Blue Eyes B & B

Blue Eyes B & B Volete trascorrere un week end vicino al lago maggiore e al lago di Varese a pochi km da Laveno col traghetto si può raggiungere in 20 minuti Stresa

02/06/2026
27/05/2026

27/05/2026

Nelle strade della Thailandia, un uomo chiamato Loong Dum ha commosso migliaia di persone per il motivo che si nasconde dietro al suo lavoro quotidiano.

Ogni giorno esce a vendere piccoli sacchetti di limoni sotto il sole, ma non lo fa soltanto per sopravvivere. Gran parte del denaro che guadagna lo utilizza per comprare cibo per decine di gatti abbandonati che vivono in vari angoli della città.

Ciò che ha emozionato di più chi ha conosciuto la sua storia è stato scoprire che, persino nei giorni più difficili, spesso dà da mangiare prima agli animali che a sé stesso.

Per Loong Dum, quei gatti non sono semplici animali randagi, ma compagni di vita che non lo hanno mai lasciato solo.

Quando la sua storia ha iniziato a diventare virale sui social network, molte persone hanno deciso di aiutarlo con donazioni, cibo e vestiti. Tuttavia, nonostante tutta l’attenzione ricevuta, lui continua ogni giorno a fare la stessa cosa: prendersi cura degli animali che considera parte della sua famiglia.

22/05/2026

Ha venduto la sua collezione di Taylor Swift per salvare il suo gatto: la storia di Socrates

A volte l’amore per un animale domestico porta a scelte difficili, persino dolorose. È quello che è successo a Nikos Manesis, un ragazzo londinese di 28 anni, che nel gennaio del 2025 si è trovato improvvisamente ad affrontare una situazione tanto drammatica quanto inaspettata.

Il protagonista di questa storia è Socrates, soprannominato affettuosamente “Sock”, il suo gatto. Un giorno, in un momento di gioco apparentemente innocuo, il felino ha ingerito la punta di un dardo Nerf. Un incidente domestico che si è trasformato rapidamente in un’emergenza veterinaria: l’oggetto ingerito ha reso necessario un intervento chirurgico d’urgenza per salvargli la vita.

La conseguenza? Una parcella veterinaria superiore alle 4.000 sterline, circa 4.800 euro.

Senza un’assicurazione per animali domestici e con il tempo che stringeva, Nikos si è trovato davanti a una scelta difficile. Ha deciso di lanciare una raccolta fondi su GoFundMe, sperando nell’aiuto della comunità. Ma non si è fermato lì.

Per riuscire a coprire i costi dell’operazione, ha preso una decisione che per molti fan sarebbe impensabile: vendere la sua preziosa collezione di memorabilia di Taylor Swift. Una raccolta costruita nel tempo, fatta di CD e vinili autografati, ricordi personali e pezzi rari legati alla sua artista preferita.

Un sacrificio emotivo enorme, ma necessario.

La risposta delle persone non si è fatta attendere. Tra donazioni online e la vendita dei cimeli, Nikos è riuscito a raccogliere la cifra necessaria per pagare l’intervento e le cure.

E la parte più bella della storia? Socrates si è ripreso completamente.

Questa vicenda è un esempio potente di quanto possa essere profondo il legame tra una persona e il proprio animale. Non si tratta solo di compagnia, ma di famiglia. E quando la famiglia ha bisogno, si fa tutto il possibile — anche rinunciare a qualcosa di prezioso.

Per Nikos, la sua collezione era importante. Ma Socrates lo era molto di più.

10/05/2026

Ci affanniamo a mostrare il meglio di noi, a nascondere fragilità e imperfezioni.
Poi arriva un gatto e, con la semplicità del suo amore, ti insegna qualcosa di raro: essere accolti per ciò che si è davvero.
E in quello sguardo che non giudica, capisci che a volte non serve essere perfetti…
serve solo esserci, con il cuore aperto. 🐾💛

04/05/2026

Stamattina, per strada, davanti all’ufficio, ho visto un cesto lasciato sul marciapiede. Di quelli vecchi, un po’ rovinati. Mi sono fermato senza sapere bene perché… e dentro c’era lui.

