B&B Ercolano Luxury Suite

B&B Ercolano Luxury Suite Ercolano Luxury Suite è un B&B inserito in una magnifica villa recentemente ristrutturata, ubicata

L’idra di Ercolano di Gianni Panzerahttps://www.facebook.com/gianni.panzera.9 Eracle (Ercole), il fondatore dell’antica ...
01/06/2024

L’idra di Ercolano di Gianni Panzera
https://www.facebook.com/gianni.panzera.9
Eracle (Ercole), il fondatore dell’antica città di Ercolano, ai piedi del Vesuvio, era figlio di Zeus (Giove), frutto di una delle tante scappatelle del padre degli dèi; immancabilmente la legittima moglie Era (Giunone) ne veniva a conoscenza e scatenava la sua ira sull’amante e sul figlio della coppia. Così fu anche con il neonato Ercole (aveva otto mesi) che strangolò i serpenti che Giunone aveva inviato per eliminarlo, dando sfoggio fin dalla tenerissima età della sua forza fisica.
Ed Ercole ritrovò esseri serpentiformi anche durante le sue dodici fatiche. Nella seconda, infatti, egli affronta l’idra dalle nove teste, che viveva nella palude di Lerna in Grecia. Il mostro aveva la peculiarità di riprodurre le sue teste quando venivano mozzate, un po’ come le code delle lucertole; per questo si fece aiutare dal nipote Iolao, che cauterizzava la ferita dopo che lo zio aveva tagliato ogni singola testa.
In ricordo di questa sua impresa a Ercolano fu innalzata, al centro della piscina del “Gimnasium”, una scultura di bronzo che rappresentava l’idra. Da ciascuna della teste sgorgava l’acqua che alimentava la piscina. Sì, lo so, le teste dell’idra ercolanese sono cinque e non nove, ma immagino che il numero ridotto di teste sia imputabile alla difficoltà della fusione e alla sua funzionalità.
La scultura, alta ben due metri e mezzo, si trovava al centro di una grande piscina a forma di croce, caratteristica che non si trova altrove. Più che una piscina (“natatio”) richiama le vasche che si trovano nei giardini (“viridari”) delle case patrizie, a cominciare da quella dei Pisone, la “villa dei papiri”, ma di dimensioni più volte moltiplicate.
Osservando la scultura dal punto di vista tecnico si comprende l’abilità di chi la realizzò nel creare i canali nei quali far scorrere l’acqua che doveva uscire dalle bocche con la giusta potenza. Osservate le volute del serpente che si avvolge intorno a un tronco d’albero secco, morto, in contrasto con la vitalità del serpente sottolineata dalle squame che lo scultore ha inciso sul corpo. La scultura poggia su un quadrato di marmo e sembra in bilico, ma lo scultore nel disegnare la scultura ha ben calcolato la distribuzione dei pesi tra le spire della cosa e le teste proiettate verso l’esterno.
Le dimensioni delle tubazioni esterne e interne dovevano tener conto della pressione con la quale giungeva l’acqua dal serbatoio di distribuzione (“castellum aquae”), che forniva acqua alle fontane pubbliche, alle terme, urbane e suburbane, e alle tante case patrizie. L’acquedotto era quello fatto realizzare da Augusto che dalle sorgenti del Serino giungeva fino a Miseno fornendo acqua alle città che incontrava lungo il percorso.
Nella visita agli scavi c’è la possibilità di vedere l’Idra scendendo nella piscina, ancora coperta dalla massa lavica, utilizzando uno dei cunicoli borbonici. La piscina, infatti, si trova sotto il viale che dal piano di calpestio della città moderna conduce al livello inferiore della città antica. Per meglio dire: conduceva, perché da molti anni, ormai, l’ingresso agli scavi è stato spostato e quel viale non è più utilizzato. Cosa si aspetta, allora, a portare alla luce del sole l’intera piscina e la sua idra?
Al complesso si accedeva attraverso un atrio con una splendida copertura a volta che raffigurava le stelle della volta celeste, che crollò poco dopo la scoperta. Il “Gimnasium”, del quale la piscina fa parte, era una istituzione cittadina di grande interesse perché formava i giovani non solo dal punto di vista atletico. Non per nulla nel sistema scolastico italiano il “ginnasio” è il biennio del liceo classico.

