HOTEL Valentino

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28/12/2016
Per tutti i nostalgici degli anni 80 e 90 l' Hotel Valentino presenta
13/11/2015

Per tutti i nostalgici degli anni 80 e 90 l' Hotel Valentino presenta

"Presepi a Sora"
10/12/2014

"Presepi a Sora"

Dall’ 8 dicembre al 6 gennaio 2015 per il 16° anno consecutivo a Sora ci sarà "Presepi a Sora", una manifestazione organ...
10/12/2014

Dall’ 8 dicembre al 6 gennaio 2015 per il 16° anno consecutivo a Sora ci sarà "Presepi a Sora", una manifestazione organizzata dall'Associazione Italiana Amici del Presepio - sezione di Sora - con il patrocinio del Comune di Sora, che ogni anno organizza una mostra di arte presepiale presso il Museo Civico Media Valle del Liri di Sora, accompagnata da altri spettacoli natalizi.
Le Associazioni:
Gruppo Presepistico Cammino ad Oriente di Reggio Emilia
Associazione Presepistica Pontina di Latina
Associazione Italiana Amici del Presepio – Sede di Aprilia
Gruppo Amici del Presepe di Monte Porzio Catone
Amici del Presepio - Sora
presentano opere di qualità con una sezione dedicata ai presepi realizzati con la tecnica del Diorama.

Nella piccola cittadina di Anagni (fr) sono stati rinvenuti  manufatti litici risalenti a oltre 700.000 anni fa e di res...
07/12/2014

Nella piccola cittadina di Anagni (fr) sono stati rinvenuti manufatti litici risalenti a oltre 700.000 anni fa e di resti fossili di Homo Erectus datati 458.000 anni fa, fanno di Anagni il più antico sito abitato finora rinvenuti in Italia.
Ai tempi di Tarquinio il Superbo, agli inizi del V secolo a.C.,la zona d’Anagni era popolato da genti erniche, d’origine marsa o sabina.
I rapporti con quella che diventerà la grande potenza romana, conobbero fortune alterne, dalle alleanze del V secolo a.C. alle continue guerre del III secolo fino allo scioglimento della Confederazione Ernica voluta proprio dai romani nel 306 a.C.
L’impianto più arcaico d’Anagni, città sacra, era limitato all'inizio alla zona dell’Acropoli e difeso da una cinta muraria ricostruita in epoca romana secondo la tecnica delle mura cosiddette "serviane".
Due grandi emicicli con funzione difensiva derivata dai modelli greci, facenti parte delle mura romane sono visibili nei pressi del giardino comunale, in via Piscina
La città fu residenza estiva dell’imperatore Marco Aurelio, di Commodo, di Lucio Settimio e di Caracalla.
Già intorno all'anno Mille il centro cittadino era composto da ben 23 parrocchie e suddiviso in 10 contrade: Castello, Trivio, Torre, Tufoli, Piscina, Portario, Valle sant'Andrea, Colle sant'Angelo, Cellere e Porta Infori.
Nel 1160 durante le lotte tra Alessandro III e Federico Barbarossa, il papa vi promosse una riunione di cardinali e prelati per scomunicare l'imperatore, l'antipapa Vittore IV e i loro sostenitori.
