07/10/2026
R.I.P
Ci sono uomini che arrivano in un luogo non per cambiare le cose, ma per insegnare a chi c’era già a guardarle con occhi nuovi. Daniele Kihlgren a Santo Stefano di Sessanio non è stato un investitore, né un semplice imprenditore visionario: è stato un custode radicale dell’anima della montagna.
Quando arrivò tra le nostre pietre alla fine degli anni Novanta, il paese scivolava via nel silenzio dello spopolamento, in quell’abbandono che rischiava di cancellare secoli di fatiche contadine e pastorali.
Con il progetto di Sextantio ha dato vita a un’idea di albergo diffuso che era prima di tutto un manifesto etico ed etno-antropologico. Ha compreso che la vera ricchezza di Santo Stefano non risiedeva nell’imitazione del lusso metropolitano, ma nella dignità austera dei materiali poveri: il legno di quercia segnato dal tarlo e dal fumo, la pietra calcarea sbozzata a mano, il ferro battuto dei chiavistelli, i tessuti grezzi di lana tessuti ai vecchi telai, i materassi di foglie di granturco e la cera d’api. Quel silenzio, che a molti sembrava desolazione, per lui era il valore più sacro: lo spazio dove ritrovare un tempo umano, autentico, non addomesticato.
A Santo Stefano di Sessanio, Daniele Kihlgren ha restituito dignità non solo alle case, ma alla memoria collettiva di un’intera civiltà appenninica, mostrando al mondo che la conservazione filologica più intransigente può diventare futuro e speranza di rinascita per le terre alte.
Oggi che il suo cammino terreno si è interrotto, le pietre di questo paese non sono più sole. Che la terra aspra e nobile del Gran Sasso gli sia lieve, come il respiro del vento che accarezza le strade strette,le scale ripide,le vie sotto gli archi,la via fredda di Boragno ,la Buscella , l'infinito della Torre,la Porta Medicea e la Piazza di Santo Stefano di Sessanio.