare quasi uno di famiglia, uno che insomma con i “pattìni” di feltro poteva calpestare il pavimento dell'ingresso.
Questo lo facevo soprattutto perché nella cucina di mia madre l'evento culinario era al massimo la pizza Catarì del venerdì sera e il budino Elah del sabato. Di roba uscita da mani sporche di farina non ce n’era mai.
Quando i Mustazzeddu, le pesche ripiene, le olive all'ascolana cominciavano in territorio ostile ad avere l'aspetto che avrebbero con la prigionia assunto anche i soldati che erano stati un tempo bei ragazzi, si adduceva ovunque la scusa che: “Uh, che peccato, ormai sono andati! Li dobbiamo per forza buttare! Ma bambini, se incontrate per caso la signora X, ditele che erano buonissimi, mi raccomando!”.
E a quel punto io avrei voluto mettere una bomba nelle cantine del palazzo e vederlo crollare seduto sui tetti dei garage.
In realtà un giorno, avrò avuto circa nove anni, feci qualcosa che della bomba immaginaria finì per avere lo stesso risultato.
Quel giorno in cui mia madre era sotto la doccia, al suonare del campanello aprii io l'uscio di casa, anche se non ne avevo il permesso. E quando la signora Concetta mi porse l’orcio in coccio fatto a mano con dentro l'olio extravergine di oliva spremuto a mano da un suo cugino di Catanzaro, io le dissi: “La ringrazio, ma no. Non ce lo dia, perché verrà sicuramente buttato prima che io riesca ad assaggiarlo, anche se mi dispiace tantissimo”.
Seguirono settimane in cui io non potei uscire da camera mia e in cui mia madre rincorse la signora Concetta per le scale ogni volta che la incontrava. Settimane in cui il mio nome di fronte alle altre donne del palazzo veniva seguito e preceduto da mia madre da epiteti che non credevo sarebbe mai stata capace di pronunciare e che eppure riusciva con mia sorpresa a pronunciare benissimo.
Tuttavia la cosa funzionò e mia madre riottenne il manufatto che, a detta di tutti, io nella mia insania avevo disprezzato.
Dopodiché l'orcio venne tenuto per due settimane sul ripiano tra gli strofinacci della polvere e le mollette da bucato e un lunedì venne fatto sparire non si sa come per sempre, sia nel contenuto sia nel contenitore.
Io non se dipenda da questo o se comunque sarei diventato ugualmente col tempo il sessantenne che non riesce a scartare in cucina neppure i suggerimenti di un ragazzino olandese di sedici anni che mette nei suoi piatti da Influencer "Very Tasty” almeno dodici ingredienti per volta, di cui la metà potrebbero uccidere chiunque non abbia sedici anni.
Resta il fatto che io, a distanza di cinquant'anni, inseguo ancora nella mia fantasia e nei ricettari quei manicaretti che hanno avuto nel palazzo della mia infanzia solo l'occasione di un soprammobile, di un regalo sgradito, di un tentativo di integrazione culturale che non è mai riuscito a scalfire in nessuno, se non in me, il razzismo diffuso con cui veniva accolto.
Oggi quindi ho fatto il Mustazzeddu.
La ricetta l'ho presa da un cuoco di Iglesias che tiene un corso di cucina on line, e che a parte l'accento che aveva la Signora Aurora quando mi diceva: “Se ti vedo di nuovo arrampicarti sul tetto dei garage per andare a giocare nel cortile dell'altro palazzo, lo dico a tua madre”, parla in inglese con una proprietà di linguaggio degna di Kenneth Branagh.
Li mangeranno stasera dei tedeschi di Brema e anche mio figlio e mia moglie la cui unica diffidenza nei confronti del cibo di qualsiasi provenienza consiste in “Non c'è mica dentro del melone o del cocco?”. Diffidenza che per altro sono sicuro i commensali di Brema neppure avrebbero.
Quindi lo so che nel fare questi esperimenti io gioco facile, ma è già stato tanto difficile non avere mai potuto addentare i Mustazzeddu della signora Aurora che sono convinto che in fondo la libertà di provare a farli io stesso me la sono guadagnata.

