24/03/2025
𝐈 𝐌𝐈𝐓𝐈 𝐄 𝐋𝐄 𝐌𝐄𝐌𝐎𝐑𝐈𝐄 𝐃𝐈 𝐅𝐎𝐍𝐃𝐈: 𝐔𝐍 𝐑𝐀𝐂𝐂𝐎𝐍𝐓𝐎 𝐓𝐑𝐀 𝐒𝐓𝐎𝐑𝐈𝐀 𝐄 𝐒𝐂𝐎𝐏𝐄𝐑𝐓𝐄 𝐏𝐄𝐑𝐃𝐔𝐓𝐄
La città di Fondi ha origini molto antiche, risalenti agli Aurunci, ai Volsci e agli Etruschi, ben prima della fondazione di Roma, e gode di una posizione geografica che, ai tempi dei Romani e anche prima, le conferiva una grande importanza. Oggi siamo abituati a considerare il suo territorio come una vasta pianura incastonata tra monti e mare, ricca di acqua ed eccezionalmente fertile. Ma all'epoca, tutta questa pianura, o quasi tutta, era una malsana palude che si congiungeva con la palude pontina, interrotta solo dallo stretto passaggio di Terracina. Quest'ultima segnava il confine dell'agro romano, mentre Fondi si apriva verso le terre colonizzate dagli antichi Greci. Su entrambe, dopo i Volsci, dominavano gli Etruschi. La morfologia della zona era quindi completamente diversa da quella attuale e gli insediamenti umani erano limitati alle zone pedemontane, dove le piogge e le paludi consentivano viabilità e costruzioni su terreno solido.
La città stessa soffriva di allagamenti dovuti all'innalzamento del livello delle acque dei suoi tre laghi, tanto che il suo stesso nome indica una zona che "sprofonda", come si evince dall'interramento di molte parti della sua antica cinta muraria. Ancora oggi, a Fondi, è necessario fare molta attenzione nel predisporre le fondamenta di nuove costruzioni. Gli scantinati tendono ad allagarsi e non è possibile disporre di cantine. Di particolare importanza risulta quindi la corretta gestione delle acque, che devono essere incanalate e indirizzate verso i laghi o direttamente verso il mare.
Questa situazione rendeva ancora più strategica la posizione pedemontana di Fondi, specialmente dopo la costruzione della Via Appia nel 312 a.C. Gli insediamenti occupavano i terreni tra la via e le colline circostanti, costituendo un settore circolare di pochi chilometri, da Terracina a Sperlonga. Questa era la zona abitabile, non tutta la vasta pianura attuale. In pratica, gli insediamenti erano limitati alle aree tra il tracciato della via Appia e le colline. Non sorprende, quindi, che questo territorio sia oggi ricchissimo di reperti archeologici risalenti all'epoca romana e preromana, tanto da alimentare la leggenda secondo cui la nostra cittadina sarebbe stata fondata da Ercole, come testimoniato dalle mura ciclopiche, i cui resti furono inglobati nella cinta muraria costruita successivamente intorno alla città, che conserva tutt'oggi il suo impianto di castrum romano.
La ricerca di questi reperti è ancora viva e attiva, come dimostrano i recenti ritrovamenti dell'anfiteatro romano lungo via Mola della Corte, venuto alla luce nel 2021, e i resti del centro abitato scoperti nel 2024 sul Monte Pianara. Molto resta comunque ancora da cercare e scoprire.
Una delle aree, a mio parere, ancora inesplorate è quella che da Monte San Biagio costeggia Monte Arcano fino alle sorgenti di San Magno, per poi estendersi fino alla statale 637 che collega Fondi a Lenola. Al centro di questa fascia, ai piedi di Monte Arcano, si trova la Valle dei Martiri, che deve il suo nome alla strage dei cristiani che si erano insediati nella zona dove oggi si trova l'Abbazia di San Magno. Nel 250 d.C., il Console Decio, poi divenuto imperatore, scoprì il rifugio della comunità e ne sterminò i componenti. Le stime parlano di 2.597 cristiani uccisi, un numero molto elevato rispetto alla densità abitativa del tempo. Ma se in un territorio così ristretto abitavano tante persone, significa che l'area era densamente popolata, e non solo da agricoltori o artigiani, ma anche da ricchi proprietari terrieri o dignitari romani. Questo territorio, pur così ristretto, deve quindi aver preservato resti di ville romane e degli insediamenti ad esse precedenti, risalenti agli Etruschi e ai popoli successivi.