Un gattino piccolissimo, troppo fragile per stare lì da solo. Sporco, freddo, con quel respiro leggero che ti fa subito pensare che potrebbe non farcela.

Qualcuno mi ha detto di lasciarlo, che tanto non sarebbe andata bene. E lo capisco, perché quando li vedi così piccoli ti senti impotente. Però poi mi ha toccato con il muso, piano… e lì non ho più avuto dubbi.

L’ho preso e sono andato dal veterinario. Senza pensare troppo. Solo con quella sensazione che, se me ne fossi andato, me ne sarei pentito.

A casa è iniziato tutto il resto. Latte con la siringa, sveglia ogni due ore, anche di notte. Il cotone per aiutarlo, come farebbe una mamma. Una scatola con dei vestiti, la borsa dell’acqua calda per tenerlo al caldo. Piccole cose, ma fatte con attenzione.

Nel frattempo cercavo di lavorare, ma la testa era sempre lì. Tornavo a controllarlo ogni volta che potevo. Ogni respiro sembrava importante.

Poi stanotte è successo qualcosa. Ha iniziato a leccare il latte da solo. Poco, ma abbastanza da farmi capire che ci stava provando davvero. Si è rannicchiato nella mia mano, tranquillo, come se si fidasse.

E poi… le fusa. Piano, quasi impercettibili. Ma c’erano.

Non so come andrà. Non lo so davvero.
Però una cosa sì: a volte basta fermarsi, non passare oltre.

E oggi, almeno per ora, lui è qui. 🐱💛

01/05/2026

Alle 18:30 le luci del gattile dovevano spegnersi, e quel vecchio gatto capì finalmente che nessuno sarebbe venuto.

Lo so, detta così sembra drammatica.

Ma io ero lì.

In piedi vicino all’ultima fila di gabbie, con ancora la borsa sulla spalla, e vidi qualcosa cambiare nei suoi occhi.

Smise di guardare la porta.

Ero entrata solo per lasciare una busta di croccantini ancora chiusa e qualche vecchio asciugamano. Tutto qui.

Mi ero detta che ero troppo impegnata per adottare un animale.

Troppo stanca per prendermi cura di un altro essere vivente.

Avevo cinquantuno anni, vivevo sola, lavoravo troppo, e mi ero abituata a chiamare la mia vita “tranquilla”, quando in realtà volevo dire silenziosa.

Il gatto stava nella gabbia in basso, in fondo alla stanza.

Non era uno dei gattini davanti, quelli con gli occhi vispi, le zampette piccole e i cartelli con scritto DOLCISSIMO o ADATTO AI BAMBINI.

Lui era vecchio.

Magro.

Con il muso grigio in un modo che lo faceva sembrare quasi una persona.

Un orecchio un po’ piegato in avanti.

Il pelo ruvido.

La schiena rigida quando si muoveva.

Sul cartellino c’era scritto che si chiamava Romeo.

Sotto, con un pennarello nero grosso, c’era scritto anziano.

Una volontaria si avvicinò e disse piano:

“È qui da tre settimane.”

Le chiesi cosa fosse successo.

Abbassò la voce, come si fa quando si parla di qualcosa che fa male.

“La sua padrona è stata portata in una casa di riposo. I parenti hanno detto che avevano bisogno di qualche giorno per organizzarsi. Hanno promesso che sarebbero tornati a prenderlo.”

Guardò verso l’ingresso, poi di nuovo me.

“Non sono mai tornati.”

Io guardai Romeo.

Non miagolava.

E quella era la cosa peggiore.

La stanza era piena di rumori.

Gatti che grattavano gli sportelli.

Cuccioli arrampicati alle sbarre.

Un giovane gatto rosso che si lanciava contro la gabbia come se dovesse farsi notare a tutti i costi.

Romeo no.

Lui stava seduto.

Aveva lo sguardo di chi aveva già fatto troppe volte la stessa domanda e non voleva più sentire la risposta.

Mi accovacciai davanti a lui.

Sollevò la testa e mi guardò.

Non con speranza, esattamente.

Più con una stanchezza gentile che mi fece più male di qualunque miagolio.

“Qualcuno ha chiesto di lui?” domandai.

La volontaria fece un sorriso triste.