Nel secolo XII Anagni divenne comune e subì l'intolleranza delle opposte fazioni politiche, finché cadde sotto la signoria dei Caetani.
Nel Medioevo Anagni divenne centro della vita politica internazionale come la città dei Papi che, come gli imperatori romani, ebbero qui la loro residenza estiva.
Da città natale di quattro papi, Anagni è stata sempre legata alla politica dello Stato Pontificio fino all'annessione al Regno d'Italia.
Attraversando a piedi la città, entrando nei vicoli, si respira l'aria dei secoli passati che anche nelle case più semplici e negli angoli meno esposti mantengono nelle pietre e nei vecchi mattoni una patina di nobiltà.
Nella parte alta della città domina la cattedrale, risalente al 1074, con l’imponente fiancata e le tre absidi.
L’interno, a tre navate, ha un pavimento a mosaico di Maestro Cosma opere d'arte decorative come il ciborio, il cero pasquale in forma di colonna tortile a tarsie marmoree, la cattedra episcopale, sostenuta da due leoni e decorata da un disco che doveva essere come aureola attorno alla testa del vescovo che vi si sedeva.
Nella cripta sottostante, definita la Ca****la Sistina del Medioevo, per i grandiosi affreschi duecenteschi che la decorano, vi è un meraviglioso pavimento a mosaico cosmatesco del XIII secolo.
L'imponente campanile, ornato da monofore, bifore e trifore, posto all'esterno della Cattedrale è del XII secolo.
Meta importante per i turisti, molto antico e suggestivo, appartenuto alla famiglia Conti, fu acquistato dai Caetani nel 1295.
La facciata è costituita da un bel portico con grandi archi, sormontato da un loggiato con bifore.
La leggenda vuole che in quelle sale, affrescate con motivi floreali e faunistici, il Papa Bonifacio VIII al secolo Benedetto Caetani, componente della famosa famiglia nobile, venisse oltraggiato da Guglielmo di Nogaret e da Sciarra Colonna, inviati dal re di Francia Filippo il Bello, dove avvenne il famigerato atto oltraggioso dello “schiaffo d’Anagni” (13 settembre 1303).
Sembra che questo episodio non si riferisse ad uno schiaffo materiale, ma ad uno schiaffo morale al papa che durante la notte venne preso prigioniero e liberato il giorno dopo da una sollevazione popolare.
Il Palazzo ospita un piccolo e caratteristico museo.
Il Palazzo Civico nel centro della città, che fu costruito tra il 1159 ed il 1163 da Jacopo d’Iseo venuto ad Anagni al seguito della delegazione della Lega Lombarda, presenta una concezione architettonica unica e molto originale, con un grande passaggio a volta che passa da una parte all'altra dellala struttura, con una fuga di otto grandi archi di pietra che sorreggono, in maniera leggera e dinamica, la Sala della Ragione.
Nella splendida Sala della Ragione vengono spesso organizzati importanti eventi e Mostre d'Arte.
Il retro del Palazzo, da poco ristrutturato, conserva l'aggraziata "Loggia del Banditore" del Quattrocento con originali ornati nel cornicione.

