21/11/2025
LE MONDINE IN LOMELLINA
Oggi la Lomellina appare come un territorio tranquillo, segnato da distese d’acqua regolari e da filari di riso che seguono il ritmo delle stagioni. È un paesaggio ordinato, quasi silenzioso, che rende però difficile immaginare quale fosse, fino a pochi decenni fa, la vita dentro quelle risaie. Per comprenderlo davvero, occorre tornare a quando la coltivazione del riso dipendeva in gran parte dalla forza delle braccia e dal lavoro di migliaia di donne: le mondine.
Il termine mondina, dal verbo “mondare”, indicava chi ripuliva a mano i campi dalle erbacce che soffocavano le giovani piantine di riso. Era un lavoro stagionale, concentrato tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate, quando le risaie venivano allagate per proteggere le colture. In Lomellina, come nelle province vicine di Vercelli e Novara, arrivavano ogni anno donne provenienti da tante regioni: lombarde, piemontesi, emiliane, venete. Erano spesso giovani, talvolta poco più che adolescenti, spinte a migrare nei mesi caldi in cerca di un salario che potesse aiutare la famiglia.
Il loro lavoro era tanto essenziale quanto durissimo. Le mondine trascorrevano ore con le gambe immerse nell’acqua stagnante, piegate, procedendo a passi lenti lungo i filari. L’acqua fredda, le zanzare, i tagli ai piedi — per chi non aveva stivali — e il rischio di infezioni erano compagni quotidiani. Nelle acque delle risaie vivevano anche rane e piccole carpe introdotte per tenere sotto controllo gli insetti; non mancavano le sanguisughe, che spesso si attaccavano alle gambe delle lavoratrici senza che queste se ne accorgessero fino al rientro serale.
La vita nelle cascine era semplice e spartana. Le mondine dormivano in grandi dormitori comuni, consumavano pasti frugali preparati per le braccianti e trascorrevano i mesi della stagione lavorativa lontane da casa. Le giornate iniziavano all’alba e terminavano solo al calare del sole, con una breve pausa a mezzogiorno all’ombra degli argini. Era un’esistenza ciclica, scandita dalla fatica fisica e dal ritmo della campagna. Eppure, da quelle condizioni di lavoro nacque anche una straordinaria forma di solidarietà femminile. Le mondine impararono a riconoscersi, a unirsi, a dare voce al proprio malcontento attraverso i canti che ancora oggi sono parte della tradizione popolare. Quei canti, spesso improvvisati sul momento, divennero il simbolo della loro presenza nelle risaie e, nel tempo, accompagnarono scioperi e rivendicazioni per un salario equo e per la riduzione dell’orario di lavoro. Le mondine furono protagoniste di alcune tra le prime lotte collettive del mondo agricolo italiano, soprattutto tra fine Ottocento e primo Novecento, fino a conquistare miglioramenti reali nelle condizioni di lavoro.
Con l’arrivo della meccanizzazione agricola e dei moderni sistemi di diserbo, dalla seconda metà del Novecento il loro ruolo iniziò a scomparire. Le risaie continuarono a esistere, ma il loro volto cambiò radicalmente: nessuna fila di donne chine sull’acqua, nessun coro che si alzava dai campi. Restò però la memoria, custodita nelle testimonianze orali delle lavoratrici ormai anziane, nei documenti delle cascine e nell’immaginario collettivo.
Ricordare le mondine della Lomellina significa restituire dignità a un pezzo importante della storia agricola italiana, ma anche riconoscere l’impatto sociale e culturale di quelle donne che, con il loro lavoro e la loro voce, contribuirono a trasformare il mondo del lavoro femminile. Le risaie di oggi, silenziose e moderne, conservano ancora l’eco di quella fatica antica: un passato che merita di essere ricordato perché fa parte dell’identità profonda di questo territorio.