03/10/2025
🩵 Napoli 🩵
Napoli non smette mai di stupire
Napoli non smette mai di stupire. Lo dico io, che fino a qualche anno fa consideravo quella frase una delle tante invenzioni autoreferenziali di certi napoletani, soprattutto negli ultimi anni, quando la mania degli influencer ne ha fatto un ritornello ossessivo. E invece mi sbagliavo.
Io vivo a Verona, ho una galleria d’arte. Qualche tempo fa entra da me un signore distinto. Avrà avuto più o meno la mia età, e qui permettetemi un inciso: io ne ho cinquanta, e non me ne vergogno affatto. Anzi, me li porto più che bene, tanto che i corteggiamenti non mancano. Voi direte: “Che c’entra questa nota”, C’entra eccome, perché un pizzico di vanità è parte del racconto, e la vita ama sorprenderci proprio quando ci sentiamo al sicuro.
Scambio poche parole con quell’uomo e subito riconosco l’accento napoletano. Qualcuno potrebbe dire: “Come fai, tu veronese, a distinguerlo da quello di Salerno o di Avellino”, Lo riconosco perché qualche anno fa sono stata — dico ironicamente “infidanzata” — con un commercialista di Chiaia. Sapeva tutto di conti, bilanci e dichiarazioni dei redditi, e sapeva tutto anche di me. Un uomo elegante, con maniere da aristocratico, forse persino barone, o così diceva. Affascinante, sì. Bugiardo cronico, però.
Io che mi vanto di avere una specie di antenna parabolica per i bugiardi, con lui non l’avevo capita subito. Forse perché la mia antenna inizia a captare solo dopo un po’. Lo conobbi a una mostra a Capodimonte, ero stata invitata come relatrice — perché sì, oltre a occuparmi d’arte come gallerista, sono anche storica dell’arte — e lì lui sapeva sedurre con la stessa destrezza con cui “quadrava i conti”. Un uomo che sapeva fare tutto, tranne dire la verità.
Torno al signore della mia galleria. Lo squadro. La prima cosa che noto sono le scarpe: splendide, di cuoio pregiato, fatte a mano, lucidissime. Mio padre ripeteva sempre a mio fratello: “Un uomo lo giudichi dalle scarpe”, “Puoi risparmiare sulla cravatta, persino sull’orologio, ma mai sulle scarpe”, “Se sono scadenti, anche l’abito più bello perde fascino”. Alfredo — così si chiamava — passava l’esame con lode.
Poi l’imprevisto. Si toglie il cappotto nero e sotto ha un clergyman, il colletto romano da prete. Mi prende un colpo. “Oddio, ma lei è un prete”, Lui sorride: “No, non si spaventi. Sono un attore. Mi hanno chiamato per un casting qui a Verona. Mi sono presentato con il colletto di mio cugino. Ho pensato che facesse colpo. E in effetti l’ha fatto, no”, Scoppiamo a ridere.
Quella risata ci porta dritti a un caffè. Io, con la galleria ancora aperta, chiudo di corsa e lo seguo. Divertentissimo vedere la faccia dei passanti: io, notoriamente anticlericale, seduta con uno che a tutti gli effetti sembrava un prete.
E sì, sono un po' molto anticlericale. Colpa, iperbolicamente, di mia zia Irene, suora. Quando i miei genitori mi lasciavano da lei al convento, era un tormento. Le cucine odoravano di cavolo: zuppe fumanti, minestroni densi, legumi bolliti per ore. Io, bambina difficile, lo vivevo come una punizione. Lei però era inflessibile: “Non ti alzi finché non hai finito”, Inventai mille trucchi: nascondere il cibo nelle maniche, infilarlo nelle scarpe, lanciare con il cucchiaio dalla finestra come una catapulta di salvezza.
Suor Irene — mia zia — non era cattiva, anzi. Credeva di fare il bene. Ripeteva con grande originalità: “I bambini in Africa muoiono di fame, e tu lasci la minestra nel piatto”, Io mi sono sempre chiesta che relazione ci fosse tra la mia pancia piena e la loro vuota. Sul letto di morte, con gli occhi lucidi, mi disse: “Perdonami se ti obbligavo a mangiare quello che non volevi. Credevo fosse il meglio per te”, Fu la sua confessione più tenera, quasi comica, come una carezza tardiva.
Alfredo mi ascoltava rapito, sorseggiando un caffè che gli pareva tristissimo. I napoletani fuori da Napoli vivono il caffè — e non solo il caffè — come un supplizio bello e buono. Poi si fa serio: “Sei imbarazzata. È per il colletto da prete”, “Sì. Toglilo, ti prego. Non mi fido dei preti, nemmeno se finti”, ironizzai. Lui se lo sfilò con un gesto lento, e con un lampo d’orgoglio soggiunse: “E comunque non pensare che io faccia il giullare. Sono un attore di teatro, vivo di quello. Potrei recitare ovunque, persino a hollywood, se solo conoscessi l’inglese come il napoletano”, Quell’orgoglio improvviso mi colpì; meglio chi si accende di fierezza che chi vuole piacere a tutti i costi.
Il giorno dopo me lo rivedo entrare in galleria: “Hai due possibilità. O vieni a cena con me — niente colletto, giuro — oppure vieni a Napoli. Ti mostro qualcosa che ti farà cambiare idea sul tuo ateismo”, Non accettai la cena, avevo un impegno. Quella promessa però restò nella mia testa.
Da lì messaggi, telefonate, videochiamate. Odio le videochiamate, ma con lui facevo eccezione, soprattutto quando appariva con il mare di Castel dell’Ovo alle spalle. Sole, onde, risate: scavavano dentro come un richiamo.