https://www.facebook.com/gianni.panzera.9 Gli eroi del soccorso di Gianni PanzeraQuando l’eruzione iniziò a colpire Erco...
27/04/2024

https://www.facebook.com/gianni.panzera.9

Gli eroi del soccorso di Gianni Panzera
Quando l’eruzione iniziò a colpire Ercolano, la popolazione si riversò sulla spiaggia, riparandosi nelle grotte (i fornici) ivi esistenti, che erano dodici, sei per lato rispetto alle scale di accesso. A cosa servivano i fornici? Per riparo delle barche dei pescatori e per deposito della merce che giungeva via mare. Oltre agli scheletri delle persone che vi si erano rifugiate, cosa è stato trovato in essi? Nulla: né merce né barche. Che fine hanno fatto le barche? A me sembra ovvio che presero il largo imbarcando una parte di popolazione. Dei dodici fornici, tre sono risultati senza scheletri. Ritengo che vi si erano rifugiati coloro che si sono imbarcati sulle barche dei pescatori. Se così fu, appare evidente che vi era qualcuno che aveva assunto il ruolo di organizzatore dell’evacuazione decidendo chi doveva imbarcarsi, per evitare la ressa.
Sulla spiaggia di Ercolano è stata trovata una barca capovolta, che faceva parte del gruppo di imbarcazioni che Plinio il vecchio, ammiraglio della flotta imperiale di Miseno (“præfectus classis Misenensis”), inviò in soccorso della popolazione di Ercolano.
Che la barca di Ercolano facesse parte della flotta imperiale, costituita da navi di diverse dimensioni, e non appartenesse a pescatori del posto, appare evidente dalle sue dimensioni; essa, infatti, non solo è lunga circa 10 metri e larga 2 metri e 20 centimetri, ma è dotata di timone e da sei remi, tre per lato, azionati da tre rematori. Di questa barca faceva parte, sono convinto, il soldato ritrovato poco distante sulla spiaggia, di corporatura massiccia (era alto 1,80 m) armato di spada e pugnale di gran pregio e attrezzi da geniere (martellina, punteruolo e scalpelli); un ufficiale di alto rango che prese le redini della situazione dando ordini perentori.
In uno dei ripari della spiaggia, il 12, inoltre, è stato trovato lo scheletro di un medico, con accanto un contenitore con attrezzi chirurgici, che, stava evidentemente soccorrendo qualcuno; mi piace pensare che Plinio abbia inviato in soccorso anche un militare medico per eventuali urgenti cure.
Piccolo particolare che entusiasma le scoperte di Ercolano, dove si sono conservati, per il particolare tipo di sotterramento, materiali che altrove sono stati distrutti, è il nodo che legava il timone all’imbarcazione, nodo utilizzato ancora oggi in marineria e che si chiama “gassa d’amante”, semplice e resistente. Non conosco l’etimologia del termine e sorrido al pensiero che servisse per evitare la fuga … dell’amante!
E i rematori e il timoniere? Beh! ora è facile. Gli scheletri, circa trecento, sono stati ritrovati nelle grotte, a esclusione di pochi sulla spiaggia: sono loro, gli eroi del soccorso, il comandante, il chirurgo, il timoniere e i rematori, che trovarono la morte insieme alle persone che erano corsi a soccorrere.

Gli dèi dei pescatori di Gianni PanzeraL’ “Area sacra” dell’antica Ercolano, per la sua ubicazione, porta a pensare che ...
05/04/2024

