Talia Guest House

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13/08/2022

È innegabile che il territorio del Cirò con il suo vitigno simbolo, il Gaglioppo, goda in questo momento di una attenzione che mai aveva avuto in passato

25/03/2022
10/01/2021

PINAX DEL PEPLO NUZIALE - I PINAKES DI LOCRI 6/12
Pinax in terracotta policroma a destinazione votiva, fanciulla che ripone il peplo nuziale entro una lussuosa cassapanca. - da Locri Epizefiri, contrada Mannella, santuario di Persefone - 490-480 a.C. circa - Museo Archeologico Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria
Al centro della scena è ritratta una donna vestita di un chitone senza maniche e un corto mantello, raffigurata nell’atto di riporre un panno ripiegato. Tutto il contorno è finemente impreziosito dalla rappresentazione di oggetti sospesi alla parete: un kalathos rovesciato, un kantharos, una lekythos e uno specchio. Anche l’arredo è curato nei minimi particolari: la cassapanca (kibotos), dal coperchio sollevato, presenta due metope figurate: una scena di gigantomachia da un lato e una scena di ratto dall’altro. Completa il campo una sedia con due cuscini dietro la figura femminile.
I pinakes sono tavolette votive in terracotta con raffigurazioni a bassorilievo, arricchite da una vivace policromia. Venivano appesi alle pareti degli edifici sacrali e forse anche agli alberi del recinto sacro, per essere poi spezzati ritualmente per evitarne un reimpiego sacrilego.
I soggetti rappresentati sono connessi alla vicenda mitica di Persefone e al culto tributato alla dea nel santuario della Mannella a Locri, dove questi pinakes sono stati per lo più rinvenuti. Persefone vi era venerata come protettrice del matrimonio: le fanciulle in procinto di sposarsi le offrivano tavolette votive per assicurarsi la sua protezione e un’unione feconda. Alla fertilità della natura alludono infatti le spighe con cui Persefone è spesso raffigurata. ( Luigi Sedita)

