Casa Indipendente Settecentesca

Casa Indipendente Settecentesca Si tratta di una casa vacanze del 1700, indipendente, in pieno centro ad Ostuni, ubicata in una piaz

13/10/2024

"Mia mamma si doveva operare, un mese fa le hanno diagnosticato il cancro per la terza volta. Quando ci siamo svegliati quella mattina, il cielo era grigio. Mia mamma si è messa a pregare e mentre lo faceva piangeva e io riuscivo a sentire le sue lacrime piombare sul tappeto. Cosa dovrei fare prima che entri in sala operatoria? Come devo passare questi ultimi giorni con lei? Dovremmo guardare dei film insieme? Basteranno le preghiere che abbiamo fatto insieme ? Andare a mangiare fuori? Stare insieme basta? Ha senso che io stia scrollando tik tok? E se me ne pentissi? A cosa servono tutti sti soldi e questo successo?". Ho pensato anche di abbandonare la musica, mi sono sentito solo, ho pensando più volte di smettere di fare musica e lo gridavo spesso in faccia a mia madre. Quei giorni mi sentivo solo. Entravano e uscivano medici, donne delle pulizie, infermiere, tutti continuavano a chiederci come stavamo. Mia madre mi disse "Ecco vedi? Ghali tu devi continuare, non hai fratelli, non hai sorelle, la musica è un dono di Dio, Dio ti sta dando fratelli e sorelle tramite la musica".
Nei momenti in cui usciva dalla stanza d'ospedale per fare una passeggiata all'aria aperta, è nata "Niente panico". Mi emoziono e faccio sempre fatica a trattenere le mie lacrime quando ascolto questo brano, ma quella volta è stato particolarmente intenso. Il vento intorno a me si sollevò, ho sentito una carezza e le mie lacrime scivolavano sul viso fino a finire sul prato, i cespugli intorno si muovevano. In quei giorni ho avuto tanta paura, ma grazie a Dio l’operazione è andata bene. Grazie allo spiacevole evento, ho scritto "una cura". Per questo è la canzone più importante della mia vita.
Dedico questa canzone a chiunque stia passando un momento difficile, per qualunque ragione, che sia lavoro, una malattia, un esame all’università, una guerra o un amore finito, perchè qualunque problema di salute mentale merita rispetto e comprensione. Dedico questa canzone a chiunque stia passando un momento in balia della paura."

Ghali

28/08/2024

Lo accusarono di aver persino violentato la sorella. Poi un’altra violenza sessuale e di aver sparato in testa a un miliziano, per poi schernirne il ca****re. Dovevano trovare ogni possibile motivo per processare e fucilare un prete.

“Don Boia” lo chiamò lo stampa, su indicazione dei nazifascisti. Don Giuseppe Borea non aveva fatto niente di tutto questo. Era un “ragazzo” molto emotivo, caduto per altro da tempo in una depressione profonda. Per quanto fosse partigiano, ascoltava e dava conforto a tutti i condannati a morte, anche i fascisti. Chiudeva gli occhi a tutti, pregava per tutti. E quando i corpi erano straziati, li ricomponeva lui stesso.

Ma al regime Don Borea non era mai piaciuto, già prima dell’8 settembre. Perché mentre il fascismo organizzava eventi pubblici, lui con la sua parrocchia faceva altrettanto. Per questo era considerato un sovversivo e nel 1945 venne arrestato.

Il processo fu una farsa. Così grande che quando il suo avvocato difensore assegnato d’ufficio, un maggiore della milizia che doveva esser compiacente con l’accusa, si rese conto che avevano già deciso di ammazzarlo, si lanciò in una in una strenua difesa di Don Borea. Il sussulto di dignità gli costò l’espulsione dal partito e l’isolamento.

Lo fucilarono il 9 febbraio del 1945.
Rifiutò la benda sugli occhi, la sedia. Perdonò i suoi carnefici e prima di morire disse: “Offro la mia vita per la pace e la grandezza della Patria. Viva Gesù, Viva Maria, Viva l'Italia".

Per evitare che potessero martirizzarlo, buttarono il ca****re in una fossa comune.

Il ricordo oggi va a un patriota, un martire, uno degli italiani grazie ai quali l’Italia è stata liberata e a cui va l’eterno grazie di tutti noi.

Leonardo Cecchi

27/08/2024

La mafia le ammazzò il marito. Ma lei, Serafina, non parlò perché era cresciuta nella trappola dell’omertà e della mafia. Poi però toccò al figlio, Salvatore, un bravo ragazzo cresciuto in un ambiente sbagliato. La mafia uccise anche lui.

Per Serafina Battaglia cambiò il mondo e decise di abbandonare totalmente la vita di prima e rompere l’omertà.