Io non sono uno storico né un archeologo ma nei miei primi venti anni ho trascorso metà del mio tempo con i miei nonni nella piccola contrada di Madonna degli Angeli e conosco molto bene la zona. Dai racconti dei nonni ho assorbito le storie contadine e i miti locali, e dal lavoro in campagna ho imparato a curare il territorio rispettandone le criticità.
Figlio dell'immediato dopoguerra, passavo i mesi estivi, il periodo natalizio e quello pasquale a casa dei miei nonni, in una famiglia contadina come tutte quelle della zona. Era un mondo povero e semplice. Dal cimitero di Fondi alla Chiesa di San Magno c'erano non più di venti case, qualche pozzo da cui attingere l'acqua e un sentiero sterrato come via di comunicazione. L'elettricità arrivò più tardi, come anche l'acqua potabile in casa, quando fu finalmente creata la strada che collega Fondi alle sorgenti di San Magno. La guerra aveva distrutto tutto, sconvolto le famiglie, seminato lutti e ferite, costringendo molti a emigrare in cerca di un lavoro o di un futuro migliore.
Di solito, però, per il resto del tempo vivevo a Ottaviano, un paese ai piedi del Vesuvio, e, pur essendo figlio di un umile barbiere, frequentavo le scuole locali. Mi diplomai al Liceo Classico e poi mi laureai in fisica all'Università Federico II di Napoli. Per i miei parenti e conoscenti di Madonna degli Angeli, quasi tutti illetterati, io ero “quello che studiava” e per questo godevo della considerazione di tutti. In particolare, venivo interpellato quando venivano trovati dei resti antichi, quasi sempre pezzi di anfore e tessere di mosaico. Con il tempo mi convinsi che un'analisi archeologica accurata di quel territorio avrebbe rivelato interessanti scoperte. Purtroppo, la vita mi ha portato altrove, allontanandomi da quei luoghi tanto amati dopo la morte dei miei nonni e la diaspora dei loro figli.
Avviare delle ricerche nella zona, però, non è semplice, e si rischia di suscitare reazioni molto negative da parte degli abitanti locali. Dopo la guerra, ognuno cercò di ricostruire e ricominciare. I tedeschi avevano distrutto tutte le coltivazioni per procurarsi cibo e legna da ardere. Gli americani avevano bombardato Fondi e tutti i luoghi dove pensavano ci fossero nuclei tedeschi. La città era un cumulo di macerie e anche la chiesa della Madonna degli Angeli era stata colpita. La popolazione, sia cittadina che delle contrade, fu costretta a migrare sulle colline e sui monti circostanti, soffrendo la fame, il freddo e le inevitabili malattie, vivendo sempre con il terrore dei rastrellamenti tedeschi e la preoccupazione per i figli in guerra, di cui non si avevano notizie.
Quando la guerra finalmente finì, ognuno tornò a casa, ma la maggior parte non ritrovò nulla, solo macerie e distruzione. I contadini, però, continuarono a fare il loro lavoro, in qualche modo. Le montagne furono coltivate, grazie agli incentivi che il regime mussoliniano aveva offerto a chi voleva coltivare un pezzo di terra. Dopo la bonifica della palude pontina e, contestualmente, della palude di Fondi, c’era bisogno di persone che coltivassero i terreni liberati dalle acque e resi produttivi. Per la palude pontina accorsero migliaia di contadini dal nord-est dell’Italia, creando paesi dai nomi esotici come Borgo Hermada, Borgo Vodice, ecc. Infatti, la popolazione locale presenta in gran parte caratteri somatici poco meridionali.
Per la palude di Fondi, invece, molto meno estesa e contigua alla città, bastarono i contadini locali che ricevettero in dono porzioni di terreno bonificato dove poterono impiantare coltivazioni adatte ai terreni più umidi. Così si impiantarono coltivazioni di grano, mais, pioppeti per l’industria cartacea, e ancora oggi si seguono pratiche simili. Inoltre, i contadini poterono richiedere l’assegnazione di lotti di terreni collinari per impiantare coltivazioni di ulivi. I lotti erano di dimensione minore ai piedi del monte, più facili da raggiungere, e aumentavano di superficie man mano che si saliva, fino a una quota oltre la quale il contadino poteva occupare tutta l'area sovrastante fino alla cima.
Tuttavia, la guerra in pianura aveva causato una distruzione totale e i contadini dovettero ricominciare da capo, reimpiantando orti e ricostruendo case. Durante questi lavori, nell’area sub-collinare descritta, cominciarono ad affiorare resti antichi. In un orto nei pressi del cimitero di Fondi, un contadino trovò l'imbocco di un pozzo con gradini interni. Scavando, si imbatté in una galleria semiallagata che conduceva verso il Cucuruzzo. Trovò anche una statuetta di marmo e delle monete romane. Nell’orto, sterrando il terreno, scoprì un pavimento con tessere di mosaico e un impianto che sembrò, a chi lo vide, parte di una grande villa. I racconti dei locali parlano dell'esistenza di una villa romana con una galleria che permetteva ai proprietari di fuggire in caso di pericolo verso la sorgente di Capodacqua, dove si vedono ancora oggi le vasche romane per l'allevamento di anguille e murene.