25/09/2020

L'eremo di Santa Maria della Stella o santuario di Monte Stella è situato sul Monte Coccumella (o Monte Stella) nel territorio del comune di Pazzano, in provincia di Reggio Calabria, il paese più piccolo della Vallata dello Stilaro che nel periodo borbonico fu il principale centro minerario di estrazione del ferro di tutto il Mezzogiorno. Il Santuario, molto conosciuto e meta di pellegrinaggio, è scavato all'interno di una grotta, un abisso nelle viscere della terra dove la sua conformazione naturale può far ve**re in mente sia il grembo materno (e quindi la nascita naturale), sia l’immersione dei catecumeni nella vasca battesimale (e quindi la rinascita spirituale). In questo ambiente rupestre “si stabilirono mille e trecento anni or sono, per sfuggire alle lotte iconoclaste scatenate dall’imperatore bizantino, i primi anacoreti e monaci: provenivano da Grecia, Siria, Palestina, Egitto e anche Sicilia. Per circa due secoli vissero in contemplazione e nella più severa ascesi. Bastavano loro un riparo nella roccia, un giaciglio, uno stipetto nel quale custodire il Salterio, che recitavano quotidianamente, qualche icona e manoscritto di contenuto spirituale. Si nutrivano di ciò che offriva spontaneamente il luogo o di quanto coltivavano” (don Enzo Chiodo, rettore del santuario). L’antro si trova in una posizione centrale tra il mare e la montagna, distante dal rumore e dal chiasso, con una vista su tutta la costa ionica e la Vallata dello Stilaro. Il primo documento sulle l'eremo è il Codice greco 598 di Parigi del 1049 composto dal monaco Michele, contenente le opere di Sant'Efrem diacono. Successivamente, con le incursioni saracene, Cristodulo, l'egumeno dell'eremo, fuggì a Patmos in Grecia. Con la fine dell'invasione saracena, Paolo, successore di Cristodulo, tornò a Stilo riportando molti manoscritti che costituirono parte della biblioteca di Santa Maria. Dal 1096, durante il periodo normanno, da eremo di vita intensamente anacoretica e rigorosa, divenne un monastero minore, come si evince da un documento redatto dal conte Ruggero I, il quale lo cedette al vescovo di Squillace, Giovanni Niceforo. Nel 1522 il monastero divenne santuario e vi fu collocata per la prima volta la statua della Madonna della Stella o Madonna della Scala, raffigurata in preghiera, con il volto rivolto verso l’alto. Si tratta di una statua cosiddetta di “mezzo”, che mette insieme l’immacolatezza e l’assunzione. Si pensò fosse un’opera di Antonello Gagini, ma nuovi studi riferiscono con certezza che sia stata scolpita dal siciliano Rinaldo Bonanno, vissuto nel XVI secolo, per la somiglianza con altre sue opere. Don Enzo Chiodo in un’intervista fa notare che la statua rappresenta una Madonna incinta come la Donna dell’Apocalisse, infatti questa immagine mariana è molto venerata dai fedeli che giungono qui, specie da quanti desiderano un figlio o sposarsi. Da eremo di Chiesa bizantina divenne così col passare degli anni santuario della Chiesa cattolica, e le vecchie icone bizantine vennero abbandonate, sebbene qualche traccia di affresco sia giunta fino ai giorni nostri. Nel secolo XV il Santuario divenne indipendente da San Giovanni Therestis e i basiliani (Grancia dell'ordine di San Basilio) abbandonarono l'eremo (1670) anche se rimase all'ordine di San Basilio fino al 1946. Il primo parroco si suppone sia stato Marcello Jhodarelli nel 1670. Nel 1691 viene descritto nell’opera “Della Calabria illustrata” di Giovanni Fiore da Cropani, dove è presente anche la leggenda sulla statua della Madonna: si racconta che una nave che viaggiava per Messina, nella quale era imbarcata la statua della Madonna, inspiegabilmente si fermò a Monasterace. Da essa partì una luce rivolta verso la grotta di Monte Stella. Dei pastori videro lo strano fenomeno e la stessa statua della Madonna che sopra un carro trainato da buoi si dirigeva verso la grotta. Quando arrivò nei pressi della grotta, da questa iniziò a sgorgare dell’acqua. Vennero portate due giare per raccoglierla ma esse miracolosamente non si riempivano mai. All'acqua, come alla Madonna, furono attribuiti poteri taumaturgici. Si accede alla grotta dell’eremo scendendo una lunga scalinata (62 scalini) scavata nella pietra. L’alto squarcio verticale nella roccia, che costituisce l’ingresso superiore, permette alla luce esterna di illuminare diffusamente la porzione centrale di uno spazioso vano ipogeo, dal piano di calpestio completamente lastricato, che precede l’altare con la statua marmorea della Madonna, posizionato all’interno di un ambiente di più modeste proporzioni. A prima vista sembra che la condotta sotterranea termini in corrispondenza dell’altare marmoreo, ma in realtà essa continua anche alle sue spalle infatti, un piccolo varco