VIVA LA TANGENTE EST!C'è ultimamente fermento.Diciamo che c'è da quasi quarant'anni.Diciamo che nel tempo ha avuto alti ...
01/09/2026

VIVA LA TANGENTE EST!

C'è ultimamente fermento.
Diciamo che c'è da quasi quarant'anni.
Diciamo che nel tempo ha avuto alti e bassi.
Diciamo che ultimamente siamo più sugli alti che sui bassi.
Diciamo che anni fa sembrava quasi una cosa ovvia, ma erano “purtroppo” finiti i soldi.
Diciamo infine che oggi sembra più che mai un'assurdità e speriamo invece che i soldi siano finiti davvero.
Ecco, sto parlando della Tangenziale Est di Torino, un’idea che è nata nel periodo di piena attività della FIAT e della spinta alla motorizzazione privata dell'Italia. Un progetto che per vari motivi, tra cui il non trascurabile ostacolo geografico di una collina alta e impervia, non è comunque mai stato realizzato. E a questo aggiungo io: “Menomale!”.
Lo so cosa pensano in molti.
Molti pensano che io dica questo perché me ne sto bello bello tra i boschi e non sono imbottigliato due volte al giorno sulla Tangenziale Ovest.
Bene, a costoro io dico che io ai bordi di quella tangenziale ci sono nato, che ho respirato per trent'anni la sua fragranza e che per almeno quindici ci sono stato imbottigliato sopra pure io.
Solo che io non ho mai pensato che la colpa fosse del fatto che non esisteva la Tangenziale Est. Non ho mai pensato che fosse colpa degli ambientalisti, della lobby dei coltivatori biologici, degli intellettuali in pensione che da viziati stavano chiusi in un buen retiro sulla collina a pi****re in testa ai poracci in tangenziale.
E non l'ho mai pensato perché spesso i poracci in tangenziale vedo che sono seduti come unico passeggero su un suv che costa come casa mia e fatturano anche il tempo che rimangono imbottigliati sulla tangenziale.
Non l'ho mai pensato perché i coltivatori biologici sono talmente una lobby che non sono riusciti nemmeno a impedire che per legge una zucchina biologica debba essere imballata in chilometri di cellophane (prodotto da chi è una lobby davvero) per essere venduta in un supermercato.
Non l'ho mai pensato perché se proprio devo trovare un responsabile dell’ingorgo quotidiano, penso che se in questa nazione c'è qualcuno che ha fatto sì che ci si debba ancora sempre muovere in auto in una città di due milioni di abitanti senza una vera metropolitana, e in una regione di cinque senza neanche più la rete ferroviaria che aveva meravigliosa cento anni fa, lo si debba, più che agli ambientalisti, a qualcuno che ha convinto molta gente che un orologio indossato sul polsino della camicia fosse eleganza (mentre diciamocelo: è una roba da betè) e a qualcun'altro che ha fatto carriera sputando su Roma, ma che una volta che a Roma c'è arrivato, ha cominciato da Roma a sputare sulla testa di tutti i pendolari.
Quindi, amici, concittadini, Romani, quello che potreste dirmi per darmi torto io già lo so. Perché sono anni che me lo sento dire da tanti.
Io però, oltre quello che ho sentito da parte di tutti coloro che sono a favore della Tangenziale Est (e anche da parte di tutti coloro che dati alla mano spiegano scientificamente quali sono le falle economiche, progettuali, legali e ambientali di quest'ultima variante di un annoso progetto), sento anche il silenzio. E nel silenzio sento il richiamo degli uccelli, sento i litigi degli scoiattoli, sento il crepitio delle foglie sotto i passi dei caprioli.
E mentre li sento a volte a meno di quattro chilometri dal centro di una metropoli che Le Corbusier ha definito “La città con la più bella posizione naturale del mondo”, so che li sento proprio perché nonostante una volontà un tempo cieca ma non abbastanza ricca economicamente, nonostante la corruzione che i soldi per qualunque orrore sempre lì trova, e nonostante la cecità di chi ha dato il suo voto a favore di uno dei peggiori governi che questa nazione abbia mai avuto, la Tangenziale Est a Torino non c'è.
Quindi ho formulato una speranza, quella speranza che questa nazione mi dà da sempre.
Spero che tutti i soldi che si sono alla fine trovati per mandare avanti questo progetto finiscano tutti nelle solite tangenti, nelle solite consulenze affidare agli amici di amici. Che finiscano in inizio di cantieri abbandonati da società spesso fittizie sui quali in dieci minuti cresceranno rovi le cui spine saranno solo la corona che questo progetto si merita da sempre.
Perché se esiste tutta una mentalità che su una croce ha costruito il suo potere, è ora che cominci a considerare che esiste oltre alla crocifissione anche una deposizione e una sepoltura. E che questo vale anche per certi progetti.
E soprattutto, se si vuole parlare davvero della rinascita di una città, bisogna aspettare che il masso davanti sepolcro in cui è stata per anni chiusa, sia tolto dal di dentro e non solo superficialmente dal di fuori con una ruspa.