Era il 30 gennaio quando prese una decisione storica: dire ai giudici tutto quello che sapeva. Sicari, affari mafiosi che aveva il marito, informazioni. Tutto. Divenne la prima donna in Italia testimone di giustizia. Pagò un prezzo enorme oltre a quello della perdita del figlio: il totale isolamento dal mondo. Si mise contro tutti, dalla famiglia fino agli amici. Al punto tale che per trovare un avvocato ci mise un’eternità. Nessuno la voleva, tutti la evitavano per aver rotto il silenzio dell’omertà.

Ma Serafina non si arrese mai. Testimoniò in tribunale e affrontò i boss mafiosi senza paura, addirittura incalzandoli, inveendo loro contro come mai era successo prima.

“Se le donne dei morti ammazzati si decidessero a parlare così come faccio io, non per odio o per vendetta ma per sete di giustizia, la mafia in Sicilia non esisterebbe più da un pezzo”, diceva.

Non mollò un attimo ma non vide mai l’arresto dei sicari di suo figlio. Abbandonata da tutti, morì a Roma, ancora in lutto, il 10 settembre 2004.

Il suo aver detto “no” all’omertà aprì però un mondo.
A lei, oggi, va il ricordo di tutti noi.

Leonardo Cecchi

27/08/2024

Tanto lo avevano scempiato nel corpo che la madre lo riconobbe dalla punta del naso.

Gli avevano inciso lettere sulla pelle, spento si*****te addosso, rotto sette costole, tutte le ossa delle mani e dei piedi. Massacrato e torturato per giorni con ogni mezzo a disposizione fino a renderlo irriconoscibile. Ammazzato come un animale al macello con un colpo sferrato al collo.

Lo dico anche quest'anno: a volte ci dimentichiamo cosa ha passato Giulio Regeni. È umano, succede quando passano anni da una tragedia. Ma è bene ricordarlo, vividamente e chiaramente. Perché ad oggi le bestie che devastarono un ragazzo nostro connazionale che poteva essere fratello e figlio di tanti di noi, non hanno pagato con neppure un giorno di carcere e ancora oggi latitano. Difesi strenuamente e con ogni mezzo da altri assassini, che li nascondono e rendono impossibile una giustizia per un ragazzo che oggi avrebbe compiuto trentasei anni. Giustizia per lui, per la famiglia e per tutto il nostro Paese, vergognosamente preso per il naso da chi sta nascondendo macellai senza onore, pavidi e codardi.

Alla famiglia un grande abbraccio.
Allo Stato la richiesta di sempre: verità e giustizia.

Leonardo Cecchi

27/08/2024

Proteggiamo il mare.

27/08/2024

Non tutti i volti dei prigionieri, immortalati nelle fotografie durante il periodo di internamento nei campi di sterminio, hanno un nome. Anche se vogliamo ricordarli comunque, uno a uno.
Queste fotografie, però, appartengono a una bellissima ragazza di 15 anni; Czeslawa Kwoka.
Tutto quello che ci resta di Czesɫawa Kwoka è una serie di tre scatti che la inquadrano durante la sua prigionia nel campo di sterminio nazista di Auschwitz- Birkenau. Ci arrivò nel dicembre del 1942 insieme alla madre, ci morì nel marzo 1943 (un mese dopo la mamma) e non aveva ancora 15 anni.

In questi scatti Czeslawa guarda dritto nella fotocamera del fotografo. Il fotografo è un prigioniero, polacco: un ventenne di nome Wilhelm Brasse, il cui gesto di ribellione al nazismo fu quello di non bruciare l’archivio fotografico che aveva contribuito a creare.

Lo sguardo si Czeslawa è forte, determinato. Ma al contempo così puro. Una straordinaria bellezza da far male.

Degli occhi asciutti dalle lacrime, che aveva versato poco prima. Si nota subito, negli scatti, un graffio sul volto. La spiegazione della ferita al labbro l'ha spiegata successivamente il fotografo:
«Era così giovane e terrorizzata. La ragazza non capiva perché si trovasse lì, e non riusciva a capire quello che le era stato detto. Quindi una donna Kapo’ (chiamata anche Blokowa) prese un bastone e la picchiò sul volto. Questa donna tedesca stava sfogando tutta la propria rabbia sulla ragazza. Una bella ragazza, così innocente. La ragazza pianse, ma non poteva far niente. Prima che le scattassi la fotografia, la piccola si asciugò le lacrime e il sangue dal taglio sul labbro. A dire la verità, mi sono sentito come se fossi stato colpito io stesso, ma non ho potuto interferire. Sarebbe stata un’interferenza fatale. Non potevi dir nulla»

Per non dimenticare.
Per combattere oggi contro ogni forma di discriminazione e indifferenza.