Il ritrovamento giunse all'orecchio di un avvocato che acquistò i reperti per una somma irrisoria. L'acquisto non passò inosservato e le autorità inflissero una condanna al contadino e all'avvocato, bloccando i lavori nell'orto. Tuttavia, tutto finì nel dimenticatoio. Da allora, i contadini, memori di quanto accaduto e consapevoli delle lungaggini dello Stato, tendono a distruggere o occultare i reperti per evitare che le autorità sequestrino il terreno, bloccando eventuali costruzioni o coltivazioni.
Intanto, il contadino aveva costruito un pozzo artesiano che pescava nelle acque della galleria sotterranea, liberando anguille per mantenere l’acqua pulita. Questa è una pratica comune nelle campagne e nelle zone con pozzi o cisterne d’acqua. Le anguille mangiano gli insetti, mantenendo l’acqua pulita e potabile. Nei pozzi, nelle piscine e nelle cisterne, basta un paio di anguille per garantire la purezza dell’acqua. Io stesso andavo a pescare i capitoni, sfruttando il fatto che, se l’anguilla non può migrare verso il mare dei Sargassi durante la riproduzione, diventa asessuata e si ingrossa.
In tutta la zona, dal cimitero di Fondi alla Madonna degli Angeli, si trovano nel terreno chiodi bronzei di sezione quadrangolare, tipicamente utilizzati dai Romani.
Un altro importante ritrovamento distrutto dai contadini locali fu la scoperta di un sarcofago, probabilmente etrusco, nella zona di Vallevigna. Mi avvisarono del ritrovamento, ma quando arrivai sul posto, avevano già fatto scomparire tutto. Dalle descrizioni, dedussi che si trattasse di un sarcofago etrusco, ma non potetti esaminare neanche un pezzo. La scoperta, tuttavia, non mi sorprese; mi sembrava anzi strano che fino a quel momento non fossero emerse tracce degli antichi abitanti del posto.
Un terzo importante ritrovamento distrutto dai proprietari del fondo avvenne in località Gegni, ai piedi del Monte Pianara. Fui avvisato a cose fatte, per cui non potetti fare altro che raccogliere qualche pezzo come ricordo. Il terreno era stato sterrato con trattori, e al centro dell'appezzamento fu ricavato un viottolo alto circa un metro e largo due. Mi accorsi che le pietre erano per la maggior parte pezzi di colonne di marmo, frantumati dalle macchine. A sinistra del viottolo, l'area era ricoperta di pezzi di anfore, mentre a destra si trovavano tessere di mosaico. L'intera area sembrava coprire un intero moggio. Me ne andai con gran dolore, vedendo tutto quel disastro. Ma non mi sono mai sentito di condannare i contadini per questo, perché loro dipendono dalla coltivazione dei campi, mentre lo Stato si limita a porre dei sigilli, condannando quei terreni all'abbandono.
Non so se quanto raccontato corrisponda alla realtà storica, ma sono più che convinto che la nostra amata terra abbia ancora mille cose da raccontare.
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Ringraziamo Michelangelo Ambrosio per aver condiviso con noi questi affascinanti ricordi legati alla sua giovinezza a . Nonostante viva lontano da molti anni, Fondi, e in particolare la contrada Madonna degli Angeli, sono sempre rimasti nel suo cuore. Questo affetto profondo lo ha spinto a pubblicare una raccolta di racconti che narrano la sua vita nella sua terra natia, intitolata "Dove la terra brucia e il mare luce", edizioni 2000diciasette.
𝐑𝐀𝐂𝐂𝐎𝐍𝐓𝐈𝐀𝐌𝐎 𝐅𝐎𝐍𝐃𝐈 👉 Per partecipare, inviateci le vostre storie e fotografie tramite Messenger, email all'indirizzo [email protected] o al numero ☎️ 329 776 4644 (anche WhatsApp).
𝙍𝙖𝙘𝙘𝙤𝙣𝙩𝙞𝙖𝙢𝙤 𝙥𝙚𝙧 𝙣𝙤𝙣 𝙙𝙞𝙢𝙚𝙣𝙩𝙞𝙘𝙖𝙧𝙚!
Associazione Pro Loco Fondi Aps