sulla sinistra dell’altare permette di accedere ad un approfondimento retrostante, lungo circa 10 metri e completamente buio e non lastricato, attualmente impiegato come ambiente di servizio e ripostiglio della Ca****la. Nel santuario si trovano, oltre alla statua della Madonna, un interessante altare del XVII secolo, con pala architettonica e una splendida tela dell'Immacolata Concezione, l'adorazione dei pastori, una scena visibile solo parzialmente perché parte del dipinto è obliterato da una semi-colonna aderente alla roccia che separa questo complesso figurativo dal contiguo affresco dove sono raffigurati tre differenti soggetti: in alto, all’interno di un’area semi-circolare, è rappresentata la Santissima Trinità o Trono di Pietà (Dio Padre che offre il Figlio in croce e ha sulla barba la colomba dello Spirito Santo), in basso si distinguono invece da un lato l’Arcangelo Michele vittorioso sul dragone e, dall’altro, la Pietà, quest’ultima riferibile allo strato di intonaco più antico. Quanto alla datazione, si va dal Trecento al Cinquecento. Di particolare interesse il frammento di un affresco di arte bizantina, raffigurante santa Maria Egiziaca, vissuta da eremita nel deserto in Palestina vestita da uomo per scontare un passato di peccato, che riceve l'eucaristia dal monaco Zosimo con un cucchiaio, secondo l’uso orientale: una iconografia piuttosto rara che vede i due santi raffigurati insieme. L'affresco si ritiene sia del X-XI secolo, per la particolare caratteristica delle ciocche disordinate della capigliatura della santa; il raffigurare poi una santa anziché un santo, fa pensare che vi sia stato per un certo periodo un eremitismo femminile mentre uno maschile si sarebbe affermato sull’altro della Vallata, il Consolino. La grotta che ospita la Chiesa, ricca di stalattiti, è solcata anche da disegni, scritte e invocazioni, ed è collegata attraverso un cunicolo con una scalinata secondaria ad un’altra grotta inferiore, più arieggiata e luminosa, dove è comodo riposarsi. Qui sulla volta si scorge, a mo’ di vero e proprio camino, un tratto della marcata frattura rocciosa al cui interno si è formata questa parte di cavità. La spianata che precede la seconda scalinata presenta, lungo la parete, un modesto anfratto che conduce in una diramazione marginale, la quale presenta il minor grado di impatto umano sull’ambiente naturale: essendo stretto e buio, infatti, è stato poco frequentato dall’uomo e pertanto ha conservato un aspetto generale pressoché integro. Al suo interno si possono osservare estese colate calcitiche pendenti dalle pareti e, spesso, diversi chirotteri, che sfruttano l’isolamento di questa parte dell’antro come temporaneo rifugio. Per risalire è possibile l’uscita anche attraverso un passaggio naturale nella roccia e poi per un percorso ombreggiato da cipressi, dove, attraverso alcune edicole votive con icone in stile orientale, si possono seguire le stazioni della “Via Lucis” (dal latino, Via della Luce), un rito liturgico–devozionale cattolico, nel quale si ricordano e si celebrano gli eventi della vita di Cristo e della Chiesa nascente dalla risurrezione di Gesù alla Pentecoste, nel contesto di un Sud che a volte fatica a guardare con speranza al futuro. Nella notte del 5 agosto di ogni anno, i monaci ortodossi presenti in vallata vivono insieme in questo luogo la veglia della Trasfigurazione, anticipo della Pasqua e detta appunto “Pasqua estiva” dal mondo orientale. Non a caso a Pazzano continua a vivere la festa di Gesù Salvatore e Trasfigurato, segno di un passato segnato dall’Oriente cristiano. Veramente apprezzabile la cornice naturalistica e panoramica nella quale è ubicata la grotta eremitica con annesso complesso Conventuale di origine medievale. Vicino all’eremo è presente un’altra chiesa, un ex convento utilizzato oggi come servizio per chi lavora nell’eremo, un negozietto di souvenir, una pineta attrezzata per area picnic e una casa religiosa di ospitalità. Il 15 agosto di ogni anno si effettua un pellegrinaggio al santuario della Madonna della Stella e si celebra l'Assunzione della Madonna che ricorda molto la festa della Dormitio Virginis bizantina. Si sale per una strada di montagna (solo pedonale), con una forte pendenza, a partire dal centro del paese dalla "Fontana vecchia" o “Fontana dei Minatori”, nata nel XVIII secolo come fontana per dissetare i minatori e i contadini che tornavano dal loro duro lavoro (ora con le sue sei bocche è diventato il simbolo di Pazzano), e vi si arriva quasi in cima nei pressi della grotta. Vi invitiamo a visitare questo posto unico che ha raccolto da sempre le preghiere dei cristiani di Occidente e d’Oriente.
Alfonso Morelli team Mistery Hunters
Foto: Alfonso Morelli (© All Rights Reserved)

