28/08/2026
Ogni volta che analizzo il calo dei consumi di vino, vedo puntare il dito contro le mode, i prezzi o le nuove generazioni.
La verità scomoda emerge in tutta la sua forza: i veri colpevoli siamo noi addetti ai lavori. Trent'anni fa, creare una cultura della qualità era una missione necessaria per salvare il settore, ma col tempo abbiamo confuso l'innalzamento del livello con l'innalzamento della soglia d’ingresso.
Abbiamo sequestrato il vino alla cultura popolare per rinchiuderlo in un salotto esclusivo. Amici e parenti ci guardano come oracoli inavvicinabili, terrorizzati all'idea di regalarci una bottiglia comprata al supermercato per paura di fare una br**ta figura.
Abbiamo trasformato il piacere spontaneo di un calice in un esame da superare, togliendo alle persone la libertà di scegliere e di divertirsi. Scegliendo di comportarci da sacerdoti del gusto, abbiamo lasciato campo libero ad altre bevande molto più immediate e accoglienti, pronte a offrire spensieratezza.
Eppure, il pubblico esiste ancora e ha un'immensa voglia di festeggiare, lo vedo nei grandi eventi quando le persone possono finalmente rilassarsi. La nostra competenza deve tornare a essere un servizio utile, un ponte verso la conoscenza, smettendo di funzionare come una barriera.
Restituiamo alle persone il diritto di godersi un bicchiere in totale libertà, concedendo a tutti il meraviglioso privilegio di sbagliare. Altrimenti continueremo a parlarci addosso, rinchiusi in una stanza sempre più vuota.