20/09/2026
Le parole pronunciate da Antonio Tajani non sono semplicemente una battuta infelice. Sono molto più interessanti (e molto più preoccupanti) per ciò che rivelano.
La donna “meno appariscente”, con la “gonna più lunga”, sarebbe quella più seria, più affidabile, più fedele, destinata a essere una “buona madre di famiglia”. Quella più affascinante, invece, potrebbe tradire. Questo è il ragionamento pronunciato pubblicamente dal vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri.
Ecco perché continuare a sostenere che la cultura patriarcale sia un’invenzione ideologica significa non voler vedere ciò che abbiamo davanti agli occhi.
Il patriarcato non è soltanto l’uomo che impone esplicitamente alla donna cosa fare. È anche (e soprattutto) un sistema di rappresentazioni talmente interiorizzato da diventare apparentemente “normale”.
La donna “rassicurante” è quella composta. Poco vistosa. Sessualmente non minacciosa. Devota. Materna. Fedele. Familiare. Possibilmente prevedibile.
In una parola: controllabile.
Ed è proprio qui il problema.
Perché quando il valore e l’affidabilità di una donna vengono anche solo simbolicamente collegati alla lunghezza della gonna, al numero delle relazioni precedenti, al suo essere più o meno appariscente e alla capacità di incarnare il modello della “brava madre di famiglia”, non stiamo parlando semplicemente di gusti personali.
Stiamo riproducendo uno stereotipo antico: la donna “buona” è quella che occupa poco spazio, non disturba, non eccede, non mette in discussione l’ordine costituito.
La donna che sceglie, cambia, seduce, lascia, vive liberamente la propria identità diventa invece quella da guardare con sospetto.
Ed è forse questo l’aspetto più significativo di tutta la vicenda: certi schemi sono così profondamente radicati da emergere con assoluta naturalezza persino nel linguaggio di chi occupa le più alte responsabilità istituzionali.
Altro che patriarcato inesistente.
Il problema è esattamente l’opposto: è talmente presente da risultare invisibile a chi lo riproduce.
E se nel 2026 dobbiamo ancora spiegare che l’affidabilità di una donna non si misura dalla sua gonna, dalla sua bellezza, dal numero dei suoi ex o dalla sua disponibilità a incarnare l’angelo del focolare, significa che la strada culturale da percorrere è ancora enorme.
Altro che 150 anni.
Di questo passo potrebbero non bastare.