18/09/2020


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Il di fu edificato nel settore sud-occidentale del centro urbano, a monte del decumanus maximus (principale arteria viaria della città), secondo norme di adatta localizzazione codificate anche nel testo di Vitruvio. Il complesso, orientato con l’edificio scenico grossomodo parallelo alla vicina linea di costa e con la cavea (l’insieme della gradinate dell’edificio) rivolta a Est-Sud/Est, risulta ruotato di 16° rispetto all’assetto viario (al momento noto) della Scolacium tardo-repubblicana e imperiale. Il monumento si presenta oggi come uno degli esempi più notevoli tra i teatri di età romana alla luce in Calabria (Thurii-Copia, Vibo Valentia, Gioiosa Jonica, Locri Epizefiri), per la sua ampiezza e per la sua sontuosa veste architettonica.

11/09/2020

A Vadue, frazione di Carolei, si trova il “Parco Storico del Ninfeo”, un gruppo di edifici circondato dal verde e dove si ode lo scorrere del fiume Busento. Il nome della frazione secondo alcuni studiosi potrebbe essere di origine romana e ricondotto a Vadum, ossia guado, riferendosi all’attraversamento del fiume dove l’acqua è bassa. Il Parco, particolarmente rilevante nel contesto storico-architettonico del comprensorio di Cosenza, è un complesso di edifici composto da un’antica residenza nobiliare appartenuta alla famiglia Civitella, a cui sono annesse due cappelle, un vecchio frantoio, una piccola Chiesa dedicata alla Vergine del Carmelo e un Ninfeo. Etimologicamente il termine “ninfeo” deriva dal greco nymphaion ed era inizialmente usato per indicare luoghi di ristoro dotati di vasche colme di piante acquatiche, in cui si praticava il culto delle ninfe e successivamente grotte naturali e artificiali in cui erano presenti sorgenti d’acqua e fontane monumentali dalle facciate scenografiche presenti nelle ville. Lo spazio del ninfeo era quindi articolato in modo da permettere la sosta e l’eventuale approntamento di banchetti per trascorrere momenti di otium. Il Ninfeo di Vadue, che rappresenta un raro esempio del genere nell’intera regione, di stile neoclassico, fu costruito dalla marchesa sp****la Alarcon Mendoza de la Valle, la quale lo fece realizzare di lato alla piccola Chiesa, installato sulla base di una torre quadrata di epoca romana. Il ninfeo è composto da una sala quadrata coperta scavata in un costone roccioso, sormontata da un arco abbassato e dove sono presenti nicchie ed edicole, sulle cui pareti e sulla volta a botte, suddivisa in otto grandi quadri incorniciati da festoni colorati in rosso, blu e giallo, esistono superfici affrescate da ghirlande e tracce di affreschi che rappresentavano scene mitologiche, raffigurate con ambientazioni e personaggi dal gusto classico. “Le scene presenti su un lato della volta sembrano rappresentino i miti di Dafne, di Apollo, di Leda ed Europa rapita da Zeus. Dirimpetto è raffigurata una misteriosa scena mitologica, forse rappresentante il mito di Atteone ed Artemide, oltre alla sposa di Ercole, Delanira, che cavalca il centauro Nesso. Una serie di interventi di recupero effettuate nella seconda metà del XIX secolo, volti a rinforzare la struttura e garantirne la stabilità da un punto di vista meccanico e fisico, non sono riusciti a frenare il progressivo deterioramento dei materiali lapidei e degli affreschi che l’abbandono e l’incuria hanno favorito.” (INDAGINI COLORIMETRICHE DELLE SUPERFICI AFFRESCATE redatto da C. Gattuso, P. Gattuso, F. Villella). Davanti è presente una vasca quadrata con al centro una piccola fontana a forma di calice e un piccolo canopo composto da due alte colonne di ordine dorico. Un’altra vasca più piccola ha invece le caratteristiche di lavatoio, segno che la struttura aveva, sì, funzione di abbellimento, ma il suo utilizzo aveva anche risvolti più pratici. Tra i simboli araldici e le tracce di affreschi degli edifici presenti nel Parco, è visibile la continuità della fortificazione del complesso, in quanto sono raffigurate delle torri laterali che forse sono esistite fino ad un certo periodo. Per questo motivo il complesso è noto anche come residenza rurale fortificata. Gli attuali edifici risalgono al XVI secolo, ma subirono numerosi rimaneggiamenti. Negli anni Novanta del secolo scorso divenne proprietario l’industriale Biagio Lecce, fino a quando il complesso passò al Comune di Carolei. Il piano basso del palazzo era riservato al frantoio, alle cantine, ai magazzini per le provviste e agli spazi adibiti ad abitazione dei coloni. Al piano superiore, detto appunto “piano nobile”, era invece posta l’abitazione del proprietario, che ancora oggi presenta delle notevoli tracce di decorazioni, come dimostrano gli affreschi che decorano una delle grandi sale oggi saltuariamente adibita a sala convegni. In una sala semi-interrata è stato recentemente scoperto un graffito raffigurante probabilmente l’antico nucleo abitato di Vadue. Nei pressi dell’edificio principale è posta la piccola ca****la gentilizia della Madonna del Carmine. È un edificio di piccole dimensioni, con facciata a capanna sulla quale risalta un interessante portale in tufo locale, sormontata da un piccolo campanile a vela. Da alcuni anni a questa parte il Parco è diventato teatro di numerose iniziative culturali. Ringraziamo l’Amministrazione Comunale di Carolei che ci ha dato la possibilità di visitare questo luogo magico e pieno di storia.

Alfonso Morelli team Mistery Hunters
Foto: Alfonso Morelli, Marco Santaniello, Luigi Perna (© All rights reserved)

Indirizzo

Via Aschenez Prolungamento N° 2/N
Reggio Di
89124

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