Gli dèi dei pescatori di Gianni Panzera

L’ “Area sacra” dell’antica Ercolano, per la sua ubicazione, porta a pensare che fosse frequentata principalmente dai pescatori, che in ogni tempo e in ogni dove si raccomandano e chiedono assistenza alle divinità prima di affrontare i pericoli del mare. L’intera area è dedicata alla dea Venere con la presenza di due piccoli templi, entrambi dedicati, affermano gli studiosi, alla stessa dea, protettrice della navigazione oltre che dell’amore; e Venere, si sa, nacque tra le onde (Botticelli le fa toccare terra su una conchiglia). A conferma di detta vocazione nel tempio a destra, detto “sacello di Venere” per le ridotte dimensioni, meno rudere dell’altro, sono dipinti due timoni. Nell’altro tempio, senza più tetto, sulla fronte di un bancone vi sono quattro pannelli marmorei che rappresentano quattro dei dell’Olimpo greco-romano: Poseidone (Nettuno), Minerva (Atena), Efesto (Vulcano) ed Ermes (Mercurio), il primo fratello e gli altri tre figli del sommo Zeus (Giove). Ciascuno è rappresentato con i suoi gli oggetti che li caratterizzano: Nettuno con il tridente, Vulcano con il martello da fabbro, Mercurio con il caduceo e le ali ai piedi e Minerva con lancia, elmo e corazza.
Per Nettuno non trovo difficoltà a individuare il rapporto con la categoria dei pescatori. Era il dio del mare, spesso arrabbiato e per questo da calmare con preci e sacrifici. La presenza degli altri tre è da approfondire, tenendo, comunque, conto che Vulcano era protettore dei lavoratori dei metalli, Mercurio dei commercianti e Minerva degli artigiani; Vulcano, inoltre, fu marito (tradito) di Venere per volere di Giove, che sperava in tal modo di spegnere i desideri degli altri verso la dea della bellezza; non solo, perché mi viene da sorridere pensando che gli Ercolanesi avevano sistemato l’icona del dio Vulcano senza sapere che il Vesuvio, alle loro spalle, era un vulcano, casa, quindi, di quel dio.
I pannelli, trovati sulla spiaggia, ivi trascinati durante l’eruzione, sono stati sistemati in un posto che, palesemente, non si addice loro. E non ci vuole molto a individuare la loro collocazione iniziale. Davanti al tempio, all’aperto, vi era l’ara, l’altare per i sacrifici, della quale resta solo un po’ della base; condivido pienamente l’ipotesi di diversi studiosi che i quattro dèi erano sistemati sulle quattro facce della base dell’altare.
Altra collocazione idonea potrebbe essere sulla base del pronao, dove vedo tracciati dei rettangoli che se per dimensioni coincidono con quelle dei pannelli possono aprire la via a un’altra originaria sistemazione dei quattro dèi.
Accanto al tempio dedicato a Venere, allora, diciamo che vi è il tempio dedicato ai quattro dèi, le cui rappresentazioni esposte negli scavi di Ercolano sono dei calchi degli originali che si trovano nel Museo Archeologico di Napoli (MAN)

Le fanciulle e l’acqua di Gianni PanzeraIl bibliotecario tedesco Joseph Joachim Winckelmann, colui che spogliò dei color...
21/03/2024

Le fanciulle e l’acqua di Gianni Panzera

Il bibliotecario tedesco Joseph Joachim Winckelmann, colui che spogliò dei colori le statue di marmo degli antichi, vide in loro delle danzatrici. Mi riferisco alle cinque armoniose statue di fanciulle che ornavano il peristilio, specchiandosi nell’acqua dell’immensa piscina, della “villa dei Pisone” a Ercolano, più nota come “villa dei Papiri”.
Archeologi e studiosi successivi corressero il tiro e affermarono che le statue erano una esigua rappresentanza (5 su 50) delle Danaidi, le sorelle che ammazzarono nel sonno altrettanti cugini che avrebbero dovuto sposare e condannate, per questo, a trasportare eternamente acqua. La mancanza di un cenno di sorriso comunica la costrizione dell’azione.
Alcuni atteggiamenti delle fanciulle possono far pensare al trasporto dell’acqua, come quella che con il braccio alzato reggeva una brocca poggiata sulla testa.
Osserviamo lo stile, abbastanza arcaico. Tutte indossano una veste, un peplo, che le copre fino ai piedi, formando una f***a cortina di pieghe, mentre il corpetto ha le poche pieghe dettate dalla forma del seno. La chioma ondulata accomuna le capigliature anche se i capelli sono a volte sciolti ovvero mantenuti da nastri o arrotolati in crocchie o boccoli.
Oltre al bronzo delle statue si notano immissioni di altro materiale, come il rame per le labbra carnose e ossidiana e avorio per gli occhi, i cui sguardi non puoi sfuggire ed è inutile sfidarle a chi abbassa prima lo sguardo: sarai sempre tu.
E ora osserviamo meglio e cerchiamo di cogliere i gesti di ciascuna di esse. Mi ricordano il gioco “Un, due, tre … stella” quando dovevi improvvisamente bloccare il movimento che stavi eseguendo. La portatrice di brocca sulla testa, a esempio, con l’altra mano sorregge un lembo della veste per evitare di inciampare. Poi c’è l’altra che sta per coprirsi le spalle con un manto, come facciamo noi con una asciugamani dopo il bagno in piscina, mentre l’altra sta slacciando (e non allacciando) il corpetto per immergersi a sua volta nella piscina. Le ultime due, infine, reggono particolari contenitori legati probabilmente a riti di purificazione dell’acqua. Le proporzioni fisiche sono perfette. Mettetevi lateralmente a quella che si slaccia il corpetto e ammirate la curva del seno che sta per scoprire.
L’individuazione nelle statue di cinque Danaidi coglie nel segno il rapporto con l’acqua, ma io desidero andare oltre. Siamo nella “villa dei Pisone”, sede di una famosa scuola di filosofia epicurea. Mi sorge spontaneo immaginare che le cinque fanciulle potrebbero rappresentare un concetto solidificato sulla relazione dell’essere umano con uno degli elementi cardini, l’acqua, del mondo filosofico greco. Ogni fanciulla esprime un aspetto di questo rapporto: chi attinge l’acqua, chi vi si bagna, chi ne esce, chi, forse, recita una formula, chi offre vino o altro su una patera, gesti che fanno tutti parte di un rito.
Posizionate lì, una accanto all’altra, nella sala della “villa dei Papiri” nel “Museo Archeologico di Napoli”, riempiono la scena di una rappresentazione teatrale (e torniamo sempre al mondo greco!).

