12/10/2025
• COMUNICATO UFFICIALE •
Aviosuperficie Franca – Cotronei (KR)
Data: 8 ottobre 2025
• DA UN SEMPLICE FUORI PISTA AL DISASTRO ECONOMICO: IL CASO “AVIOSUPERFICIE FRANCA”
Cotronei (KR) – Tutto nasce da un piccolo “fuori pista” di un velivolo ultraleggero.
Un episodio comune, risolvibile con una nota tecnica.
Eppure, in Calabria, quell’evento si è trasformato in un terremoto giudiziario: il sequestro dell’Aviosuperficie “Franca” e il blocco di un’economia locale che valeva svariate decine di milioni di euro.
Oggi, dopo anni di battaglie legali, la pista è stata dissequestrata.
Ma il danno economico, umano e morale resta una ferita aperta che ha colpito non solo me, ma tutta la mia famiglia.
• L’INCIDENTE
La mattina del 17 luglio 2023, intorno alle 11:00, le condizioni meteorologiche sull’area di Cotronei erano ideali per il volo: cielo sereno, vento debole e visibilità ottima.
Il pilota G.A. ai comandi di un Flight Design CT2K con marche I-7032, stava effettuando un volo a vista (VFR) con un passeggero e i bagagli per un soggiorno turistico settimanale.
Come previsto dal D.M. 01.02.2006, l’utilizzo dell’aviosuperficie era stato preventivamente concordato con il gestore.
Il velivolo ha impostato l’avvicinamento per la pista 13, dichiarata libera da ostacoli o persone, come confermato dai testimoni presenti a terra.
Il contatto con la pista è avvenuto regolarmente ma più lungo del punto ottimale di atterraggio.
Per evitare una runway excursion, il pilota ha deciso di riattaccare.
A quel punto sono intervenuti due fattori determinanti:
1. Pieno carico del velivolo – passeggero, bagagli e carburante all’80% della capacità;
2. Density altitude elevata, che riduce portanza e potenza nelle giornate calde.
Il velivolo, pur mantenendo il controllo, non ha potuto guadagnare quota sufficiente ed è terminato nella vegetazione oltre l’area di sicurezza.
Nessun ferito, nessun danno a terzi, nessuna perdita di carburante.
Un classico incidente di fattore umano, come riconosciuto in qualsiasi contesto aeronautico.
Il D.M. 01.02.2006, art. 11, attribuisce infatti al pilota la piena responsabilità delle operazioni di volo.
Definire questo episodio un “disastro aviatorio” è tecnicamente e giuridicamente scorretto: si è trattato di una riattaccata non riuscita, conclusa in sicurezza.
• DALL’INCIDENTE AL SEQUESTRO: QUANDO IL BUON SENSO SI TRASFORMA IN SOSPETTO
Pochi giorni dopo l’incidente, ciò che avrebbe potuto chiudersi come una semplice annotazione di routine si è trasformato in un caso giudiziario surreale.
Un episodio privo di feriti, danni o irregolarità strutturali è stato trattato come un disastro aereo.
Dopo una verifica superficiale e frettolosa, ciò che era un normale incidente di volo è diventato il pretesto per un’azione sproporzionata: nel giro di poche ore, l’Aviosuperficie “Franca” si è ritrovata sotto sequestro preventivo, come se rappresentasse un pericolo pubblico.
È stato il punto più basso di un sistema che, invece di proteggere chi crea valore, ha scelto la via più semplice e distruttiva: punire per dimostrare di esistere.
Un apparato giudiziario e di polizia che avrebbe dovuto analizzare i fatti con equilibrio, si è comportato come un meccanismo punitivo più interessato alla scena che alla sostanza.
Le autorità locali hanno agito con una rigidità quasi teatrale, più attente all’immagine del rigore che alla ricerca della verità.
Hanno trattato un piccolo incidente come se dietro ci fosse un reato, confondendo la prudenza con la repressione.
Invece di cercare soluzioni proporzionate — come un accertamento tecnico o prescrizioni correttive — si è scelta la misura più pesante: il sequestro totale, immediato e mediaticamente eclatante.
“Siamo stati trattati come colpevoli senza processo.
È stato un atto punitivo, privo di logica e proporzione.
Nessuno ha voluto capire, nessuno ha voluto ascoltare.”
— Giovanni Baffa
La mia famiglia ha subito un abuso profondo, non solo economico ma anche umano.
Chi avrebbe dovuto garantire equilibrio e discernimento ha preferito chiudere gli occhi davanti alla verità, alimentando un clima punitivo e distruttivo.
Il risultato è stato devastante: un’infrastruttura strategica bloccata, decine di posti di lavoro congelati, milioni di euro di investimenti azzerati, un territorio privato del suo fiore all’occhiello.
