11/10/2026
Serie “Caffè Letterario”
DA BECCARIA ALLA MORTE IN DIRETTA
di Carlo Magni
Ricordo ancora l’emozione con cui lessi «Dei delitti e delle pene». Era il 1987, preparavo l’esame di Storia del diritto italiano e, attraverso quelle pagine, cominciavo a comprendere qualcosa che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita. Mi colpiva il coraggio di un uomo che, oltre due secoli prima, aveva osato mettere in discussione ciò che tanti consideravano naturale: torturare, infliggere sofferenza, uccidere in nome della giustizia. In quel coraggio sentivo una fiducia negli esseri umani che mi commuoveva, la possibilità di diventare migliori anche imparando a porre un limite alla nostra forza.
All’esame presi trenta e lode. Lo ricordo con affetto, insieme alla consapevolezza che quel libro mi avesse lasciato molto più di una preparazione universitaria. Beccaria era stato una folgorazione: aveva dato parole e profondità a un’idea di umanità nella quale sentivo di riconoscermi. Ciò che provai allora si è fissato nella mia memoria in modo indelebile. Dopo quasi quarant’anni, torno a quelle pagine e ritrovo qualcosa di me, di come ho imparato a guardare gli altri, della persona che ho cercato di diventare.
È accaduto di nuovo leggendo la notizia arrivata dagli Stati Uniti. Il Pentagono ha annunciato il progetto di trasmettere in diretta la fucilazione di Nidal Hasan, condannato per la strage di Fort Hood del 2009, nella quale morirono tredici persone. L’esecuzione è prevista per il 3 dicembre; sulla trasmissione, promossa da Pete Hegseth, Trump ha poi lasciato aperta la decisione, mentre sono arrivate critiche anche da esponenti repubblicani. Vorrei che quel progetto venisse abbandonato. Intanto, però, qualcuno ha ritenuto accettabile proporre al mondo di mettersi davanti a uno schermo per assistere alla morte di un uomo.
Ho pensato a quanto tempo ci separi da Beccaria, e a quanto poco possa bastare per allontanarci dalla sua lezione. Abbiamo imparato a trasmettere un’immagine in ogni angolo del pianeta; sembriamo ancora capaci di ritrovare, dentro quella straordinaria possibilità, il desiderio antico di raccogliere una folla intorno a un patibolo. È questo che mi turba: vedere il progresso dei mezzi accompagnarsi a un arretramento così profondo del nostro modo di stare al mondo.
So quanto sia difficile parlarne davanti all’orrore di una strage. Penso alle tredici persone uccise, a chi è sopravvissuto, alle famiglie per le quali quella giornata non è mai davvero finita. Non mi permetterei di chiedere a chi ha subito una perdita simile una serenità che io, al suo posto, non so se saprei trovare. La rabbia, il bisogno di una punizione, persino il desiderio di vendetta possono abitare un dolore immenso. Chi guarda quel dolore da fuori deve avvicinarsi con rispetto, senza impartire lezioni di generosità.
Proprio per questo mi aspetto dallo Stato una responsabilità che vada oltre le nostre reazioni, anche le più comprensibili. Deve proteggere chi è stato colpito e impedire che altri lo siano; deve punire chi ha commesso un delitto. Ma non dovrebbe chiedere a una società ferita di trovare sollievo guardando qualcuno che muore. Il dolore delle vittime merita una presenza che continui negli anni, quando l’attenzione pubblica si è spostata altrove e restano da affrontare le conseguenze di ciò che è accaduto.
A chi considera giusta la pena capitale vorrei dire che comprendo il bisogno di sentire riconosciuta fino in fondo la gravità del male. È un bisogno che sento anch’io. La mia convinzione, però, è che si possa condannare senza riserve un atto atroce e continuare a riconoscere un essere umano in chi lo ha compiuto. Questo non cancella una sola responsabilità. Ci impedisce di consegnare allo Stato un potere irreversibile, terribile anche per la possibilità dell’errore: quando un innocente è stato ucciso, nessuna sentenza successiva potrà restituirgli la vita. E anche davanti a una colpevolezza certa, continuo a credere che quella vita debba essere risparmiata.