Procolo e Iuliano  di Gianni PanzeraFino a quando, negli anni ‘80 del secolo scorso, non sono stati scavati i fornici su...
17/03/2024

Procolo e Iuliano di Gianni Panzera

Fino a quando, negli anni ‘80 del secolo scorso, non sono stati scavati i fornici sulla spiaggia nei quali sono emersi gli scheletri di circa trecento Ercolanesi che vi si erano riparati, si riteneva che gli abitanti della cittadina vesuviana avessero avuto il tempo di mettersi in salvo, mentre ceneri e lapilli spinti dal vento sommergevano Pompei. Era l'anno 79.
Poiché le persone uccise dal flusso piroclastico rappresentano circa un decimo di tutti gli abitanti dell’antica Ercolano, viene spontaneo chiedersi che fine abbiano fatto gli altri.
A tal proposito ritengo che, comunque, buona parte della popolazione riuscì a mettersi in salvo, via mare (l’unica barca trovata è quella dei soccorritori, mentre non è stata trovata nessuna barca dei pescatori locali) oppure via terra, con cavalli e carrette dirigendosi verso “Neapolis”.
Nelle ultime ore di vita nelle case e per le vie ormai deserte non sono venuti alla luce che pochissimi scheletri, come quelli di un bambino in una culla e di un ragazzo in un lettino (e mi chiedo ancora che fine avessero fatto i genitori per abbandonarli all’atroce destino).
Altro scheletro fu rinvenuto nel suo giaciglio in un ambiente servile della “casa degli Augustali”. Era, probabilmente, il servo adibito alla custodia dell’edificio, che non volle venir meno al proprio compito.
Essere membro del “collegio degli Augustali” era una carica cui ambivano in particolar modo i liberti, l’unica loro concessa dalla legislazione romana. E sappiamo che nel periodo imperiale molti liberti acquisirono un potere smisurato, accattivandosi la protezione dei potenti, finanche degli stessi imperatori.
Nella “sede degli Augustali”, dove sono stati rinvenuti dei bellissimi affreschi sulla vita di Ercole, la cui rappresentazione sostituirebbe degnamente nello stemma dell’odierna Ercolano l’ ”Ercole Farnese” che nulla ha a che fare con il territorio, vi è una lapide, che ci ricorda che Procolo e Iuliano, figli di Lucio Aulo della “gens” Menenia, in occasione dell’inaugurazione della “sede degli Augustali” hanno offerto a proprie spese la cena ai componenti del collegio e ai rappresentanti dell’impero, i “decurioni”.
Osservate attentamente la lapide: risalta la prima parola “AVGUSTO”, con i caratteri che diminuiscono di dimensione man mano che si passa alla riga successiva. Poi alla quarta riga due sole lettere puntate “P. S.” distanziate tra loro. Sì, va bene, caratteri grandi per l’imperatore sono dovuti, è prassi, ma quelle due lettere così distanti, quella quarta riga è voluta per attirare, per far pensare, diventa il nocciolo della frase, il fulcro sul quale poggia tutto il resto. È importante la Sede, come lo sono i partecipanti, l’occasione è unica, l’inaugurazione è una manifestazione che si fa solo una volta, e poi loro due, i fratelli, Procolo e Iuliano, il padre Lucio e la famiglia Menenia che risale a quell’Agrippa che, con la “favoletta” delle membra e dello stomaco che si devono aiutare, convinse i plebei a desistere dalla secessione sul Monte Sacro. Tutto bello, tutto importante, ma quelle due lettere P. e S. rivendicano la loro centralità. P. S. sta per “PECUNIA SUA”, a spese loro, con i loro soldi. Ecco il messaggio: siamo ricchi, talmente ricchi che possiamo permetterci di offrire una cena sontuosa per l’occasione. E come non pensare che per ottenere un simile encomio, nel luogo sacro dove si venerava l’augusto imperatore, abbiano sacrificato la propria abitazione riducendola a due corridoi fra loro ortogonali! Che la casa appartenesse a una “gens” importante come la Menenia e di antica stirpe lo testimonia quel colonnato ispirato alle radici osco-sannitiche ed etrusche dei primi abitanti del luogo.