Tutto questo, senza che esistesse alcuna prova concreta di pericolo o illegalità.
• LA PERIZIA CHE HA RIBALTATO LA REALTÀ: QUANDO LA TECNICA DIVENTA STRUMENTO DI CONDANNA
Al centro di tutta la vicenda c’è una perizia tecnica che, nelle intenzioni, doveva fare chiarezza.
Invece, ha finito per falsare la percezione dell’intero caso, diventando la leva con cui si è giustificato un provvedimento distruttivo.
La relazione del Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) nominato dal Tribunale, chiamato a valutare la regolarità dell’Aviosuperficie “Franca”, avrebbe dovuto essere un documento neutrale e tecnico.
Ciò che è stato depositato, invece, è apparso come una costruzione interpretativa, sbilanciata e priva di fondamento concreto.
Dove mancavano irregolarità, la perizia ha creato dubbi.
Dove esistevano prove di conformità, ha minimizzato o omesso.
E dove c’erano scelte di sicurezza superiori alla norma, le ha definite “criticità”.
Un esempio emblematico riguarda le maniche a vento: la normativa ne prevede una, ma l’Aviosuperficie “Franca” ne aveva installate tre per maggiore sicurezza.
Il CTU ha indicato come “mancanza” il fatto che una fosse temporaneamente assente, omettendo di specificare che le altre due erano perfettamente operative.
Un dettaglio irrilevante, gonfiato fino a sembrare una violazione.
Questa impostazione ha offerto una base apparente per il sequestro, permettendo di giustificare un atto sproporzionato e dannoso.
È il punto più grave di questa vicenda: la tecnica trasformata in pretesto, la competenza piegata all’arbitrio.
• UN’INFRASTRUTTURA STRATEGICA DISTRUTTA: L’OCCASIONE CHE LA CALABRIA HA RISCHIATO DI PERDERE
L’Aviosuperficie “Franca” non era un semplice campo di volo.
Era una piattaforma di sviluppo industriale e tecnologico, un punto di connessione tra innovazione, impresa e territorio.
Un luogo dove la Calabria stava finalmente dimostrando che anche qui è possibile costruire futuro, lavoro e valore.
Per questo, la struttura era stata scelta da Leonardo S.p.A. – Divisione Elicotteri, colosso dell’aerospazio nazionale, come base per attività sperimentali, test e addestramenti.
Una collaborazione storica, che dava dignità e credibilità al territorio.
Poi, improvvisamente, il sequestro.
Tutto bloccato.
Riunioni sospese, contatti interrotti, e l’imbarazzo di dover spiegare a un partner internazionale come un’infrastruttura pienamente regolare potesse essere chiusa per un eccesso di burocrazia.
“Abbiamo provato vergogna, non per colpe nostre, ma per un Paese che non sa difendere le sue eccellenze.
Come si spiega a un gigante dell’aerospazio che un’infrastruttura perfettamente conforme venga fermata per un eccesso di zelo?”
— Giovanni Baffa
Un’occasione irripetibile, cancellata da un atto sproporzionato e distruttivo.
La Calabria ha rischiato di perdere un treno che non passa due volte.
• IL DISSEQUESTRO: LA VERITÀ RISTABILITA
Dopo anni di silenzi, di udienze, di porte chiuse e di risposte rinviate, la giustizia ha finalmente parlato.
Il Tribunale ha disposto il dissequestro integrale dell’Aviosuperficie “Franca”, restituendo ciò che non sarebbe mai dovuto essere tolto: la libertà di lavorare, di costruire e di credere nel futuro.
È stato come aprire le porte di una prigione ingiusta: la struttura, lasciata per mesi al silenzio, è tornata viva, restituendo dignità a un luogo simbolo di lavoro e resistenza civile.
“Quel giorno non è stato un giorno qualsiasi.
Era come se l’aria stessa ci restituisse il diritto di esistere.
Nessuno potrà capire cosa significa vedere il proprio lavoro sigillato, le proprie idee trattate come un crimine, e poi, finalmente, sentire che la verità ha vinto.”
— Giovanni Baffa
Il dissequestro ha confermato l’assenza totale di irregolarità sostanziali e l’assoluta conformità tecnica della struttura.
Non c’era nulla di pericoloso, nulla di illegale.
Solo un’infrastruttura efficiente e una famiglia che, pur colpita e umiliata, non ha mai smesso di credere nella giustizia.
“Questo dissequestro è la prova che avevo ragione — ma anche la prova che in Italia la verità deve combattere contro un muro di burocrazia e diffidenza.
È una vittoria amara, perché arriva dopo che tutto è stato distrutto.