“La gente cerca gatti giovani. Sani. Facili. Un gatto anziano, che ha bisogno di tempo, passa sempre dopo.”

Devo dirvi una cosa br**ta.

Per un secondo, quasi annuii.

Perché in fondo ha senso, nel mondo in cui viviamo.

Tutti vogliono ciò che è nuovo, semplice, brillante.

Qualcosa che non ricordi quanto passa in fretta il tempo.

Lo facciamo con i mobili, con i telefoni, con il lavoro.

E a volte anche con le persone, se siamo sinceri.

Poi le luci del gattile si abbassarono per la sera.

Romeo girò la testa verso la porta d’ingresso.

Non di scatto.

Non con entusiasmo.

Solo per abitudine.

Come se una piccola parte di lui credesse ancora che certi passi potessero voler dire casa.

Ma non entrò nessuno.

Sentii una stretta al petto così forte che quasi mi venne rabbia.

Non contro la famiglia.

Non contro il gattile.

Contro quella semplice ingiustizia della vita.

Un animale può amare una persona per anni, perdere tutto in pochi giorni, e poi ve**re scartato perché non è più abbastanza giovane da fare tenerezza.

“Posso prenderlo in braccio?” chiesi.

La volontaria aprì la gabbia.

Romeo non si oppose quando infilai le mani sotto il suo corpo.

Era più leggero di quanto pensassi.

Mi aspettavo rigidità, paura, magari una zampata.

Invece, appena lo sollevai, si lasciò andare.

Non in modo spaventoso.

Più come qualcuno che si era retto in piedi da solo per troppo tempo, e appena qualcuno gli dice finalmente “ti tengo io”, ci crede quel tanto che basta per riposare.

Premette il muso contro il mio maglione.

E per me finì lì.

Non tornai a casa a pensarci.

Non chiamai un’amica.

Non feci una lista pratica dei pro e dei contro.

Rimasi lì con quel vecchio gatto appoggiato al petto, mentre la volontaria andava a prendere i moduli per l’adozione.

Durante il tragitto verso casa, Romeo rimase zitto nel trasportino accanto a me.

Io parlai lo stesso.

Gli dissi che il mio appartamento era piccolo.

Che bevevo troppo caffè.

Che la sera guardavo vecchi quiz in televisione.

Che a volte russavo e dimenticavo i panni stesi.

Che non avevo idea di cosa stessi facendo.

Quando arrivammo, uscì piano dal trasportino e ispezionò il soggiorno come un viaggiatore stanco entrato in una pensione che non sa ancora se fidarsi.

Annusò il tappeto.

Guardò sotto la poltrona.

Fissò la cucina.

Poi sparì dietro il divano.

Io mi sedetti per terra e aspettai.

Passò un’ora.

Poi due.

Cominciai a chiedermi se avessi fatto un errore.

Forse il gattile lo aveva spaventato.

Forse anche casa mia.

Forse gli mancava l’unica persona a cui era davvero appartenuto.

Forse l’amore, quando arriva tardi, fa più paura che conforto.

Quella prima notte mi svegliai verso le due.

Romeo era in piedi accanto al letto.

Non miagolava.

Non cercava di salire.

Stava solo lì, a guardarmi nel buio.

Spostai la coperta e sussurrai:

“Ehi, amore.”

Lui sbatté le palpebre una volta.

E in qualche modo capii.

Non stava controllando la stanza.

Stava controllando me.

O forse voleva solo essere sicuro che fossi ancora lì.

Che al mattino non sarei sparita anch’io.

Allungai la mano finché le dita gli sfiorarono la schiena, e dissi la cosa più vera che avessi detto da tanto tempo.

“Io non me ne vado.”

Lui rimase immobile per un secondo.

Poi si appoggiò alla mia mano e cominciò a fare le fusa.

Era un suono ruvido, irregolare.

Come un vecchio motore che riparte dopo un inverno difficile.

Io piansi lì, nel buio.

Non perché lo avevo salvato.

Ma perché capii una cosa.

Adottare un animale anziano non significa solo dargli una casa.

Significa ricevere la fiducia di un cuore che avrebbe tutti i motivi per non fidarsi più.

