05/09/2025
“A metà degli anni Sessanta c’era lavoro, crescita, ottimismo. La gente lavorando acquisiva certezze e benessere. Ci si costruiva la casa, si comprava prima la Vespa e poi la si cambiava con l’auto, il frigorifero, la televisione. E d’estate si cominciava a potersi permettere la vacanza in riviera. Noi abitavamo al mare e, visto che arrivava gente, ci organizzavamo per accoglierla. Quei tre mesi di lavoro erano detti “la stagione” ed era normale che si iniziasse a farla anche da bambini.
Io cominciai nel giugno del 1965 quando avevo da poco compiuto dieci anni. Barista con mio fratello Maurizio. Lui era “grande”, di anni ne aveva ormai quattordici. Orario di lavoro dalle 8 alle 13 e dalle 19 alle 22.30-23. Cento o centocinquanta lire al giorno, non ricordo bene, la paga. Mi sentivo utile e importante. Anche se mi ci voleva la cassetta vuota della Coca-Cola sotto i piedi perché altrimenti non arrivavo all’altezza giusta per fare i caffè o per disporre le cose sul bancone. Riempivo i frigoriferi tutte le sere prima di andarmene, controllavo le cose da ordinare ai fornitori, preparavo piattini, tazze, cucchiaini, bicchieri, zucchero, nei vassoi che i camerieri avrebbero solo dovuto portare per servire i clienti. Pulivo e lucidavo le mensole con su gli alcolici e gli amari, davo lo straccio e preparavo tè, camomille e perfino cocktail. Si iniziava da apprendisti e grazie all’aiuto e alla pazienza dei più grandi in poco tempo si apprendeva davvero.
Che bello era, ogni tanto, ritrovarsi con gli amici, che lavoravano a loro volta, a mangiare una pizza e pagare il conto con le mance guadagnate! Che bello era conoscere gente di ogni parte d’Italia e d’Europa! Imparare parole di altre lingue. Avere le chiavi di casa in tasca e l’impressione di non pesare sugli altri. E tutte le notti depredare il frigorifero e lasciare comunque qualcosa a Maurizio se rientrava dopo, come lui faceva con me se rientravo più tardi io. Qualunque fosse la sequenza, il mattino la mamma trovava regolarmente il frigo vuoto. Bei tempi, belle sensazioni.”
Le parole di Eraldo Pecci ci trasportano in un tempo in cui il lavoro, l’impegno e la quotidianità erano al tempo stesso scuola di vita e fonte di orgoglio personale. Raccontano la bellezza della semplicità, dei gesti piccoli ma significativi, dell’entusiasmo con cui anche un bambino di dieci anni poteva sentirsi parte del mondo degli adulti, contribuendo, imparando e costruendo la propria autonomia.
Ogni dettaglio — dalla cassetta della Coca-Cola per raggiungere il bancone, alla cura dei frigoriferi, dei piattini e delle tazze — non è solo lavoro, ma lezione di responsabilità, dedizione e collaborazione. Quei momenti condivisi con il fratello e con gli amici, tra pizze, lingue diverse e mance guadagnate, ci raccontano anche la gioia di sentirsi parte di una comunità, di crescere imparando dai più grandi, e di scoprire il valore delle piccole libertà quotidiane.
È una testimonianza di un’Italia che cresceva insieme, dove il lavoro era anche esperienza di vita, divertimento, scoperta e indipendenza. Quei tempi, quei gesti, quelle sensazioni restano nel cuore come ricordi preziosi di formazione e di leggerezza insieme.