https://www.notangest.altervista.org/joomla%204-5/index.php/it/

SI PUÒ SEMPRE ANDARE OLTRE Non so disegnare e non ho mai imparato a farlo. Nonostante abbia avuto un padre che mi disegn...
30/08/2026

SI PUÒ SEMPRE ANDARE OLTRE

Non so disegnare e non ho mai imparato a farlo. Nonostante abbia avuto un padre che mi disegnava le storie della buonanotte invece che raccontarle e nonostante mio fratello da talento naturale infantile sia diventato crescendo un grafico pubblicitario (che se solo lasciavi un quaderno incustodito te lo riempiva di cavalieri, armigeri, aeroplani e tu prendevi 5 per cattiva condotta).
Mio figlio disegna infatti quotidianamente da quando è nato e sembra la somma di mio padre e mio fratello.
Insomma, il talento del disegno sembra aver saltato solo me.
Tuttavia c'è una forma di figurazione grafica che mi appartiene e che con il disegno ha alcuni specifici tratti in comune.
Condivide infatti con esso la visione astratta della realtà e il senso del movimento. Il progetto in cui la preesistenza lascia spazio a un'idea di futuro. E soprattutto gode della possibilità di rappresentare la tridimensionalità senza ricorrere alla difficilissima prospettiva.
Ovviamente non sto parlando di arte, ma di cartografia e mappe di viaggio.
Ho cominciato ad amare la geografia durante l'ora di religione delle elementari.
Sulla sinistra del prete che prometteva a quelli come me l'inferno, era appeso un planisfero. Io lo fissavo cercando una via d'uscita da quella classe e in pochi secondi mi sentivo un'aquila sui Monti Urali con tutta l’Asia e l'Europa ai miei piedi.
Ancora oggi se mi trovo di fronte a una carta geografica non riesco a non fissarla, e oltre a vedere in essa ciò che la matematica applicata ha ritratto nei secoli in maniera sempre più precisa, non riesco a non notare il punto di vista che ogni cartografo ha impresso, in maniera talvolta inconsapevole, nel suo lavoro.
Che si tratti dei centoventi metri della Galleria delle Carte Geografiche dei Musei Vaticani o di Google Earth, mi appare evidente che nessun geografo è riuscito a non parlare di sé, quanto non c'è riuscito il famigerato pirata capitano Nathaniel Flint nella mappa del “L'isola del Tesoro” di Stevenson.
Quindi, mi sento pienamente nel diritto di asserire che chiunque decida di seguire una carta disegnata da qualcuno, deve essere disposto a lasciarsi trasportare in un'avventura quanto Jim Hawkins, il ragazzo che trovò nel romanzo la mappa del tesoro in un baule.