La gente dice che ho salvato Romeo.

Forse è vero.

Ma ogni sera, quando si rannicchia vicino a me per assicurarsi che io sia ancora lì, penso che anche lui abbia salvato qualcosa dentro di me.

E adesso so una cosa.

Nessuno è troppo vecchio per essere scelto.

Nessuno è troppo stanco per essere amato.

E a volte quelli silenziosi, quelli dimenticati, sono proprio quelli che sanno amare più profondamente di tutti.

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22/04/2026

Ho provato a portare la gatta di mia figlia al rifugio la mattina dopo il funerale.

Vorrei poter dire che le ho voluto bene fin dall’inizio.

Non è andata così.

La verità è che io quella gatta non l’ho mai voluta.

Mia figlia Bianca l’aveva trovata tre inverni prima dietro un supermercato. Mezza congelata, fradicia, che strillava sotto un cassonetto mentre cadeva una pioggia gelida che ti tagliava la faccia. L’aveva portata a casa avvolta nella felpa, come si tiene in braccio un neonato.

Quella gatta, all’inizio, era proprio messa male.

Pelo a chiazze. Un orecchio strappato. La punta della coda piegata storta, come se qualcuno gliel’avesse rovinata tempo prima.

Bianca mi guardò e disse:

“Papà, non cominciare. Lei resta.”

Io invece cominciai eccome.

Dissi che non volevo peli sul divano, sabbietta in lavanderia, zampe sul piano della cucina e soprattutto non volevo un animale mezzo selvatico che girava per casa come se il mutuo lo pagasse lui.

Bianca sorrise soltanto.

Le grattò il mento e disse:

“Non è selvatica. È solo spaventata.”

Poi la chiamò Tempesta, e già quello diceva tutto.

Quella gatta ne combinava una dietro l’altra.

Fece cadere una lampada in salotto, si arrampicò sulle tende, mi rubò un pezzo di arrosto dal piatto durante una festa di famiglia e una volta mi fece pure p**ì negli scarponi da lavoro dopo che le avevo urlato contro perché era salita sul tavolo della cucina.

Bianca rideva fino alle lacrime.

Io dicevo:

“Quell’animale ha qualcosa che non va.”

E lei mi rispondeva:

“No, papà. Si fida solo con difficoltà.”

Poi arrivò quella domenica di ottobre.

Pioveva.

Il telefono squillò alle 7:12.

E la mia vita si spezzò in due.

Dopo, per un po’, la casa si riempì di gente.

Teglie portate da vicini e parenti.

Caffè lasciato a metà.

Voci basse.

Abbracci impacciati.

Quelle pacche sulla spalla che ti danno quando non sanno cos’altro fare.

Poi se ne andarono tutti.

Uno alla volta.

E il silenzio entrò davvero in casa.

Fu lì che la gatta diventò un problema.

Bianca non c’era più.

Ma Tempesta sì.

Continuava a stare seduta davanti alla porta della sua camera.

Continuava a girare la testa ogni volta che i fari di una macchina attraversavano la finestra.

Continuava a correre verso l’ingresso al rumore delle chiavi, come se ancora si aspettasse di vederla rientrare.

Io non lo sopportavo.

Non sopportavo quella bestiola che aspettava qualcuno che non sarebbe tornato mai più.

E sopportavo ancora meno quello che mi smuoveva dentro.

Così, la mattina dopo il funerale, misi Tempesta nel trasportino e guidai fino a un rifugio poco fuori città.

Lei non miagolò.

Fu peggio così.

Se ne stava solo rannicchiata in fondo al trasportino, a guardarmi da dietro la grata con quegli occhi gialli, come se avesse già capito tutto.

Il parcheggio era quasi vuoto.

Cielo grigio.

Caffè freddo nel bicchiere.

Le mani strette al volante fino a farmi male.

Continuavo a dirmi che era una cosa pratica.

Continuavo a dirmi che ero troppo vecchio per ricominciare con una gatta che non avevo mai voluto.

Continuavo a dirmi che stavo facendo la cosa più sensata.

Poi aprii lo sportello del passeggero, allungai la mano verso il trasportino e Tempesta si tirò ancora più indietro, come se pensasse che stessi per lasciarla sul ciglio di una strada.

