01/06/2024
L’idra di Ercolano di Gianni Panzera
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Eracle (Ercole), il fondatore dell’antica città di Ercolano, ai piedi del Vesuvio, era figlio di Zeus (Giove), frutto di una delle tante scappatelle del padre degli dèi; immancabilmente la legittima moglie Era (Giunone) ne veniva a conoscenza e scatenava la sua ira sull’amante e sul figlio della coppia. Così fu anche con il neonato Ercole (aveva otto mesi) che strangolò i serpenti che Giunone aveva inviato per eliminarlo, dando sfoggio fin dalla tenerissima età della sua forza fisica.
Ed Ercole ritrovò esseri serpentiformi anche durante le sue dodici fatiche. Nella seconda, infatti, egli affronta l’idra dalle nove teste, che viveva nella palude di Lerna in Grecia. Il mostro aveva la peculiarità di riprodurre le sue teste quando venivano mozzate, un po’ come le code delle lucertole; per questo si fece aiutare dal nipote Iolao, che cauterizzava la ferita dopo che lo zio aveva tagliato ogni singola testa.
In ricordo di questa sua impresa a Ercolano fu innalzata, al centro della piscina del “Gimnasium”, una scultura di bronzo che rappresentava l’idra. Da ciascuna della teste sgorgava l’acqua che alimentava la piscina. Sì, lo so, le teste dell’idra ercolanese sono cinque e non nove, ma immagino che il numero ridotto di teste sia imputabile alla difficoltà della fusione e alla sua funzionalità.
La scultura, alta ben due metri e mezzo, si trovava al centro di una grande piscina a forma di croce, caratteristica che non si trova altrove. Più che una piscina (“natatio”) richiama le vasche che si trovano nei giardini (“viridari”) delle case patrizie, a cominciare da quella dei Pisone, la “villa dei papiri”, ma di dimensioni più volte moltiplicate.
Osservando la scultura dal punto di vista tecnico si comprende l’abilità di chi la realizzò nel creare i canali nei quali far scorrere l’acqua che doveva uscire dalle bocche con la giusta potenza. Osservate le volute del serpente che si avvolge intorno a un tronco d’albero secco, morto, in contrasto con la vitalità del serpente sottolineata dalle squame che lo scultore ha inciso sul corpo. La scultura poggia su un quadrato di marmo e sembra in bilico, ma lo scultore nel disegnare la scultura ha ben calcolato la distribuzione dei pesi tra le spire della cosa e le teste proiettate verso l’esterno.
Le dimensioni delle tubazioni esterne e interne dovevano tener conto della pressione con la quale giungeva l’acqua dal serbatoio di distribuzione (“castellum aquae”), che forniva acqua alle fontane pubbliche, alle terme, urbane e suburbane, e alle tante case patrizie. L’acquedotto era quello fatto realizzare da Augusto che dalle sorgenti del Serino giungeva fino a Miseno fornendo acqua alle città che incontrava lungo il percorso.
Nella visita agli scavi c’è la possibilità di vedere l’Idra scendendo nella piscina, ancora coperta dalla massa lavica, utilizzando uno dei cunicoli borbonici. La piscina, infatti, si trova sotto il viale che dal piano di calpestio della città moderna conduce al livello inferiore della città antica. Per meglio dire: conduceva, perché da molti anni, ormai, l’ingresso agli scavi è stato spostato e quel viale non è più utilizzato. Cosa si aspetta, allora, a portare alla luce del sole l’intera piscina e la sua idra?
Al complesso si accedeva attraverso un atrio con una splendida copertura a volta che raffigurava le stelle della volta celeste, che crollò poco dopo la scoperta. Il “Gimnasium”, del quale la piscina fa parte, era una istituzione cittadina di grande interesse perché formava i giovani non solo dal punto di vista atletico. Non per nulla nel sistema scolastico italiano il “ginnasio” è il biennio del liceo classico.