Quel geniaccio del Vanvitelli di Gianni PanzeraDelle 122 ville vesuviane del ‘700, solo undici sono nel “miglio d’oro” e...
14/03/2024

Quel geniaccio del Vanvitelli di Gianni Panzera
Delle 122 ville vesuviane del ‘700, solo undici sono nel “miglio d’oro” e tra queste quella che architettonicamente è più interessante è senza dubbio “villa Campolieto”, realizzata da quel “geniaccio” di Luigi Vanvitelli.
Per comprende cosa ti combinò l’architetto della “Reggia di Caserta”, parto da lontano, dai Greci, ma per poco. Porto a esempio i templi greci, modello di precisione e di proporzione come solo loro erano capaci. Prendiamo i templi di “Pæstum”, i più vicini a noi: che eleganza in quelle colonne slanciate verso l’alto con il diametro che diminuisce man mano che si sale, tutte alla stessa distanza fra loro e con il compito di sorreggere il timpano perfettamente orizzontale. Falso! … Falso! … Falso!
In effetti le colonne a un terzo della loro altezza si allargano, le colonne d’angolo sono più vicine delle altre e l’architrave non è dritta, ma ha una leggera curvatura verso l’alto. È così, anche se non ci sembra, perché gli architetti greci erano veramente di un’estrema precisione e quelli che sembrano errori, non sono altro che studiati accorgimenti per contrastare quel difetto visivo degli umani che si chiama “aberrazione ottica” e che ti fa vedere dritto ciò che è storto e viceversa.
Qualcosa di simile ha fatto Vanvitelli nella “villa Campolieto”. Le ville del miglio d’oro di possono dividere in due categorie in dipendenza della loro collocazione lato monte o lato mare rispetto alla strada. Quelle più preziose sono, ovviamente, quelle che avevano la possibilità di allungarsi con i giardini fino al mare. Alle facciate, spesso amorfe, si accoppia una parte posteriore che rappresenta la parte più gradita a proprietari e ospiti. E qui Vanvitelli si è sbizzarrito. Un porticato circolare percorribile sia al riparo tra le colonne che sulla terrazza permette di abbracciare la vista che spazia dal Vesuvio al mare. E poi si scende con scale ellittiche per raggiungere i viali dei giardini.
In qualsiasi posizione vi mettiate potete ammirare la precisione, l’allineamento delle colonne in quella forma perfettamente circolare.
Falso! Il colonnato ha la forma circolare solo nella parte esterna verso il mare, mentre quella che si proietta e si unisce alla palazzina è più allungata. In effetti, se Vanvitelli avesse realizzato il colonato perfettamente circolare la parte che si proietta verso la facciata posteriore sarebbe sembrata schiacciata, proprio per quelle distorsioni del nostro sistema visivo. La forma non è ellittica; c’è chi la paragona a un ferro di cavallo, ma non è esatto perché alle estremità il ferro di cavallo si raddrizza, si allarga.
Le scale, invece, che scendono verso i viali del giardino e abbracciano e circondano la vasca hanno forma perfettamente ellittica, perché c’è la possibilità di affacciarsi dall’alto e non vi sono distorsioni da correggere.
Altre scale sono quelle interne che conducono al piano nobile. Nel salirle vi accorgerete che i gradini sono più bassi del solito, altro accorgimento adottato dall’architetto per renderle visivamente più monumentali.
Nella luce di un finestrone si staglia il torrino di “villa Battista”, ma al tempo di Vanvitelli lì vi era il “casino” dei Laviano, duchi di Satriano, poi abbattuto.
Nel salone del piano nobile nei personaggi affrescati sulle pareti, provate a individuare Luigi Vanvitelli: aveva l’abitudine di portare sempre con sé un monocolo. E si riconosce facilmente anche il proprietario, Lucio di Sangro, principe di Casacalenda, orgoglioso nei confronti di illustri ospiti di questa sua villa.