E nella mia testa sentii Bianca.

Bianca, Bianca come se fosse lì.

Non fare anche questo a lei.

Richiusi lo sportello con forza e tornai a casa.

Arrabbiato per tutto il tragitto.

Arrabbiato con la gatta.

Arrabbiato con Bianca, perché era il tipo di persona che raccoglieva sempre tutto quello che era rotto.

Arrabbiato con me stesso, perché in fondo sapevo benissimo perché avevo fatto marcia indietro.

Quella notte Tempesta non dormì nella camera di Bianca.

Si mise fuori dalla mia porta.

Io la ignorai.

La notte dopo, uguale.

Quella dopo ancora, verso le due, cominciò a graffiare contro il vecchio ripostiglio del corridoio.

Non il tappeto.

Non il divano.

Non la porta.

Solo quel ripostiglio pieno di cianfrusaglie che non sistemavo da anni.

Mi alzai brontolando, la mandai via e tornai a letto.

Dieci minuti dopo era di nuovo lì.

Andò avanti così per tre notti.

La quarta ero così stanco, così svuotato, che aprii di colpo quella porta solo per dimostrare a me stesso che lì dentro non c’era niente che giustificasse tutta quella storia.

Coperte.

Vecchie prolunghe.

Una scatola di luci di Natale.

E dietro tutta quella roba, attaccata alla parete in fondo dove io non avrei mai guardato, c’era una busta bianca.

Con scritto sopra una sola parola.

Papà.

Riconobbi la scrittura di Bianca prima ancora di toccarla.

Mi cedettero le gambe.

Mi ritrovai seduto per terra, lì nel corridoio.

La lettera era corta.

Forse per questo mi colpì ancora di più.

Se stai leggendo questa lettera, vuol dire che la vita ha fatto quello che a volte fa, e io non sono riuscita a dirti queste cose come avrei voluto.

Ti conosco, papà.

Dirai che stai bene anche quando non è vero.

Dirai che non hai bisogno di nessuno.

Chiuderai tutte le porte di casa e chiamerai questa cosa forza.

Ti prego, non farlo.

E ti prego, non portare via Tempesta.

Lei trova sempre la persona più triste della stanza e le resta accanto.

Se sceglie te, lasciala fare.

In questa casa sente ancora la mia voce.

Da lì in poi non vidi più bene le parole.

Rimasi seduto sul pavimento come un uomo vecchio che aveva finito i modi per restare in piedi da solo.

Tempesta entrò nel ripostiglio.

Passò sopra tutta quella roba.

E mi salì in grembo come se l’avessi chiamata io.

Quella gatta peserà forse quattro chili e mezzo.

Ma quando si rannicchiò contro il mio petto, mi sembrò che qualcuno mi avesse tolto almeno un mattone da tutto il peso che avevo addosso.

Piansi fino a sentirmi male alle costole.

Non un pianto composto.

Non un pianto da film.

Un pianto vero.

Di quelli che ti lasciano gonfio, vuoto e senza più energie per fingere.

La mattina dopo chiamai il rifugio e dissi che la gatta non era più da lasciare.

È passato quasi un anno ormai.

Tempesta dorme ancora dove le pare.

Per lo più sul mio letto.

A volte sul vecchio maglione di Bianca, se lo lascio sulla sedia.

Continua a comportarsi come se questa casa fosse sua.

Forse lo è davvero.

Io sento la mancanza di mia figlia ogni singolo giorno.

Quella parte non si rimpicciolisce.

Ma la casa non sembra più una tomba.

C’è una forma calda sul davanzale ogni mattina.

C’è una ciotola vicino al lavello.

C’è una vita che ha ancora bisogno che io mi alzi, apra le persiane, riempia la scodella e vada avanti.

Io la gatta di mia figlia non l’ho mai voluta.

Ma nel periodo peggiore della mia vita, quella bestiola malconcia è stata l’unica cosa che non mi ha lasciato sparire dentro il mio dolore.

E credo che sia stato questo l’ultimo regalo di Bianca.

Una creatura che non avevo chiesto.

Un affetto che si è rifiutato di andarsene.

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