03/06/2024
Mettiamola così, allora: il fascismo non venne dal nulla. Non fu per caso che, un giorno, un tale di nome Benito Mussolini si alzò in piedi e dichiarò la fine della libertà. Fu piuttosto un lento processo di disumanizzazione, disinteresse, paura dell’altro. Di umiliazione, corruzione, soffocazione quotidiana, sorda e sotterranea disgregazione morale. Non si combatteva più nelle piazze, dove poliziotti e governanti avevano ormai bruciato ogni simbolo di libertà sostituendolo con la necessità di sicurezza e uomini armati agli angoli delle strade, ma si tentava di resistere in segreto. La resistenza, e con essa la libertà, si esercitava nel buio angusto di certe tipografie, dalle quali dal 1925 uscivano i foglietti clandestini, nell’umidità dei banchi delle università che ancora credevano nell’istruzione critica, nel freddo prepotente e malsano di certe sbarre di prigione da cui risuonavano le voci che tutt’oggi, con non poca difficoltà, si levano ancora tra il vento. Una resistenza sorda ma che per questo fu la più difficile, la più dura, la più tormentata e benedetta.
Dopo venti anni di tentativi, una immensità volontaria di gente umile, fino a quel momento silente e apparentemente immobile a cui era stata impedita qualsiasi azione, decise che era giunto il momento di riprendersi l’aria che era stata tolta. E nel profumo fresco delle montagne, da certe altezze in cui il terrore non può arrivare, nell’ansiosa necessità di sentirsi fratelli e sorelle di una stessa rivoluzione, decisero che era giunta l’ora di porre fine al regime e riprendersi il senso della democrazia. Il senso del governo del popolo. E allora via tutti i tiranni, i privilegiati, gli usurpatori, gli squadristi, gli approfittatori, i corrotti, i forti con i deboli. E via ad aprire le porte ad una Repubblica fondata sul lavoro, sul popolo, sulla libertà e la volontaria collaborazione tra uomini e donne.
Mettiamola così, allora: il fascismo non venne dal nulla e nemmeno la Resistenza. E, dopo di lei, nemmeno la Costituzione. «In queste celebrazioni che noi facciamo della Resistenza di fatti e di figure di quel tempo, noi ci illudiamo di essere qui, vivi, che celebriamo i morti. E non ci accorgiamo che sono loro, i morti, che ci convocano qui, come dinanzi a un tribunale invisibile, a render conto di quello che in questi dieci anni possiamo aver fatto per non essere indegni di loro, noi vivi. […] Noi sentiamo, quasi con la immediatezza di una percezione fisica, che quei morti sono entrati a far parte della nostra vita, come se morendo avessero arricchito il nostro spirito di una presenza silenziosa e vigile, con la quale ad ogni istante, nel segreto della nostra coscienza, dobbiamo tornare a fare i conti. Quando pensiamo a loro per giudicarli, ci accorgiamo che sono loro che giudicano noi: è la nostra vita, che può dare un significato e una ragione rasserenatrice e consolante alla loro morte; e dipende da noi farli vivere o farli morire per sempre.
Mettiamola così, infine: il fascismo non venne per caso, fu un processo di disumanizzazione ed un atto di volontà di un uomo solo. La Resistenza non venne per caso, fu il contributo di uomini e donne che con tanti piccoli gesti si ribellarono all’indifferenza in cui erano stati confinati. E la Costituzione fu la figlia voluta e desiderata di tutti e tutte loro, che insegnarono al mondo intero che una nuova etica della politica era possibile. «Bisogna in tutta Italia spezzare nello stesso modo questa crosta di tradizionale feudalesimo e di inerte conformismo burocratico che soffoca la nostra società: e ritrovare sotto la crosta spezzata il popolo vivo, il popolo sano, il popolo fertile, il popolo vero del nostro Paese: e le tradizioni di saggia e umana equità che esso ha conservato dai lontani millenni.
Piero Calamandrei
Anna Iberti, scatto di Federico Patellani