Posta nel cuore della Ciociaria, su una collina alle pendici dei Monti Ernici, Alatri si presenta come una delle città d...
06/12/2014

Posta nel cuore della Ciociaria, su una collina alle pendici dei Monti Ernici, Alatri si presenta come una delle città d’arte più nobili e affascinanti del Lazio meridionale. Un fascino che le è dato dalla mirabile convivenza degli elementi monumentali arcaici e di quelli risalenti alle epoche successive, in particolare al Medioevo. E’ universalmente conosciuta come la “città dei Ciclopi” per l’eccezionale stato di conservazione di uno dei maggiori esempi di architettura antica in Italia, vale a dire l’Acropoli della Civita, vero simbolo delle “città megalitiche” laziali, a cui da sempre sono legati misteri e leggende.
In epoca pre-romana Aletrium fu una potente roccaforte degli Ernici – l’antico popolo che dominava gli omonimi monti – e una leggenda romana vuole che fosse una delle “città ciclopiche” tutte inizianti per “A” (Arpino, Arce, Atina, Anagni e, appunto, Alatri), fondate nel XIII sec. a. C. dal mitico popolo dei Pelasgi, diretti discendenti del Dio Saturno, secondo una disposizione che rimanderebbe ad alcune costellazioni zodiacali.
A questo remoto passato risalgono la cinta muraria in opera megalitica e l’imponente Acropoli di forma trapezoidale detta anche Civita. Senza dubbio si tratta del monumento più rappresentativo di Alatri, quello che da sempre stimola e colpisce la fantasia del visitatore. Non a caso essa divenne meta privilegiata del Grand Tour sette-ottocentesco e trovò gli elogi dello storico tedesco F. Gregorovius che le dedicò sentite parole in Passeggiate romane.
Il mistero aleggia ancora in questi luoghi ed infatti il visitatore meravigliato dalla perfezione con cui si compone il mastodontico mosaico di macigni irregolari non fa a meno di chiedersi come i nostri avi siano riusciti a realizzare tale opera. La Porta Maggiore o dell’Areopago, ad esempio, è costituita da un architrave costituito da un unico masso calcareo dal peso di 27 tonnellate, per peso seconda soltanto alla Porta dei Leoni di Micene.
Lungo le mura ciclopiche ci s’imbatte più volte in curiosi bassorilievi che rimandano ad antichi culti misterici di cui ormai si è persa la memoria. Il più importante è senza dubbio un bassorilievo, sito nelle immediate vicinanze di Porta San Pietro, un tempo Porta Bellona, raffigurante il Dio Saturno.
La divinità, metafora della devozione per la terra, porta con sé una falce, attrezzo agricolo la cui creazione è addirittura accreditata al popolo ernico. Nei pressi di Porta Minore sono invece tre simboli fallici, anche queste immagini legate ai culti sacrali degli Ernici e delle civiltà pre-cristiane (si possono ritrovare sugli Arcazzi di Anagni e lungo la Via Sacra che conduce sulla cima del Monte Cavo presso Rocca di Papa).