Piero Gurrieri tra la gente

.... Peggiore di un incubo...
15/08/2024

.... Peggiore di un incubo...

“Vi prego, vi prego, fatemeli vedere, fatemeli vedere”, urla Mohammad Abu Al Qumsan, in un pianto disperato davanti all’ospedale dove gli hanno detto di aver portato la sua famiglia. Un amico cerca di calmarlo, lo stringe al petto, gli accarezza la testa, Mohammad continua a tremare: sono le immagini girate a Deir al Balah da un freelance che collabora con la Cnn. L’emittente americana afferma che martedì mattina Mohammad era andato in un ufficio di Deir al-Balah, nel centro della Striscia di Gaza, per ritirare il certificato di nascita dei suoi due gemelli, Aysal e Aser, un maschio e una femmina, nati quattro giorni prima. Glieli avevano appena consegnati quando arriva una telefonata: “Un missile israeliano ha colpito l’appartamento della tua famiglia”. Aysal, Aser e la loro mamma, Jumann sarebbero morti in un raid dell'Idf. L’esercito israeliano, riporta il Times of Israel, afferma di “non avere informazioni in merito ai resoconti provenienti dalla Striscia di Gaza secondo cui i gemelli neonati di un palestinese e la moglie sarebbero stati uccisi dai bombardamenti israeliani”.
"Non so cosa sia successo", ha raccontato l’uomo alla Cnn. "Mi hanno detto che è stata una granata a colpire la casa". I due si erano sposati un anno fa, a luglio, poco prima che scoppiasse la guerra. “Per sempre insieme”, scriveva la donna, Jumann, su Facebook postando la foto del matrimonio.

Su Repubblica l'articolo della nostra inviata Gabriella Colarusso

Talmente assurdo morire così .... Si faccia qualcosa x tutelare le donne in circostanze analoghe!!
14/08/2024

Talmente assurdo morire così .... Si faccia qualcosa x tutelare le donne in circostanze analoghe!!

Si chiamava Valentina Milluzzo.
È morta il 16 Ottobre 2018 di ab**to rifiutato.
Era stata ricoverata a Catania, all’ospedale Cannizzaro, un ospedale laico, con l’utero dilatato alla 17esima settimana di gravidanza.

È rimasta 15 giorni a letto con i piedi in alto (a 17 settimane? Sì a 17 settimane) senza che che nessuno le spiegasse - in un ospedale nel quale gli obiettori in ostetricia sono il 100% - che l’ab**to terapeutico poteva essere un’opzione che avrebbe protetto la sua salute. La sua vita.

Il fondatore del Popolo della famiglia, Mario Adinolfi, diceva con orgoglio che gli ospedali erano pieni di militanti cattolici nei reparti di ostetricia. Certo, militanti che “finché c’è il battito fetale” si rifiutano di prestare cure alle donne. Ci veniva replicato che se una donna stava male, certamente sarebbe stata curata.

Ma quanto doveva star male? Se ha una gravidanza extrauterina deve iniziare l’emorragia...se ha un sacco rotto deve manifestare segni di infezione...se ha la pressione alta deve avere le convulsioni...e così, qualche volta, quando stai tanto male da riuscire ad ottenere le cure anche se c’è il battito poi non ce la fai lo stesso e muori.

Valentina è morta così. Dopo 15 giorni ha avuto una setticemia, a causa di quell’utero aperto, e un medico, in preda al panico, le ha negato anche quelle cure tardive che forse non l’avrebbero salvata comunque.

Negli Stati Uniti dove le cose hanno spesso un nome e un cognome più chiaro che da noi, già nel 2008 l’American Journal of public health ha pubblicato una ricerca sui ritardi nelle cure alle donne negli ospedali cattolici, per via dellla presenza del battito cardiaco.

E così questa è la “celebrazione” dei quarant’anni della . Non siamo mai stati in pericolo come adesso, di arretrare sui diritti delle donne. Non abbiamo mai avuto bisogno come ora che la difesa delle scelte delle donne e della loro salute sia presa in carico dalle donne e dagli uomini, da tutti i cittadini che pensano che lo Stato debba essere laico»

Elisabetta Canitano, ginecologa e presidente dell’associazione Vita di Donna tratto dall’articolo “I nemici della libertà di scelta” pubblicato su Left

Non si può morire di obiezione 🌹

Buon compleanno Valentina, ovunque tu sia ♥️

04/08/2024
31/07/2024
18/07/2024
18/07/2024

Indirizzo

Via MARCONI 38
Ostuni
72017

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