Un giorno affido l’attività commerciale alla mia socia e scendo a Napoli.
Mi viene a prendere all’aeroporto con una macchina scassata, cigolante. Io sgrano gli occhi. Lui ride: “Non ti spaventare. A Napoli i più ricchi hanno le macchine peggiori. Vecchia politica degli anni Ottanta. La macchina buona sta in garage, come una reliquia”, Ridiamo.
Il giorno dopo è San Gennaro, indimenticabile. “Non dirmi che mi hai fatto ve**re qui per questa storia del sangue che si scioglie”, sbottai. “Se è così, riparto subito”, Lui si fa serio: “No. Voglio farti vedere qualcosa che quasi nessuno vede. Promettimi che, se accadrà, prenderai in considerazione l’idea di cambiare vita”.
Mi porta nel Complesso dei Vincenziani, cuore antico del Borgo dei Vergini nel Rione Sanità. Attraversiamo corridoi severi, proporzioni settecentesche, una luce che filtra alta come una lama sottile. Mi apre la porta di legno intagliato della Ca****la delle Reliquie, un piccolo scrigno di Luigi Vanvitelli: eleganza sobria, linee armoniose, teche e ostensori in legno dorato, reliquie di martiri, paramenti sacri ricamati a fili sottili.
Poi Alfredo si ferma davanti a un dipinto annerito dal tempo: il Quadro dell’Anima Dannata. “Lo vedi?”, fece con tono grave. “Qui persino sant’Alfonso Maria de’ Liguori veniva a pregare. La tradizione racconta di una donna che viveva un adulterio con un ragazzo più giovane. Alla sua morte, Dio non le concesse riposo: apparve tra le fiamme al suo amante, come monito terribile. Per provare la verità di quella visione, lasciò le sue mani impresse a fuoco su questa tela, come marchio di eterna dannazione”.
Io lo fisso, esterrefatta: “Ah, perfetto. Vedo che partiamo subito con cose leggere… e quindi, secondo te, io dovrei convertirmi per paura dell’inferno”, ironizzai. Lui sorrise, senza scomporsi: “Aspetta. Non correre. Questo era solo per farti capire che questa ca****la è uno scrigno, e ogni reliquia racconta un pezzo di mistero. Ma non è finita; il resto arriverà a breve”.
Alla mia sinistra, su un’alzata lignea tra gli altri reliquiari, un contenitore che non mostrava ossa. In cima, una piccola ampolla dal contenuto grumato. Alfredo mi invita a inginocchiarmi. Esito, penso alla gonna, alle ginocchia, alle calze. “Mettiti tu in ginocchio”, ribatto. Sorride, si inginocchia, tira fuori il telefono e si collega a una diretta dal Duomo. Mi sembra tutto assurdo.
Dalla diretta si ode lo scampanio: il sangue di San Gennaro si è sciolto. E proprio in quell’istante, davanti a me, la massa densa nella piccola ampolla si liquefece. Resto senza parole. La prendo in mano, la scuoto piano: “Non è possibile”.
Alfredo, con voce da attore consumato, comincia a raccontare: “Questa è la terza ampolla di San Gennaro. Nel 2016 è riemersa proprio qui, in questa ca****la vanvitelliana aperta al pubblico per la prima volta. È accompagnata da un’autentica del 1793, firmata dal vescovo di Ferentino, che ne attesta la donazione ai Padri della Missione. Quanto allo stato dell’ampolla, al ritrovamento risultò liquida. Non esistono decreti che dicano che sia sempre liquida: può apparire liquida o coagulata. Oggi la vedi anche tu, com’è”.
Alzo lo sguardo. Le linee severe di Vanvitelli paiono suggellare il prodigio: l’arte incornicia la fede, l’architettura razionale abbraccia un mistero che sfugge alla ragione.
Esco dalla ca****la senza aureole né conversioni. Eppure qualcosa è cambiato. Napoli ha preso dimora dentro di me. Non lo sento solo nel blu del golfo che ti sorprende quando si apre improvviso tra due palazzi; lo sento nella vita minuta della città: i panni di bucato che sventolano come vele tra i balconi, il caffè che borbotta nelle cucine, il sugo che si prepara lento la domenica mattina, le voci che si rincorrono da un cortile all’altro.
Tornata a Verona, ci sono mattine in cui, appena scesa dal letto, quasi senza accorgermene, mi sfugge un segno della croce. Non per fede, non ancora, forse mai; è che un gesto antico si è infilato nelle pieghe della mia abitudine. Ogni volta che me ne accorgo, sorrido: “Pazza”, Forse.
Poi mi torna alla mente Alfredo. La voce piena d’orgoglio, gli occhi accesi di mistero, la macchina scassata che arrancava per i vicoli della Sanità. Mi ha lasciato dentro qualcosa che non so nominare. Amore, fascinazione, o solo la vertigine di un incontro inatteso. So soltanto che, quando a Verona qualcuno ironizza sui “superstiziosi napoletani”, non ribatto più. Sorrido e basta, e in quel sorriso c’è Napoli intera, con i suoi santi e i suoi peccatori, con Vanvitelli e San Gennaro complici silenziosi.
Tengo in agenda un promemoria senza motivo: “Napoli”. Ogni tanto lo sposto, ma la nostalgia mi azzanna. Non lo cancello mai. E quando il ricordo si fa più vivido, mi pare di sentire ancora la sua voce: “Aspetta. Questo era solo l’inizio. Il resto arriverà a breve”.
Roberto Bonaventura
Se vuoi leggere altre novelle partenopee👇
https://amzn.eu/d/aabFKfS