Dico questo perché, se qualcuno in questo nostro agriturismo oggi mi si chiede un'indicazione stradale per una gita tra le colline, non è solo di dove mangiare, di dove comprare una bottiglia di vino o un souvenir che io posso limitarmi a parlare. Io, che voi ne capiate l'importanza o meno, è dell'ora in cui vi dovete trovare in quel preciso punto per vedere il tramonto dietro alle Alpi che vi dico. È dell'opportunità dell’avere il sole alle spalle per vedere i vigneti del Monferrato arrivare fino all'Appennino. Da che parte dovete guardare per avere la chiara sensazione che la pianura del Chierese è più alta delle colline a sud, e che se, andando verso Buttigliera da Moriondo guardate alla vostra sinistra, ancora vi sembrerà di essere sul bordo di una scogliera ai piedi della quale milioni di anni fa si infrangeva un mare che ha lasciato oggi solo conchiglie tra i campi e le vigne.
Io, mentre vi sto disegnando in diretta la strada, vi dico che non c'è bisogno di essere credenti per vibrare di fronte alle decine di cappelle dedicate a San Rocco che incontrerete cadenti ma piene di fiori di plastica sulle cosiddette strade bianche, perché ancora oggi parlano di pestilenze e riti taumaturgici.
Se vi indico i numerosi ritratti di dubbia fattura di Don Bosco che ornano facciate e interni di chiese lungo la strada che va da Castelnuovo a Torino, non è per il loro valore artistico. Ma perché parlano dal passato di un progetto che credeva nell'istruzione per i giovani per emanciparli dall'ignoranza e dall'abuso sociale, prima che ci credesse lo Stato stesso! E quel progetto è stato disegnato proprio qui vicino, su un foglio di carta come il mio da un uomo che non sapeva disegnare meglio di me, ma che i disegni dall'alto li sapeva interpretare. E visto che a distanza di duecento anni sembra che lo Stato abbia ricominciato a non crederci, io dico che dirvi questo, anche se volevate solo informazioni sul distributore di benzina più vicino, è importante.
Forse però è troppo. Forse, il fatto che io mi impegni a dire certe cose e a disegnarle senza talento sulle tovagliette su cui state facendo colazione è, come dice mia moglie, esagerato.
Che per di più mi metta pure a tradurlo in altre lingue che parlo approssimativamente, come dice mio figlio che le parla molto bene, è addirittura ridicolo.
Ma non ci posso fare niente, a me le mappe spuntano dalle mani come la tela a Spiderman. Per qualcuno può risultare una trappola, ma per altri può essere una salvezza.
Spesso capita che qualcuno alzandosi dal tavolo prenda il foglio, lo pieghi e lo metta in tasca ringraziandomi tantissimo.
Forse,come dice mia moglie, lo fa perché “quando fai Marco Polo fai un po' paura”.
Talvolta invece qualcuno di più coraggioso, o forse indifferente, lascia lì il foglio e si avventura per strada dicendomi: “Bel disegno, lo tenga per il prossimo cliente che le chiederà un informazione. Io ho il navigatore satellitare”.
Quello che però solo raramente capita, è che qualcuno capisca che io non disegno ripetutamente il rilievo del mondo che mi circonda così com'è, ma un’idea di viaggio costruita specificatamente per chi ho di fronte. E quindi, quanto non è vero che quello che ho fatto è un bel disegno, altrettanto non potrò darlo a nessun altro, esattamente come la fetta di torta per cui sono stato ringraziato, ma che poi è rimasta lì.