Il Teatro di Ercolano venne costruito in un'area nei pressi del foro durante la prima fase dell'età augustea, per volere...
08/03/2024

Il Teatro di Ercolano venne costruito in un'area nei pressi del foro durante la prima fase dell'età augustea, per volere del duoviro Annius Mammianus Rufus, su progetto dell'architetto P. Numisius: poteva contenere circa duemilacinquecento persone ed al suo interno venivano interpretate commedie e satire. Subì sicuramente dei danni durante il terremoto del 62, al quale seguirono lavori di restauro come testimoniato da alcuni inserti di mattoni e dal rifacimento di pitture in quarto stile; nel 79, durante l'eruzione del Vesuvio, venne ricoperto da una strato di ceneri, lapilli e fango, che solidificandosi produsse un solido strato di tufo, preservandolo nel tempo.
La sua scoperta avvenne nel 1710, quando per caso, un contadino, Ambrogio Nocerino, detto Enzechetta, intento a scavare un pozzo per irrigare il suo orto, rinvenne alcuni pezzi di marmo che vendette poi ad un artigiano di Napoli, il quale stava costruendo delle cappelle nelle chiese napoletane: Emanuele Maurizio d'Elboeuf, per il quale l'artigiano lavorava, venuto a conoscenza dei ritrovamenti, acquistò il pozzo e iniziò le indagini tramite cunicoli sotterrane. Esplorò il fronte della scena, il palcoscenico e i tribunalia: tuttavia poco dopo gli scavi furono interrotti per paura di crolli alle abitazioni circostanti ed il sito venne erroneamente riconosciuto come il Tempio di Giove; oltre a numerosi marmi, vennero ritrovate otto statue femminili ed una maschile, alcune conservate al museo di Dresda, altre nella Reggia di Portici ed una, la Flora, posta su una fontana all'interno dell'orto botanico, colonne in marmo africano, cipollino e giallo antico, un architrave inneggiante al console Claudius Pulcher e dolia in terracotta

L’Area Sacra degli antichi Ercolanesidi GianniPanzeraOsservando l’antica Ercolano dal lato mare è possibile distinguere ...
05/03/2024

L’Area Sacra degli antichi Ercolanesi
di GianniPanzera

Osservando l’antica Ercolano dal lato mare è possibile distinguere tre livelli. Il più basso è la spiaggia con i ricoveri per le barche dei pescatori, conosciuti con il termine di “fòrnici” perché hanno la volta ad arco; in essi si rifugiarono gli abitanti di Ercolano per essere messi in salvo via mare con le scialuppe che il comandante della flotta romana di stanza a Miseno, Plinio il Vecchio, stava inviando. Non tutti ce la fecero perché improvvisa e mortale giunse la nube incandescente che strappò loro la vita in un battito di ciglia.
Nel secondo livello si distinguono tre zone, da sinistra verso destra: l’ “Area sacra”, la “Terrazza con il monumento a Marco Nonio Balbo” e le “Terme suburbane”.
Al livello superiore troviamo le ville più importanti della città che affacciavano sul golfo di Napoli: sono le case “dell’Albergo”, “dell’Atrio a mosaico”, “dei Cervi” e “della Gemma”, secondo la terminologia adottata nei primi anni degli scavi all’aperto.
L’ “Area Sacra” mi dà l’idea di un santuario, di una certosa, come quella di Padula. Vi sono infatti ambienti per l’accoglienza dei fedeli e quelli riservati ai sacerdoti e agli affiliati con un’aula per le riunioni, e una vera e propria cucina; durante i riti, infatti, tra sacrifici agli dei e banchetti sacri, si mangiava. Questi ambienti erano protetti da un antistante porticato, del quale restano colonne e capitelli, non rialzati.
C’è anche il tempio, ovviamente, anzi due, che gli studiosi attribuiscono entrambi alla dea Venere (ogni dio dell’Olimpo era protettore di più categorie umane; la presenza, quindi, di due templi nello stesso luogo dedicati allo stesso dio, non meraviglia).
Alla sinistra dell’ingresso vi è l’ambiente più grande, indipendente, destinato a sala riunione dei “Venerei”, componenti dell’associazione che gestiva l’intera area, liberti come gli “Augustali”.
Dalle foto si può dedurre lo stato delle murature all’atto del dissotterramento e la successiva ristrutturazione, come la copertura della sala riunioni che aveva il tetto a doppio spiovente come si deduce dalla parete di fondo e nella ristrutturazione è piana.
Nell’anno 62, 17 anni prima dell’eruzione, un tremendo terremoto aveva procurato notevoli danni e in alcuni edifici, all’atto dell’eruzione, erano ancora in atto i lavori di ristrutturazione. Anche l’ “Area Sacra” aveva subito danni e la relativa ristrutturazione fu offerta da Vibidia Saturnina con il figlio Furio, come si legge in una epigrafe dedicatoria.
Dalla spiaggia si inerpica una rampa che lungo il percorso presenta un’apertura a sinistra per entrare nell’ “Area Sacra” e una a destra per la “terrazza di Marco Nonio Balbo” e le “terme suburbane”. La rampa prosegue fino alle mura della città, dove si divide in due, una a sinistra e una a destra che conducono alle porte per l’ingresso alla città in corrispondenza rispettivamente del cardo IV e del cardo V.