Nel 1764 Beccaria scriveva: «Non è utile la pena di morte per l’esempio di atrocità che dà agli uomini». Oggi quelle parole mi sembrano rivolte anche a noi, a ciò che scegliamo di mostrare e di rendere accettabile. Se un’autorità pubblica invita a guardare una fucilazione, quale sensibilità pensa di far crescere? Temo l’abitudine alla crudeltà, quel momento in cui smettiamo di avvertire come intollerabile qualcosa che, fino a poco prima, ci avrebbe fatto distogliere lo sguardo.
E penso alla Toscana, alla terra nella quale vivo. Il 30 novembre 1786 Pietro Leopoldo abolì nel Granducato la pena di morte e la tortura: la Toscana fu il primo Stato al mondo ad abolire la pena capitale. Ogni anno, il 30 novembre, la nostra festa regionale ricorda quella scelta. Mi emoziona pensare che una comunità abbia deciso di riconoscersi in un gesto simile, nella rinuncia del potere a disporre della vita di una persona. Quest’anno saranno duecentoquarant’anni, e quella decisione mi appare ancora più lungimirante di certe proposte che oggi vengono presentate come prove di forza.
Vorrei che sentissimo fino in fondo il significato di questa ricorrenza. Celebrandola, ci assumiamo anche la responsabilità di difendere quella conquista quando diventa difficile, quando il colpevole ci suscita ripugnanza e la tentazione di fare un’eccezione si affaccia dentro di noi. È proprio allora che scopriamo quanto crediamo nel valore di una vita. La dignità umana perderebbe ogni consistenza se potessimo concederla soltanto a chi ci somiglia, ci piace o ci fa compassione.
Ritrovo questa convinzione nella nostra Costituzione, che afferma: «Non è ammessa la pena di morte», e chiede che le pene rispettino il senso di umanità e tendano alla rieducazione. Leggo in quelle parole una fiducia esigente, la volontà di continuare a vedere una persona anche dietro la sua condanna. È una scelta che dovrebbe accompagnarci fin dentro le carceri, nel modo in cui vengono trattati coloro che abbiamo privato della libertà.
Il 10 ottobre anche l’Unione europea e il Consiglio d’Europa hanno ribadito il rifiuto della pena capitale in ogni circostanza. Vorrei che questa voce avesse la forza della coerenza, anche quando si rivolge a un Paese amico. E vorrei che noi europei sapessimo ascoltarla senza sentirci al riparo: la nostra storia dovrebbe averci insegnato quanto facilmente una paura alimentata, un rancore coltivato, possano rendere accettabile ciò che credevamo di avere superato.
Perché è anche di questo che stiamo parlando: dell’odio che entra nel linguaggio quotidiano, della soddisfazione con cui talvolta si invoca la sofferenza altrui, della facilità con cui chi chiede rispetto per una persona viene accusato di stare dalla parte del suo delitto. È una confusione che ci impoverisce. Aver letto, studiato, conosciuto la storia dovrebbe aiutarci a riconoscerla e a resisterle. La cultura serve anche a questo: a trattenerci quando la rabbia ci spinge verso una risposta della quale potremmo un giorno vergognarci.
Le reazioni all’annuncio americano mi lasciano sperare che questa capacità di fermarsi sia ancora viva. Rinunciare alla diretta sarebbe necessario; rimarrebbe però la questione della pena di morte, anche lontano dalle telecamere. È lì che torna il senso più profondo di quella lettura del 1987, e la ragione per cui ne parlo ancora con tanta partecipazione.
Mi torna incontro il giovane che ero, con lo stupore di chi scopre quanto lontano possa arrivare il pensiero umano quando trova il coraggio di interrogare le proprie certezze. Vorrei poter dire a quel giovane che, in questi quasi quarant’anni, abbiamo reso più salda la conquista che lo aveva tanto emozionato. Oggi sento soprattutto il dovere di non tradirla. Per rispetto delle persone che soffrono, per ciò che dobbiamo a chi verrà dopo di noi, continuo a credere che una società debba saper punire senza imparare a godere della morte. È una convinzione che Beccaria ha lasciato dentro di me, e che l’odio di questo tempo non è riuscito a cancellare.