ALWAYS THE SAME DREAMC'era una volta una breve trasmissione televisiva messa lì tra un tg e le previsioni metereologiche...
28/08/2026

ALWAYS THE SAME DREAM

C'era una volta una breve trasmissione televisiva messa lì tra un tg e le previsioni metereologiche che si chiama "L'almanacco del giorno dopo". Dopo una sigla, in cui un rondò rinascimentale faceva da colonna sonora a delle incisioni del diciassettesimo secolo dei mesi dell'anno, ti diceva cose tipo: "Oggi 28 agosto morì Sant'Agostino, nacque l'Harley-Davidson, Mussolini prigioniero venne trasferito sul Gran Sasso d'Italia, il torero Manolete venne ferito a morte e una Freccia Tricolore si schiantò su una folla di sfortunati spettatori tedeschi". Insomma una cosa tipo "Hai ricordi da rivivere oggi" di Facebook ma di senso un po' più ampio.
Nell'almanacco del giorno dopo però la voce era sempre indifferente ai drammi come alle gioie. Cioè, non si capiva quanto fosse tremendo il fatto che io avessi dovuto tradurre Agostino dal latino per una f***e professoressa beghina che voleva anche che aggiungessimo la parola "santo" tutte le volte che nel testo laico di letteratura incontravamo il nome del vescovo di Ippona.
Non si capiva quanto fosse stupido, oltre che terrificante, un incidente aereo in cui già solo lo spreco di carburante era un delitto.
E neppure si capiva quanto l'Harley-Davidson senza Dennis Hopper e Peter Fonda fosse in fondo soltanto una motocicletta come le altre.
Ma a me quella breve parentesi dal presente piaceva lo stesso perché mi dava il senso ciclico e contemporaneamente evolutivo dello scorrere del tempo.
Ogni tanto poi capitava che trasmettessero un video e io ne ricordo uno tra tutti, questo. Questo che parlava di un 28 agosto specifico in cui una frase sarebbe rimasta impressa nelle coscienze in eterno.
Ricordo il tono profetico, direi quasi ieratico, in mezzo a una folla di gente vestita tutta uguale ai miei parenti nelle foto del mio battesimo avvenuto solo un paio di mesi dopo quell'evento. E ricordo quello che provai pensando che quel giorno, anche se ancora non respiravo, il mio cuore già batteva. E ricordo quello che provai ascoltando per intero quel discorso di cui conoscevo solo l'incipit, perché lo provo tutte le volte che ascolto quel discorso e penso: "Oggi é il giorno di un sogno grande, ma lo sono sempre tutti. I giorni e i sogni".

I Have a Dream" is a public speech that was delivered by American c...

SOLO CASTELLI DI SABBIA Molti pensano che i tutorial “della qualunque” su internet siano solo un mezzo della rete per fa...
25/08/2026

