05/07/2026
Si chiamava Pei de Luna, e lo chiamavano così perché andava a lavorare nei campi a piedi, che non aveva la bicicletta e nemmeno i soldi per comprarsela. Si alzava che era ancora buio, e camminava per chilometri con la luna a fargli compagnia, quando c’era. Aveva sette figli, quattro femmine e tre maschi, ed erano tutti sani, per fortuna.
Si era sposato giovane, in una casa che gli aveva lasciato il nonno di sua moglie: due stanze col pavimento di terra battuta e niente altro. Non c’era nemmeno il letto, perché i mobili se li era presi una cognata. Dormivano su un materasso di paglia per terra, aspettando tempi migliori, ma intanto i figli nascevano uno dopo l’altro. Lei, sua moglie, andava a lavorare nelle case dei ricchi; puliva, faceva il pane, e si portava dietro l’ultimo nato, dentro un fagottino. A volte, come compenso, le davano il pane avanzato, quello duro, e lei tornava a casa felice. Con quel pane faceva is suppas, bagnandolo nell'acqua e condendolo col sugo di pomodoro. Per Pei de Luna, che al campo aveva mangiato solo una cipolla, quello era un piatto da re. D'estate il sugo lo faceva coi pomodori freschi, d'inverno con la conserva. Era una vita di fatica, ma non si scoraggiarono mai.
Pei de Luna, a forza di camminare di notte e mangiare pane duro, riuscì a farli studiare tutti. Il più piccolo, che era mio compagno di scuola, andò a lavorare in Germania. Non fece il militare, perché il parroco lo aiutò ad avere l’esonero per famiglia numerosa. Stette via cinque anni prima di tornare in ferie. Aveva trovato una moglie tedesca e due bambini biondi, e quando li invitai a pranzo a casa mia, mangiarono volentieri i ravioli e l'arrosto. Lui restò a chiacchierare con mia madre per tutto il pomeriggio, e non volle ve**re al bar con noi. Mia madre, che è una donna che capisce molte cose, mi disse poi che lui le aveva chiesto la ricetta de is suppas.
Diceva che in Germania ne aveva sempre nostalgia, ma che quando era tornato in Sardegna in vacanza, sua madre, quasi piangendo, si era rifiutata di preparargliele. Diceva che quel cibo aveva il sapore della miseria, la vergogna di quando i ricchi la pagavano con il pane avanzato, quello che davano agli animali. Lei non voleva che i nipotini sapessero cosa significasse la fame. Il mio amico ci era rimasto male, perché lui invece voleva che i suoi figli conoscessero quel sapore. Mia madre gli diede la ricetta, e anche due bottiglie di conserva fatta in casa, e gli spiegò che il pane doveva essere raffermo, ma non così duro come quello che toccava mangiare a sua madre, perché lei non ne aveva altro. Buon pranzo e buona domenica