Pastena è un Comune della provincia di Frosinone, a 317 m s.l.m., a metà strada fra le vie e Appia e Casilina, su dì un ...
05/12/2014

Pastena è un Comune della provincia di Frosinone, a 317 m s.l.m., a metà strada fra le vie e Appia e Casilina, su dì un colle ridente a cavallo di due ubertose valli alluvioni. Le oramai celebri Grotte, uno dei complessi speleologici più importanti e suggestivi della nostra pen*sola, si trovano qui, in un territorio circondato da colline e da monti boscosi.
Al limite estremo degli Ausoni e verso gli Aurunci, Il borgo ha origini molto remote. La sua costituzione in castello o villaggio fortificato, da documenti risulta avvenuta nell'XI secolo, ma ricerche più recenti (ved. D.Grossi. Pastena di Ciociaria ed. Comune di Pastena) lo fanno risalire verosimilmente intorno alta metà dell’anno 800, ossia all'epoca dello stanziamento dei Saraceni presso il Garigliano. Una cinta di 650 metri di mura, quasi interamente conservata, con le sue torri rotonde e quadrate (ne sono rimaste 15 delle 25 originarie) danno testimonianza ancora viva delle antiche origini di questo castellum quod appellatur Pastina, sempre secondo i documenti.
Già dal suo nome, deverbale di pastinare (coltivare), si desume che Pastena è stata da sempre un villaggio di agricoltori. Nel corso della sua esistenza, tuttavia, ha preso parte, di necessità anche se non sempre di primo piano, alle vicende drammatiche che soprattutto nel primo millennio segnarono queste zone tra il mare Tirreno e il fiume Verde (Uri), fra i potenti regni susseguitisi, di Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi e Borboni, ed i non meno influenti domini pontifici o Stati della Chiesa di Roma. Pastena. infatti, ebbe la sorte di essere territorio di frontiera tra "il Regno", del quale fece parte, e i domini pontifici delle varie epoche di potere temporale. E di tale posizione certamente risentì nel corso dei secoli; fino all'ultimo conflitto mondiale, in cui si trovò ad essere retrovia del fronte di Cassino ove si svolsero le note tormentate vicende dell'inverno 1943-44 per le quali anche quei piccolo centro subì bombardamenti distruttivi ed altre calamità. Per non dire poi delle notevoli tragedie sofferte, sempre per la medesima ragione di essere terra di confine, durante il terribile malavitoso periodo del brigantaggio post-unitario. Precedentemente, sino al 1591, Pastena fu pertinenza del Ducato e Contea di Fondi, come a dire delle famiglie Caetani, Gonzaga, Colonna e Dell'Aquila, per gran parte del 1600 diventa feudo dei baroni Patriarca uno dei quali ha il monumento sepolcrale nella chiesa-madre del paese; e verso il 1700 della marchesa Casali-Dei Drago, nobile romana di cui non si conserva più memoria concreta, la quale chiuse la serie delle signorie nominali del paese. In alcune di queste fasi Pastena subì l’influenza della potenza dell'Abbazia di Montecassino e delle vicende che ad essa toccarono. Nel 1799, invisa ai giacobini francesi che fecero scempio dell'intera zona, Ivi compresa l'abbazia di Montecassino, anche Pastena venne da questi aggredita e bruciata. Quindi tornò a stare sotto il Regno delle Due Sicilie Da allora, anche par l'influenza di Fra Diavolo - che ara divenuto una sorta di viceré nella zona si senti sempre più legata a Napoli, e non solo perché facente parte della provincia di Terra di Lavoro. Tanto che sinanche nell'epoca bonapartista e murattiana dei primi dell'800, Pastena venne tempre più consolidandoti conio un paese di palese stampo borbonico e a suo modo clericale. Vi è quanto basta per un tracciato storico non certo indefinito sul quale fondare un qualche apprezzamento per questo che fu definito un piccolo ed appartato villaggio. Da alcuni anni la popolazione di questo centro ha lasciato il vecchio borgo ed è ritornata per la maggior parte agli antichi insediamenti sparsi nelle contrade di campagna, ora ammodernati e confortevoli, al di là delle storiche mura. Tuttavia essa al borgo ritorna ad ogni giorno di festa e nelle importanti ricorrenze tradizionali i cui riti conservano singolari suggestioni e significati. Queste ricorrenze cadono per lo più in maggio e si svolgono quasi interamente sulla piazza principale, presso la chiesa Collegiata il cui nucleo architettonico originario risale sicuramente ad epoca precedente il mille, e i cui molteplici rifacimenti posteriori, se non fosse per i documenti che lo comprovano, fanno appena affiorare alla comune osservazione le antiche strutture interne. Queste si erano conservate nelle loro integrità, risalente almeno al 1400-1500. fino alla prima metà del nostro secolo. Oggi molte di quelle vestiglia sono andate completamente perdute. Un'altra chiesa che conserva ancora l'impronta delle più nobili epoche trascorse è quella di Santa Maria del Parco, risalente anch'essa ad anni precedenti il 1500, ma la cui particolarità consiste nella pregevole facciata di pietra locale, appostavi in epoca più recente, intorno ella seconda metà del XVII secolo. E' un'opera di illustri maestri scalpellini provenienti forse del Casertano, ma è anche magistralmente disegnata con richiami berniniani e del migliore barocco. Echi di un passato non tanto umile, alla fin fine, come si potrebbe pensare di un semplice villaggio agricolo. Per di più Pastena in questo secolo ha intrapreso un nuovo cammino, di cui si vedono ancora i primi passi: ha scoperto il suo più autentico vanto: quel superbo, grandioso scrigno naturale che sono per l’appunto le Grotte, non solo per l'importanza turistica che complesso va sempre più assumendo per il paese, per la regione, per l'Italia ma soprattutto come protagoniste di pri­mo piano, quali sono sempre state nella storia del paese, per la loro specifica insostituibile funzione di condotta di scari­co degli espluvi provenienti dalle due valli soprastanti, in cui si concentra l'inte­ra economia agricola pastenese.

Ci troviamo ad Atina (fr), la volsca Atina nel 589 d.C., con l’attacco longobardo capeggiato dal duca Zotone, città monu...
04/12/2014