SOLO CASTELLI DI SABBIA

Molti pensano che i tutorial “della qualunque” su internet siano solo un mezzo della rete per fare soldi. Che siano una forma di intrattenimento a basso costo per la produzione e per un basso uso di cervello da parte del pubblico.
Io invece non ne sono così convinto.
Devo ovviamente però fare il giusto distinguo.
Se ad esempio guardo un tutorial sui nodi marinari, è come se trovassi una formula matematica irrisolta nel corridoio della scuola in cui Will Hunting sta lavando il pavimento. Insomma tanto varrebbe dire a Will: "Dammi il mocio che qui faccio io e tu occupati del genio che non ho".
Infatti, se riesco a capire dai primi tre secondi di visualizzazione come fare un raviolo cinese, un babaganoush libanese o un syrniki russo senza averli mai nemmeno assaggiati, coi nodi marinari invece sono ancora sempre allo stesso punto di quando mio padre mi costrinse a forza a sette anni a frequentare la scuola velica della spiaggia invece di lasciarmi costruire castelli di sabbia con la paletta e il secchiello per le bambine.
Insomma, se non riesci a distinguere la destra dalla sinistra senza scriverti la mano, dopo dieci minuti ti sei legato dalla testa ai piedi con la tua scotta come un ammutinato da gettare a mare, e sei in mezzo a ragazzini che si sentono tutti ammiragli, in mare ti ci buttano davvero.
Quando infatti l'altra mattina mio figlio è tornato a casa con l'auto con i finestrini bloccati aperti, e non c'era verso di farli né salire né scendere, io l'ho capito subito che sarei finito come Aldo del trio “Aldo, Giovanni e Giacomo” appeso ad una roccia a piangere.
Tuttavia, dato che uno ci deve provare comunque, per prima cosa ho digitato su Google “finestrini elettrici bloccati” e lì ho trovato tutta una serie di ragazzi e ragazze che assomigliavano più a dei modelli di Vanity Fair che ai meccanici che ricordavo io, e che in trenta secondi risolvevano qualsiasi tipo di inconveniente tecnico ad una velocità che neanche al rallentatore riuscivo a capirci niente.
Quindi ho deciso di provare la seconda via, quella che uso da quando da bambino mi cadeva la catena della bicicletta in cortile e, nonostante io fossi il più vecchio dei due, era sempre mio fratello a rimettermi in sella.
L'ho chiamato mentre lui stava infatti per iniziare la procedura di decollo di un Boeing ancora a terra nell'aeroporto di Malpensa, seduto al comando dell'aeromobile visto che ne era il pilota (dalla catena della mia bici ne ha fatta di strada), e lui esattamente come i beefcake di YouTube, dopo avermi solo chiesto il modello dell'auto e l'anno di immatricolazione, ha cominciato a sciorinare cose tipo “fusibile”…”scatola sotto plancia”…”n.1…30 ampere”. Al che io ho ringraziato e mi sono intrufolato sotto il volante dell'auto ferma in cortile per scoprire, solo dopo avere cercato ovunque, che i gatti, approfittando dei finestrini aperti, avevano trovato la scatola dei fusibili sotto plancia ben prima di me e ci avevano pisciato sopra.
A quel punto ho avuto la tentazione di fare altrettanto, anche perché di aprire quella cosa nascosta in un posto così scomodo (manco fosse stato un carico di eroina) non mi riusciva proprio.
Alla fine ho pensato che l'unica via che potevo percorrere era quella sulla quale il tutorial lo avrei potuto girare io: quella che ha preso oggi nella mia vita il posto dei castelli di sabbia sulla spiaggia per le bambine.
Ho insomma chiamato una donna per la quale ho tenuto tempo fa un corso di cucina e che dirige per lavoro una catena di officine meccaniche con la maestria che io ho solo nel trasformare uova e farina in tajarin.
Le ho detto: “Scusa se ti disturbo ad agosto, ma non ce la faccio a farcela. Io andrei anche in giro con i finestrini aperti fino a gennaio, ma mio figlio e mia moglie non sono d'accordo. Puoi fare qualcosa per me?”.
Lei in tre minuti mi ha risposto, mi ha trovato un meccanico che era in vacanza ma che ha aperto apposta per me.
Il meccanico il problema me lo ha risolto con una notte di mezzo e quindi ho dovuto lasciargli l'auto.
Ho dovuto anche fare un'altra telefonata per farmi ve**re a prendere.
Ho chiamato una donna per la quale costruisco castelli di sabbia da trent'anni dicendo: “Ho dovuto lasciargli l'auto, ma se vuoi vengo a casa a piedi, sono solo dieci chilometri” e lei mi ha risposto “Dammi mezz'ora e arrivo. Mentre sei lì che mi aspetti, compra il latte per Luca e lo Yogurt per me. Tanto sono sicura che anche se dovevi solo andare dal meccanico sei uscito di casa con un frigo portatile e due glacette per l'evenienza. Vengo a prenderti al supermercato più vicino a te”.
E infatti, esattamente come ho sempre avuto un castello di sabbia in spiaggia, il frigo e le glacette nel bagagliaio ce li avevo.