I cunicoli borbonici di Gianni PanzeraIl modo di osservare e apprezzare un’opera d’arte o un monumento è cambiato nel te...
21/02/2024

I cunicoli borbonici di Gianni Panzera

Il modo di osservare e apprezzare un’opera d’arte o un monumento è cambiato nel tempo. In archeologia, poi, anche le tecniche di scavo. Venite con me negli scavi di Ercolano e ve lo mostro.
L’antica Ercolano fu scoperta, ufficialmente, nel 1734, l’anno di conquista del regno di Napoli da parte di Carlo di Borbone.
Tutto ciò che era tirato fuori dal sottosuolo apparteneva alla corona che ne faceva quel che voleva. Molti, tanti reperti archeologici furono offerti come scambio di doni con reali e personalità in visita nel Regno.
L’unico interesse era quello di recuperare statue, di marmo o di bronzo, affreschi, mosaici e oggetti di valore.
Gli archeologi, appartenenti, in un primo momento, al corpo militare dei genieri, facevano scavare un pozzo verticale fino a incontrare un piano di calpestio, normalmente a circa 15 metri di profondità; si procedeva, poi, in orizzontale.
Entriamo nella casa di Novius Laluscus, in un primo tempo detta Casa dei Cervi per due bellissime sculture di cervi assaliti dai cani, una tra le più belle ville della città, affacciata sul mare, con due piccoli ambienti alle estremità della terrazza, dove era piacevole trascorrere il dopo pranzo osservando le luci sfolgoranti del mare, al riparo dal sole estivo, con la brezza marina che accarezza e conduce al sonno.
Lungo una parete del porticato del peristilio c’è un foro, a grandezza umana, attraverso il quale sono entrati i cavatori borbonici, che hanno continuato a scavare lungo la parete e quando trovavano un affresco lo staccavano per portarlo via. Si nota, infatti, il vuoto sulla parete. Quando l’affresco subiva, in quell’operazione, rotture tali che non era più conveniente continuare a staccarlo, lo si lasciava ferito sul posto.
Nulla interessava della città, del modo di vivere. Bisognerà attendere l’opera di Amedeo Maiuri, archeologo-poeta.

L’Area Sacra degli antichi Ercolanesi di Gianni PanzeraOsservando l’antica Ercolano dal lato mare è possibile distinguer...
16/02/2024

L’Area Sacra degli antichi Ercolanesi di Gianni Panzera

Osservando l’antica Ercolano dal lato mare è possibile distinguere tre livelli. Il più basso è la spiaggia con i ricoveri per le barche dei pescatori, conosciuti con il termine di “fòrnici” perché hanno la volta ad arco; in essi si rifugiarono gli abitanti di Ercolano per essere messi in salvo via mare con le scialuppe che il comandante della flotta romana di stanza a Miseno, Plinio il Vecchio, stava inviando. Non tutti ce la fecero perché improvvisa e mortale giunse la nube incandescente che strappò loro la vita in un battito di ciglia.
Nel secondo livello si distinguono tre zone, da sinistra verso destra: l’ “Area sacra”, la “Terrazza con il monumento a Marco Nonio Balbo” e le “Terme suburbane”.
Al livello superiore troviamo le ville più importanti della città che affacciavano sul golfo di Napoli: sono le case “dell’Albergo”, “dell’Atrio a mosaico”, “dei Cervi” e “della Gemma”, secondo la terminologia adottata nei primi anni degli scavi all’aperto.
L’ “Area Sacra” mi dà l’idea di un santuario, di una certosa, come quella di Padula. Vi sono infatti ambienti per l’accoglienza dei fedeli e quelli riservati ai sacerdoti e agli affiliati con un’aula per le riunioni, e una vera e propria cucina; durante i riti, infatti, tra sacrifici agli dei e banchetti sacri, si mangiava. Questi ambienti erano protetti da un antistante porticato, del quale restano colonne e capitelli, non rialzati.
C’è anche il tempio, ovviamente, anzi due, che gli studiosi attribuiscono entrambi alla dea Venere (ogni dio dell’Olimpo era protettore di più categorie umane; la presenza, quindi, di due templi nello stesso luogo dedicati allo stesso dio, non meraviglia).
Alla sinistra dell’ingresso vi è l’ambiente più grande, indipendente, destinato a sala riunione dei “Venerei”, componenti dell’associazione che gestiva l’intera area, liberti come gli “Augustali”.
Dalle foto si può dedurre lo stato delle murature all’atto del dissotterramento e la successiva ristrutturazione, come la copertura della sala riunioni che aveva il tetto a doppio spiovente come si deduce dalla parete di fondo e nella ristrutturazione è piana.
Nell’anno 62, 17 anni prima dell’eruzione, un tremendo terremoto aveva procurato notevoli danni e in alcuni edifici, all’atto dell’eruzione, erano ancora in atto i lavori di ristrutturazione. Anche l’ “Area Sacra” aveva subito danni e la relativa ristrutturazione fu offerta da Vibidia Saturnina con il figlio Furio, come si legge in una epigrafe dedicatoria.
Dalla spiaggia si inerpica una rampa che lungo il percorso presenta un’apertura a sinistra per entrare nell’ “Area Sacra” e una a destra per la “terrazza di Marco Nonio Balbo” e le “terme suburbane”. La rampa prosegue fino alle mura della città, dove si divide in due, una a sinistra e una a destra che conducono alle porte per l’ingresso alla città in corrispondenza rispettivamente del cardo IV e del cardo V.