Ci troviamo ad Atina (fr), la volsca Atina nel 589 d.C., con l’attacco longobardo capeggiato dal duca Zotone, città monumentale di impianto romano, subì rovina e distruzione. Il definitivo colpo fu dato dal terremoto del 1349, che rase al suolo definitivamente i resti romani e il primitivo borgo medievale. Atina fu ricostruita, sempre sul sito della città romana, ma più piccola nelle dimensioni, seguendo i nuovi criteri urbanistici importati dai Cantelmo. Sullo stesso luogo in cui i d’Aquino avevano edificato due secoli prima la rocca originale, i Cantelmo diedero inizio alla costruzione del magnifico Palazzo Ducale. Abitato in maniera saltuaria dai duchi fino al 1458, alla fine del XV secolo fu ceduto al conte Diomede Carafa di Maddaloni che lo adibì a residenza per i luogotenenti e i maestri di campo della casa ducale. Successivamente passò ai d’Aquino, ai Borgia, ai duchi di Montecalmo e nell’Ottocento ai signori Paniccia di Vicalvi, che nel 1870 lo vendettero al Comune di Atina. La sua elegante sagoma si erge al centro del borgo antico, sulla piazza dedicata a Saturno. L’edificio malgrado le asimmetrie, certamente dovute ad una fabbrica preesistente che ne condizionò la totale armonia, è dotato di una sua organicità e notevole monumentalità, accentuata dalla tessitura muraria, con l’uso di blocchetti ben squadrati ed evidenti, che danno un’impressione quasi di bugnato. La costruzione a pianta quadrangolare, è scandita da due torri laterali aggettanti, di cui una incompiuta, che ne ingentiliscono il suo aspetto potente e ascensionale.
La facciata è ben degna di un palazzo residenziale ducale, con un grande portone a sesto acuto. Al di sopra del portone vi è un bassorilievo dalla delicata fattura classica, certamente proveniente da un monumento del primo periodo romano imperiale, come a testimoniare la vetustà della città. Detto bassorilievo rappresenta, probabilmente, un’offerta votiva. Davanti al portone d’ingresso al palazzo, sulla destra, vi è un’imponente statua funeraria togata, in calcare locale, con testa non pertinente, databile al II sec. a.C., su una base onoraria che ricorda l’imperatore Settimio Severo. Il prospetto è ingentilito da tre bellissime bifore al piano nobile, degne della migliore tradizione gotica, e da rosoni strombati, non allineati con gli elementi sottostanti.
L’ambiente di rappresentanza, al piano nobile, è costituito da un salone di grandi dimensioni, abbellito da bifore, da rosoni e da feritoie che diffondono all’interno una luce soffusa. Nella parete corrispondente alla facciata del salone, fa bella mostra di sé un grande mosaico romano. È in tessere bianche e nere, databile intorno al II sec. d. C.. Raffigura, oltre a motivi geometrici, un guerriero sannita in quattro posizioni di assalto. Il meraviglioso mosaico ci porta a ricordare che Atina in tempi antichi ha avuto una cultura fortemente Sannita, come mostra la foggia del copricapo del costume del guerriero, e tale cultura si è conservata ed è stata tramandata anche all'epoca in cui Roma aveva conquistato tutto il mondo. Come scriveva Cicerone, viene a confermare che "La Prefettura di Atina è piena di uomini fortissimi così ché nessun'altra può essere ritenuta più ricca in tutta l'Italia". Il mosaico è stato asportato da una domus scoperta e, solo parzialmente scavata nel 1946, lungo la via Vigilassi.
A sud del salone di rappresentanza, dietro la torre di sinistra del palazzo, una porticina con lunetta trilobata immette alla pregevole ca****la privata intitolata a Sant’Onofrio. Si tratta di un piccolo ambiente absidato, molto sobrio, con caratteristiche romaniche, riconoscibili sia dalle monofore della parete di destra, che per gli affreschi dell’abside. Nella lunetta che sovrasta l’ingresso alla ca****la, vi è raffigurata, seppur molto rovinata, l’immagine della Madonna a mezzo busto col Bambino semidisteso tra le braccia, accanto a loro San Giovanni Battista la cui immagine risulta conforme all’iconografia diffusa: volto emaciato, barba lunga e incolta e capelli arruffati, tunica di pelo di capra, aperta sul petto e pallio rosso. Molto interessanti sono pure gli affreschi che decorano la concavità absidale che sfortunatamente sono stati mutilati dall’apertura di una porta, durante gli anni del fascismo, essi rappresentano Cristo in gloria e i santi Onofrio, Giovanni Evangelista e Michele Arcangelo. Nel catino appare la tradizionale immagine di Cristo pantocratore, che benedice alla greca e tiene un libro aperto nella mano sinistra; secondo uno schema consueto, il Signore siede all’interno di una mandorla scarlatta sorretto da quattro angeli inginocchiati. Elegante è l’abbigliamento: tunica purpurea con galloni fiorati e pallio bianco decorato a stampi geometrici e vegetali, con stoffe leggere e ampiamente lumeggiate. La datazione dell’affresco chiaramente posteriore al 1349 e pienamente trecentesco, deve comunque avanzare verso la fine del XIV secolo ( se non all’inizio del XV secolo), l’impiego di schemi decorativi, nelle cornici e nelle stoffe, sovraccarichi di motivi vegetali e geometrici, è infatti largamente sfruttato dalla pittura murale a cavallo del secolo in Italia centrale.