TITOLO: FACEBOOK MI SUGGERISCE DI PUBBLICARE UN POST OGNI GIORNO PER MANTENERE ALTO IL FEED, MA IO NON POSSO PARLARE SOL...
23/08/2026

TITOLO: FACEBOOK MI SUGGERISCE DI PUBBLICARE UN POST OGNI GIORNO PER MANTENERE ALTO IL FEED, MA IO NON POSSO PARLARE SOLO E SEMPRE DI CIBO

Oggi è domenica e quindi, per quanto lavoro ci sia da fare sempre, ho cominciato la giornata con un caffè e un giornale.
Un giornale a caso, nonché un giornale vecchio. Tanto non è che se sono informato sull'ultima notizia, poi posso cambiare il mondo dalla mia cucina tra i boschi.
L'articolo in questione parlava di un altro articolo, cioè di un articolo apparso sul quotidiano “Il Tempo” che a grandi lettere accusava un professore di lettere classiche di un liceo di Roma di avere fatto della propaganda faziosa pro-Gaza durante una lezione e di conseguenza di avere subito una giustificata ispezione ministeriale.
L'articolo che stavo per l'appunto leggendo io, mentre il caffè si raffreddava (a me il caffè bollente non piace e quindi lo prendo vecchio come gli articoli di giornale) chiariva poi che il messaggio pro-Gaza consisteva invece in un messaggio privato su WhatsApp alla classe, in orario non scolastico, in cui il professore incitava gli alunni a non dimenticare Gaza, come qualsiasi altro sterminio o conflitto a sfondo etnico avvenuto nella Storia e studiato attraverso la lettura in classe.
L'articolo che io stavo leggendo io, insomma, chiariva quindi che né l'istruttoria né l'articolo de “Il Tempo” (che tra l'altro aveva scritto il suo articolo in seguito a un invio anonimo della chat privata del professore alla sua redazione) avrebbero avuto luogo di esistere, ma che invece tutto l'accaduto offriva a tutti molti spunti di riflessione sull'uso che veniva fatto nel presente del potere istituzionale e dei mezzi di informazione.
Io personalmente penso le stesse cose che pensa il professore inquisito. Penso addirittura che la sua frase incriminata avrebbe potuto essere degnamente spunto di una lezione in classe, tanto più che a livello mediatico le conseguenze sono state assolutamente le stesse.
Sono però certo che ciò che dico sia da un punto di vista istituzionale un errore, da un punto di vista istituzionale e anche di risultato.
Lo dico perché sono stato studente di liceo in un epoca in cui i miei professori subivano spesso ispezioni e controlli per il messaggio, talvolta addirittura politico, contenuto nelle loro lezioni, da parte di genitori di idee opposte e anche da parte del Provveditorato.
Ricordo però un professore, anzi una professoressa, che al di là del suo potenziale altamente “fazioso”, come lo definirebbe oggi “Il Tempo”, riuscì un giorno a dribblare ogni forma di inquisizione partendo dalla copertina del libro dell'Eneide che avevamo tutti sul banco.
E lo fece anche se la Letteratura Latina non era la sua materia di insegnamento, anche se all'epoca Gaza era solo uno di quei problemi ancora in sviluppo embrionale, erano solo gli anni ‘70 (anche se Natalia Ginzburg aveva in un'intervista privata già parlato di genocidio palestinese esattamente come ha fatto oggi il professore di Roma, e Natalia Ginzburg vantava pure origini ebraiche).
La donna in questione aveva quel giorno in programma una lezione sul Triumvirato, ma sul muro della scuola, tra le altre scritte altamente provocatorie, ma tutte di chiara connotazione politica, era comparsa questa che aveva come unico spunto l'odio razziale, e l'odio razziale a Torino negli anni Settanta suonava così: “VIA I TEXXONI DAI BANCHI DI SCUOLA PERCHÉ SONO SPORCHI!”
Io sono abbastanza convinto che una scritta come quella, sul muro di una scuola pubblica, avrebbe meritato l’articolo di un quotidiano e anche un'ispezione come quella subita ingiustamente dal professore del liceo di Roma, ma la cosa non avvenne.
