14/08/2017
Il Tempio dorico dell’acropoli detto di Ercole a Cora, Cori (Lt)
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Il tempio, posto sul punto più elevato della città antica di Cora, occupa l’angolo sud-orientale di un sistema di terrazze raggiungibili attraverso un complesso di rampe che, sostenute da muri in opera poligonale, correvano in antico lungo l’asse delle attuali Via Veneto – Cavour – Piranesi.
Il tempio pur conservato in buone condizioni, pone notevoli problemi ricostruttivi. La parte più bassa del podio oggi visibile, in opera incerta con angoli in blocchi squadrati, era in origine interrata; la parete esterna della cella, come si vede in disegni di Antonio Sangallo il Giovane e Giovan Battista Piranesi e in alcune fotografie dell’immediato dopoguerra, era decorata da pilastri di cui oggi non rimane traccia. Per la cella Piranesi documentava anche un podio con rivestimento e cornici, probabilmente applicati, di cui oggi non rimane più traccia. La profondità dell’aula è ricostruibile in base all’interasse dei pilastri: ipotizzando in simmetria con il pronao, l’esistenza di quattro pilastri, la cella, di forma quasi quadrata, avrebbe avuta una profondità di 6.80 metri. Le colonne del pronao poggiano su tamburi di travertino inseriti nel podio di calcestruzzo per la profondità di 2.40 metri. Il podio era originariamente rivestito con lastre e cornici. Nella parte frontale era una scala che raccordava il livello del tempio con quello della terrazza. Di questa scala non rimane traccia ma, sulla base di altri esempi, è possibile ricostruire 13 gradini per una larghezza di 3.50 metri. Il tempio costruito in travertino e originariamente rivestito di stucco colorato, è caratterizzato da un ordine dorico con colonne molto snelle poggiate su piccole basi e coronate da capitelli piuttosto piccoli. Nell’architrave la disposizione e le dimensioni delle metope tendono ad equilibrare la posizione dei triglifi d’angolo rispetto all’asse delle colonne angolari (uno dei problemi fondamentali dell’architettura dorica).
Le lastre della cornice, con decorazione di 3x6 mutuli, raggiungono il timpano; sui lati si trovano gocciolatoi a testa leonina in posizione ritmata rispetto all’intercolumnio.
Nel pronao è visibile al grande porta della cella sormontata dall’iscrizione e da una cornice sorretta da due mensole a volute. Nell’iscrizione si diche che i ‘duumviri’ M. Manilio, figlio di Marco e L. Turpilio, figlio di Lucio, secondo un decreto del Senato di Cori, avevano iniziato e collaudato la costruzione del tempio. Il pronao doveva presentare un pavimento in lastre di pietra o in mosaico ed un tetto a cassettoni lignei; i battenti della porta della cella, pure di legno, dovevano essere riccamente decorati. Anche nella cella, ove si trovava la statua di culto, è possibile ipotizzare un pavimento in mosaico e un tetto cassonettato e forse anche pareti decorate da pitture.
L’edificio si può datare, sulla base del materiale da costruzione, della tecnica edilizia e dello stile architettonico – in special modo della cornice della porta e dell’architrave – alla metà del II sec. a.C.
Ad una precedente fase del santuario appartengono alcuni frammenti di decorazione di rivestimento in terracotta di una costruzione in legno e numerosi materiali votivi databili a partire dal IV sec. a.C.
Il tempio si ritiene tradizionalmente dedicato ad Ercole. Sono prove decisive, e solo in base al vicino rinvenimento di una iscrizione con il nome del dio, l’attribuzione rimane problematica anche considerando che sulla stessa terrazza doveva trovarsi un altro tempio, indiziato da alcuni materiali architettonici e dalla posizione eccentrica riservata al tempio dorico.
Nel complesso si tratta di un santuario modesto ma molto raffinato nel contesto dell’urbanistica cittadina. L’architettura del tempio testimonia un adattamento con soluzioni particolarmente originale dei moduli architettonici greci che non trova confronti a Roma.