Ma almeno oggi posso guardare i miei figli negli occhi e dire che non mi sono piegato.”
— Giovanni Baffa
Oggi l’Aviosuperficie “Franca” torna ad essere un simbolo di rinascita.
Dove prima c’erano sigilli, ora ci sono nuovi progetti, nuove opportunità e la certezza che la verità, per quanto tardi, sa sempre come ritrovare la sua strada.
• LE MIE INTENZIONI: UN ATTO DI GIUSTIZIA, NON DI VENDETTA
Domanda: Dopo il dissequestro, molti si sarebbero accontentati di tornare al proprio lavoro e chiudere una pagina dolorosa. Lei, invece, ha annunciato di voler andare avanti. Perché?
Giovanni Baffa: Perché non posso accettare che tutto venga archiviato come un errore di percorso.
Non si può distruggere un’impresa, colpire una famiglia, bloccare un intero territorio e poi fingere che nulla sia accaduto.
Il dissequestro ristabilisce la verità, ma non cancella le conseguenze: anni di sacrifici bruciati, un’economia paralizzata e una dignità calpestata.
Non è sufficiente che ci venga restituito ciò che non avrebbero mai dovuto toglierci. Voglio che venga accertato come e perché tutto questo sia potuto accadere.
Domanda: Quali saranno i suoi prossimi passi?
Giovanni Baffa: Ho deciso di presentare una formale istanza al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).
Chiederò che venga valutato l’operato dei magistrati che hanno disposto e sostenuto il sequestro dell’Aviosuperficie “Franca”, nonostante l’assenza di presupposti concreti.
È giusto che un organo di garanzia, al di sopra delle parti, accerti se siano stati rispettati i principi di proporzionalità, equilibrio e responsabilità istituzionale.
Chi esercita un potere tanto grande deve ricordare che dietro ogni atto ci sono persone vere, famiglie vere, sacrifici veri.
Domanda: Intende rivolgersi anche a organismi internazionali?
Giovanni Baffa: Sì. Sto preparando la documentazione per presentare il caso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo.
Voglio che si valuti se questa vicenda – per modalità, durata e conseguenze – abbia violato i miei diritti e quelli della mia famiglia: il diritto alla proprietà, alla libertà economica e alla tutela della dignità personale.
Non cerco vendetta, ma giustizia.
Chi ha sbagliato deve rispondere delle proprie scelte, come succede in ogni Paese civile.
Domanda: Cosa spera di ottenere da questa battaglia?
Giovanni Baffa: La verità.
E, soprattutto, che un simile abuso non possa più accadere a nessuno.
Mi batterò fino in fondo, perché la legge torni a essere uno strumento di protezione, non di oppressione.
Voglio che la mia Calabria, la mia terra, possa finalmente credere che lo Stato è un alleato, non un nemico.
Io non mi fermerò: perché quando la giustizia sbaglia, tacere significa diventare complici.
• CONCLUSIONE: L’APPELLO ALLA POLITICA E ALLO STATO
La vicenda dell’Aviosuperficie “Franca” è molto più di un caso giudiziario: è il simbolo di un fallimento istituzionale.
Mostra come un errore di valutazione possa distruggere anni di lavoro e come la giustizia, se applicata senza equilibrio, possa colpire più duramente di qualsiasi errore umano.
“Non chiedo aiuti, chiedo rispetto.
Chiedo che chi governa questo Paese impari a distinguere tra chi devasta e chi costruisce, tra chi specula e chi investe, tra chi minaccia il territorio e chi lo valorizza.
Perché se lo Stato continua a trattare i suoi cittadini migliori come sospetti, allora il vero nemico della crescita non è l’illegalità, ma l’indifferenza.”
— Giovanni Baffa
Questo è un appello alla politica locale, regionale e nazionale:
ritrovate il coraggio di difendere chi lavora, non chi distrugge.
Abbiate la forza di stare dalla parte della verità, non del formalismo cieco.
La Calabria, e con essa il Sud, non possono più essere lasciati soli nella loro battaglia per la dignità.
Chi governa deve scegliere: o stare con chi costruisce, o diventare complice di chi distrugge.
Non esistono più vie di mezzo.
Ogni giorno di silenzio istituzionale è un giorno in cui muore un pezzo del futuro di questa terra.
L’Aviosuperficie “Franca” è tornata libera.
Ma la libertà non può essere un’eccezione, deve tornare ad essere la regola.
E la politica, se vuole davvero rappresentare il Paese, deve imparare ad ascoltare non chi grida più forte, ma chi lavora in silenzio.
Perché il silenzio di chi produce è il suono più autentico del progresso.
Ed è tempo che l’Italia torni ad ascoltarlo.