Ciò che invece capitò fu che la nostra professoressa di Storia e Filosofia entrò in classe nella sua ora e, prima che noi ritirassimo sotto il banco le nostre copie dell'Eneide, rivolgendoci come sempre la parola alla terza persona plurale, in modo da evitare di scendere con noi alunni in un pericolosissimo già allora rapporto privato, disse:
“Loro tutti tengano il manuale di latino ancora qualche minuto sul banco e ne guardino bene la copertina. Spero innanzitutto che chi si è occupato di torturarvi fino a ora sulla “gravitas” stilistica di Virgilio dell'Eneide vi abbia anche detto che quell'immagine è il ritratto che Raffaello Sanzio ha fatto di Enea, del padre Anchise, del figlio Ascanio e della moglie Creusa.
Io però oggi esorto loro a guardare solo l'immagine. Il vecchio umiliato sulla schiena di un uomo adulto, un vecchio di una cultura arcaica in cui “il vecchio” era l'elemento raro e venerabile, il che rende la drammaticità della scena al pari di quella di un bambino ferito in una qualsiasi guerra del giorno d'oggi.
È probabile che loro considerino il testo che hanno di fronte una cosa molto noiosa, e che a parte qualche pagina di bellissima poesia sull'amicizia e sull'amore, quel testo sia il tormento di un qualsiasi adolescente della vostra generazione.
Certamente è stato scritto per incensare il potere e per dare una nobiltà di origini a chi ancora non ce l'aveva, e anche per dire a chi ancora ricordava gli orrori della Guerra Civile allora recente, che esistono guerre in cui si vince con la pietà! Ma questo inchino al potere e al successo di pubblico nell'immagine di Raffaello non c'è, come non c'è mai nella realtà di nessuna guerra e soprattutto in nessuna guerra a sfondo etnico. Una guerra a sfondo etnico, per quanta giustificazione storica o scientifica ci si sforzi di trovare, è sempre e solo una frase ignorante e volgare scritta sul muro di casa di qualcuno, qualcuno sempre diverso. Diverso dalla maggioranza, e diverso di volta in volta.
La sola cosa che mi viene da ricordare a tutti coloro che trovano evidente da che parte stare in una guerra è che in quel ritratto di Raffaello c'è un guerriero che da vincitore è diventato esule, da ricco è diventato povero e da mediorientale è diventato italico.
Ordunque, invece di inneggiare a una parte o a un’altra in una guerra in cui scorre un sangue che potrebbe risultare il nostro, potrebbe essere più proficuo smettere di trattare da invasore qui colui che consideriamo oppresso là, e da xenofobo colui che continuiamo ad additare per la sua stirpe qua”.
La lezione proseguì poi sul Triumvirato del quale oggi ricordo giusto che il primo fu con Cesare, Pompeo e Crasso e di tutto il resto farei scena muta, anche se al liceo in Storia ero bravissimo.
Però le parole di una donna eccezionale riguardo alla copertina dell’Eneide le ricordo alla lettera. Come ricordo alla lettera anche la frase xenofoba sul muro della mia scuola. E questo perché secondo me sono assolutamente degne di ricordo entrambe. Perché l'eccellenza è degna di essere ricordata quanto la vergogna.
Per cui, a costo di incorrere nella stessa ispezione del professore di Roma, io direi che vale la pena di non dimenticare Gaza e neppure l'articolo indegno del quotidiano “Il Tempo”. Perchè se è vero che la pace non si fonda sulle parole, una guerra invece a parole la si comincia sempre.

Indirizzo

Regione Aprà, 7
Cinzano
10090

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando I Conti della Serva pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'azienda

Invia un messaggio a I Conti della Serva:

Scelte rapide

Condividi

Digitare