03/12/2014
Nel piccolo comune di Vicalvi troviamo  Il castello medievale situato su un colle, su uno sperone roccioso a circa 600 m...
03/12/2014

Nel piccolo comune di Vicalvi troviamo Il castello medievale situato su un colle, su uno sperone roccioso a circa 600 m. d'altezza. Lo si può riconoscere per una croce di colore rosso dipinta durante la Seconda Guerra Mondiale dalle truppe tedesche che lo trasformarono in campo ospedaliero. Nonostante le cattive condizioni, visitandolo si ha l'immediata impressione della grande fortezza che fu e della sua importanza strategica. Appena entrati dal cancello alzando gli occhi sulle mura è possibile ammirare una latrina sospesa, uno dei pochi esempi presenti in Ciociaria. Si possono ancora scorgere le stanze, alcune completamente affrescate, di cui il castello era dotato, la ca****la con ancora visibile un affresco raffigurante una magnifica Madonna Nera, la Sala Capitolare, tramezzata per accogliere le Monache di San Nicandro, con archi a tutto sesto e tracce di camini i cui travertini sono stati trafugati negli anni. Sul camminamento delle mura perimetrali è possibile spaziare con lo sguardo su tutta la Valle di Comino. Dal castello si può ammirare un panorama che offre una visione a tutto campo con i boschi, le montagne, i paesi circostanti della Valle di Comino e il borgo antico di Vicalvi. Architettura. Il castello longobardo è a pianta poligonale posato sulla roccia e dove c'era un tempo una antica acropoli romana. Ad est è possibile vedere la torre che è situata nel punto più alto del castello.
Non si conoscono molte notizie certe sulle prime origini di questo maniero del secolo XI. Il castello longobardo fu costruito da Filippo I Colonna posato sulla roccia e dove c'era un tempo una antica acropoli romana. Venne distrutto e saccheggiato dai Saraceni nel 915 e ricostruito ad opera dell'abate Aligerno nel 938. Con la fortificazione del Castello anche Vicalvi assunse una crescente importanza. Nel 970 venne donato a Montecassino da Hildeprandus che si qualificava come Conte "de Sora et de Vicu Alba". Nell'anno 1000 il Signore del castello è un certo Oderisius. Divenne una fortezza di confine dal quale, nel 1187, partirono anche uomini per la Terra Santa. Viene distrutto nel 1191 dalle truppe di Enrico di Hohenstanfen e nel 1349 da un violento terremoto. Negli anni successivi fu ristrutturato e furono aggiunti altri manufatti. Nel 1574 Giulio Prudentio di Alvito scriveva di un castello utilizzato, in tempo di turbolenze, dalle Monache che stavano in San Nicandro. Alla fine del 1500 fu reso ancor più fortificato verso est con la costruzione della Torre della Rocca tale da renderlo, per le cronache del 1600 una fortezza molto forte, posto in alto ed inespugnabile. Per tale motivo qui si rifugiò Carlo V con le sue truppe durante la battaglia, per la conquista dell'Italia, contro Francesco I° Re di Francia. Le ultime notizie che definiscono il Castello ancora in buone condizioni provengo dagli scritti di due importanti storici locali: Castrucci e Pistilli. Alla fine del 1700 il castello veniva descritto in rovina alla mercé di uomini e donne di malaffare e per tale motivo il duca di Alvito lo cedette per una cifra simbolica alla famiglia Celli che abitava di fronte al Castello. Negli anni le sue condizioni sono peggiorate progressivamente. Il castello è di proprietà dell'amministrazione comunale di Vicalvi dal 1985. Attualmente il Castello è chiuso al pubblico e può essere visitato solo da piccoli gruppi di persone previa richiesta agli uffici comunali».

