05/05/2026
Riflessione sull’equità dei provvedimenti contro gli affitti brevi
Ritengo che limitare la possibilità per famiglie e cittadini di affittare il proprio immobile ai turisti attraverso locazioni brevi — e quindi restringere la possibilità di generare un reddito lecito — sia profondamente ingiusto, per diverse ragioni.
In primo luogo, si tratta di una restrizione arbitraria del diritto di proprietà. Impedire o ostacolare l’uso di un bene legittimamente posseduto finisce per favorire, di fatto, una categoria specifica — quella degli albergatori, spesso già economicamente solidi — a discapito di una moltitudine di cittadini comuni.
In secondo luogo, queste misure colpiscono una forma di turismo accessibile, talvolta definita “povero”, ma che in realtà alimenta un indotto diffuso e significativo. Non si tratta solo di ristoranti, negozi di souvenir, trasporti, guide turistiche e attività culturali: attorno agli affitti brevi ruota un’intera economia reale fatta di persone e lavoro concreto. Parliamo di chi vende biancheria, prodotti per le pulizie, di piccoli fornitori, di chi vende arredi e elettrodomestici, delle imprese edili che ristrutturano immobili spesso abbandonati.
Senza dimenticare i comuni, che incassano imposte di soggiorno, e lo Stato, che percepisce entrate fiscali — peraltro recentemente aumentate. È una filiera ampia, capillare, che distribuisce ricchezza in modo diffuso
Definire tutto questo come “overtourism” e trattarlo esclusivamente come un problema da contenere rischia di distorcere la realtà, trasformando una risorsa economica in un fenomeno da combattere. Se davvero si avesse a cuore il benessere della popolazione e l’economia reale, si dovrebbe semmai governare e valorizzare questo fenomeno, non demonizzarlo, penalizzarlo o addirittura vietarlo per favorire gli interessi di pochi.
Un terzo aspetto riguarda la narrazione secondo cui gli immobili dovrebbero essere prioritariamente destinati alle famiglie residenti. Questa visione appare forzata. I centri storici, oggi al centro dell’attenzione turistica, sono stati per anni trascurati o degradati, trasformati in luoghi di spaccio e prostituzione e spesso evitati proprio dai residenti. È stato proprio grazie agli investimenti di piccoli proprietari e al turismo che molti immobili sono stati recuperati e valorizzati e le zone del centro storico sono ritornate frequentabili.
Nel frattempo, molte famiglie hanno scelto di spostarsi verso zone periferiche, alla ricerca di spazi più ampi e servizi migliori, zone ancora oggi non interessanti dai turisti e dunque ricchi di immobili da affittare alle famiglie.
La carenza di alloggi non nasce dal caso, ma da un problema strutturale: in presenza di morosità, il proprietario può impiegare anni per rientrare in possesso dell’immobile, sostenendo nel frattempo costi legali significativi. Questa dinamica alimenta anche una narrazione fuorviante, che tende a colpevolizzare i proprietari, accusati di non voler sostenere le difficoltà economiche degli inquilini. Ma non è equo che tale responsabilità ricada interamente su di loro, mentre lo Stato resta in secondo piano. Di conseguenza, l’idea che i proprietari siano “egoisti” perché restii ad affittare alle famiglie appare distorta: molti, più semplicemente, cercano di tutelarsi da un sistema che li espone a rischi elevati e offre garanzie insufficienti. Esistono tanti proprietari di immobili ricadenti in zone non interessanti per i turisti, ma certamente interessanti per le famiglie, che preferiscono tenere i lori immobili chiusi o venderli piuttosto che esporsi al rischio di perderne il possesso senza ottenere nulla in cambio, ma addirittura sostenere solo i costi.
In questo contesto, alcune dichiarazioni e comportamenti istituzionali sollevano legittimi dubbi sull’imparzialità del dibattito. Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha parlato pubblicamente di “modestissime mazzette”, minimizzando di fatto la rilevanza di alcune condotte corruttive e suscitando ampie polemiche sui principali organi di stampa. Allo stesso modo, la partecipazione del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla riunione annuale di Federalberghi — circostanza anch’essa documentata da testate giornalistiche — contribuisce a rafforzare la percezione di una particolare attenzione verso specifici interessi di categoria, proprio mentre si introducono restrizioni che colpiscono altri soggetti economici.
In conclusione, quando si mettono insieme limitazioni ai cittadini, narrazioni discutibili e segnali istituzionali ambigui, è inevitabile interrogarsi sull’equità complessiva di queste politiche. Il rischio è che, dietro la retorica dell’interesse pubblico, si finisca per comprimere diritti individuali e opportunità economiche diffuse, a vantaggio di pochi.
Eva Rosella