Gli oscilla di Marco Nonio Balbo di Gianni PanzeraNella casa di Marco Nonio Balbo negli scavi di Ercolano appena entrate...
05/02/2024

Gli oscilla di Marco Nonio Balbo di Gianni Panzera

Nella casa di Marco Nonio Balbo negli scavi di Ercolano appena entrate nell’atrio si notano appesi con un filo all’architrave tra le colonne alcuni dischi di marmo che oscillano. Sono copie degli originali esposti, insieme ad altri di diversa provenienza, nel Museo Archeologico di Napoli.
Cosa sono? Si chiamano “oscilla” (ne deriva il verbo italiano “oscillare”), rappresentano scene dionisiache e si appendevano in onore del dio Bacco.
Il dio Bacco, il Dioniso della mitologia greca, non era nell’acme dell’Olimpo, ma era importante nella vita quotidiana per le attribuzioni e le protezioni che ne derivavano. Le sue rappresentazioni variano da bambino a vecchio, da bellissimo e deforme
Più ci allontaniamo dalle scoperte scientifiche e più cresce nella popolazione la superstizione e le soluzioni a fenomeni inspiegabili con l’intervento degli dèi, il cui compito era anche quello di giustificare i comportamenti umani lontani da valori morali e ideologici.
Ecco, quindi, che al dio Bacco viene attribuita l’invenzione del vino dalla pigiatura dell’uva. Il dio, pertanto, viene rappresentato quasi sempre con un grappolo d’uva e, a volte, con le guance rosse, gli occhi lucidi e il ventre gonfio.
E il troppo vino porta anche l’offuscamento della mente, l’abbattimento delle barriere morali e la liberazione del fisico da legacci muscolari (pensate alla “tarantola salentina”).
Le scene degli oscilla invitavano alle orge (per favore, non storcete il naso: usi, costumi e morale di quei tempi erano lontanissimi dai nostri; cercate di calarvi nel loro mondo e scoprirete che anche in voi emerge il desiderio di … lasciarvi andare).
Le feste in onore del dio Bacco, il quale si circondava di fauni, satiri e baccanti, si svolgevano notte-tempo nei boschi e appesi ai rami degli alberi i dischi oscillavano al soffiare del vento.
Come, allora, non ricordare le cetre appese ai salici nei versi di Salvatore Quasimodo:
“Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento”.

Indirizzo

Via Cegnacolo 25
Ercolano
80056

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando B&B Ercolano Luxury Suite pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'azienda

Invia un messaggio a B&B Ercolano Luxury Suite:

Condividi

CHI SIAMO

Ercolano Luxury Suites è una esclusivo bed and breakfast all'interno di una villa recentemente ristrutturata, ubicata a Ercolano, alle porte del Parco Nazionale del Vesuvio.

Grazie alla sua posizione strategica, è il luogo ideale da cui partire per scoprire le più rinomate attrazioni e località turistiche della Campania, quali Napoli, Amalfi, Pompei, Capri, Ischia, Paestum, Ravello, Positano.

Dormire al B&B Ercolano Suites, vi consentirà, inoltre, di scoprire la città di Ercolano (da cui prende il nome). Ammireree il Parco Archeologico di Ercolano e il Museo Archeologico Virtuale (MAV), dove all'interno sarete immersi in una rappresentazione virtuale dell'eruzione più devastante di uno dei Vulcani più importanti e monitorati al mondo: Il Vesuvio.

Rimarrete incantati dalla bellezza delle Ville Vesuviane del '700 che si affacciano sull'antica Strada Regia delle Calabrie, meglio nota come ''Miglio d'Oro''.