Nelle vicinanze di Sora, e precisamente a Balsorano (Aq), si trova il Castello Piccolomini. E' posto sulla sommità di un...
02/12/2014

Nelle vicinanze di Sora, e precisamente a Balsorano (Aq), si trova il Castello Piccolomini. E' posto sulla sommità di un'altura in prossimità della Valle Roveto nel Comune di Balsorano, in un contesto paesaggistico bellissimo. Fu eretto sulle fondamenta di un' altra antica e diruta struttura, da Antonio Piccolomini, nipote di papa Pio II, intorno all'anno 1460, che ne assunse anche la baronia. I Piccolomini detennero il possesso del castello fino agli inizi del 1700 quando la famiglia si estinse e la baronia di Balsorano passò sotto il dominio del barone Testa, nobile romano. L'imponente edificio si presenta come una poderosa struttura in pietra, dotata di varie porte d'accesso, delle quali la principale è raggiungibile a piedi dal rigoglioso parco. Il castello ha una pianta pentagonale irregolare con torri circolari agli angoli e coronamento arretrato, che ne sottolineano ancora l'antica funzione militare. Più incline invece ai dettami della dimora gentilizia è l'elegante cortile ad "L" con pozzo al centro, abbellito da bifore e arcate. Gli spazi interni sono in parte alterati dal restauro effettuato negli anni trenta del XX secolo.
Per la sua bellezza è stato spesso usato come location di film italiani.

Ed oggi ci troviamo a Fumone paese della Ciociaria distante circa mezz'ora da Sora. Prima di appartenere alla famiglia L...
01/12/2014

Ed oggi ci troviamo a Fumone paese della Ciociaria distante circa mezz'ora da Sora. Prima di appartenere alla famiglia Longhi, Fumone fu principale fortezza militare dello Stato Pontificio del basso Lazio. “Quando Fumone fuma, tutta la campagna trema”, si diceva, poiché le fumate che venivano prodotte dall’alta torre comunicavano che i nemici stavano giungendo ed avvertivano la popolazione di trovare un rifugio.
Da ciò nacque il detto popolare e anche il nome del paese. Nel Medioevo, Fumone fu quindi fortezza inespugnabile e si narra che i nemici furono fatti prigionieri e murati vivi al suo interno. La leggenda vuole che, nel castello, ancora oggi i visitatori avvertano le urla di dolore dei malcapitati. Il castello ha anche una triste fama di essere stato prigione pontificia. Qui vennero perpetrate, ai danni degli infedeli, torture disumane e inimmaginabili.
Tra i suoi prigionieri illustri, che fra queste mura terminarono i loro giorni, va ricordato l’”antipapa” Gregorio VIII, il cui corpo non è mai stato ritrovato, e si ritiene che i suoi resti siano stati occultati in qualche intercapedine del castello. Vi fu imprigionato anche Celestino V, il noto papa citato nell’Inferno di Dante Alighieri come pontefice che “fece per viltà il gran rifiuto”.
Celestino V morì proprio nel Castello di Fumone il 19 maggio 1296, e si pensa fu assassinato, poiché il teschio presenta un foro come fosse stato trapassato da un chiodo. Nel 1988 uno studio radiologico ha confermato che la morte del celebre papa sia avvenuta proprio in seguito ad una perforazione cranica, attribuibile ad un oggetto appuntito.
Le cronache narrano che, poco prima della sua morte, fu vista una croce splendente apparire dinanzi alla sua cella. Da allora si dice che, di tanto in tanto, si sentano ba***re colpi misteriosi alle pareti.
Una visita guidata permette di entrare nelle stanze più importanti del castello, quelle visibili al pubblico. Nel corso degli anni, infatti, il castello di Fumone è stato trasformato dalla famiglia Longhi in una vera e propria residenza, dove attualmente ancora abitano.
Ma la vicenda più triste per la quale è conosciuta questa fortezza, è senza dubbio quella del “Marchesino” Francesco Longhi, un bimbo di soli 5 anni, ucciso dalle sorelle invidiose nel 1800.
Francesco era l’unico erede maschio della famiglia Longhi e avrebbe quindi acquisito l’intera eredità, secondo la regola della primogenitura maschile.
La madre aveva dato alla luce ben sette figlie femmine che, crescendo, non si rassegnarono ai privilegi di Francesco e misero in atto un tremendo piano di vendetta. Gli misero dell’arsenico nel cibo, ed il piccolo morì tra atroci sofferenze.
Le spoglie furono imbalsamate con la cera, per ordine della madre disperata, che non lo volle seppellire nel tentativo di tenerlo per sempre accanto a sé. Il corpo del piccolo è esposto in una teca conservata nel castello ed è visibile al pubblico. La tecnica che fu utilizzata per conservare il corpo del bimbo non è ben chiara, ed il medico che la eseguì morì subito dopo in circostanze misteriose.
La madre non seppe mai la verità, e morì nella convinzione che il suo figlio prediletto fosse morto di polmonite. Ad appesantire l’atmosfera del castello fu una decisione presa dalla donna stessa, di far ridipingere tutti i ritratti presenti, allo scopo di eliminare ogni scena di felicità e serenità.
Un ritratto nel quale la donna portava un vestito bianco, per esempio, venne modificato. L’abito fu dipinto di nero e fu coperta la collana. Fra le mani comparve una piccola culla con dentro l’effige del suo amato bambino. Soltanto dopo la morte di quest’ultima, una delle figlie confessò il misfatto.
Furono eseguite delle indagini sui capelli del corpo imbalsamato del bimbo e furono effettivamente trovate tracce di arsenico.
Un’altra storia legata alla morte del piccolo Francesco Longhi, narra che il fantasma di sua madre, Emilia Caetani Longhi, si aggiri ancora, senza pace, nelle sale del castello di Fumone.
Ogni notte la mamma del “Marchesino” si recherebbe nella stanza dov’è conservata la teca con il corpo di suo figlio per abbracciarlo e cullarlo. Quando calano le tenebre, quindi, i passi del fantasma riecheggiano nel castello e si odono nenie e singhiozzi provenire dalla stanza della mummia.
Lo stesso “Marchesino”, ogni tanto, si diletterebbe a spostare o nascondere oggetti.
Ed infine, quando si pensa che le storie siano terminate, ecco comparire il “Pozzo delle Vergini”, un pozzo stretto e profondo, dove venivano gettate le ragazze appena sposate che giungevano “impure”al cospetto del proprietario del castello. Il signorotto locale, imponeva lo “jus primae noctis”, ovvero il “diritto della prima notte”.
Un signore feudale aveva il diritto di trascorrere, in occasione del matrimonio di un proprio suddito, la prima notte di nozze con la sposa. In poche parole, tutte le ragazze che prendevano marito dovevano trascorrere la prima notte dopo le nozze nel letto del signore, e se costui non ne constatava la purezza, le gettava nel pozzo, dove trovavano una morte atroce, accompagnata da urla strazianti.
Questa “tradizione” è talmente barbara da sembrare assurda! Eppure, il ritrovamento di ossa umane femminili in fondo al pozzo, è stata una conferma che il fatto avvenisse realmente.
Leggenda è invece che sul fondo fossero posizionate delle lame. Le ragazze sarebbero morte troppo in fretta, aggiungo io! Un castello, quello di Fumone, che è stato teatro di violenza inaudita e segreti inconfessabili. Se, nonostante tutto, sentite che il mistero vi affascina, non esitate a concedervi una visita.
Forse vi capiterà di sentirvi osservati, ma non sorprendetevi. È normale! L’ambiente è talmente pieno di spettri che, nei momenti di visita, sicuramente risulterà sovraffollato.

Indirizzo

Viale SAN DOMENICO, 1
Sora
03039

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