Hotel Sutrium

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Hotel Sutrium Un borgo etrusco a 50 km da Roma. Storia, pietra, silenzio — e tutto il resto lo fai a piedi.
📍 Piazza San Francesco 1, Sutri VT
🌐 hotelsutrium.it

HOTEL SUTRIUM
Il primo e storico Albergo dell’antichissima Città di Sutri, accogliente e confortevole è situato nel centro storico della Cittadina, pur mantenendo una splendida vista nel verde, a soli 50 km dal centro di Roma e a 30 km da Viterbo. Tutte le camere sono con servizi privati "con cabina doccia e Fon" TV e connessione Wi-Fi. L’hotel dispone di una saletta bar per la prima colazione. Il tutto per garantire ai propri ospiti un soggiorno piacevole e confortevole in un ambiente tranquillo e ricco di storia. Ricordiamo per gli amanti del Golf l’hotel dista solo 5 km dal Golf Club “Le Querce”, Scuola Federale.

— La voce del borgo | Settimana 32 —Ci sono luoghi costruiti per stupire, e luoghi costruiti per inquietare. A Bomarzo, ...
14/10/2026

— La voce del borgo | Settimana 32 —

Ci sono luoghi costruiti per stupire, e luoghi costruiti per inquietare. A Bomarzo, a una quarantina di chilometri da Sutri, un nobile del Cinquecento scelse la seconda strada: trasformò un bosco in un indovinello di pietra, popolato da creature enormi, e lasciò ai visitatori il compito di capirne il senso. Nessuno, da allora, ci è davvero riuscito del tutto.

Nel comune di Bomarzo, in provincia di Viterbo, si trova uno dei giardini più enigmatici del Rinascimento italiano: il Sacro Bosco, meglio conosciuto come Parco dei Mostri.

A volerlo fu Pier Francesco Orsini, detto Vicino, signore di Bomarzo nella seconda metà del Cinquecento. La prima testimonianza certa risale al 1563, in una lettera del letterato Annibal Caro, amico dell'Orsini, che racconta delle "cose stravaganti e soprannaturali" viste nel "boschetto del signor Vicino". Diversi studiosi collegano l'ideazione del parco alla perdita della moglie di Vicino, Giulia Farnese, e ne attribuiscono il disegno all'architetto Pirro Ligorio — lo stesso che lavorò a Villa d'Este a Tivoli e che completò la cupola di San Pietro dopo la morte di Michelangelo. L'ispirazione teorica, secondo alcune ricostruzioni, derivò da un testo del letterato Giulio Camillo, "L'idea del theatro".

Ciò che rende unico il Sacro Bosco è il modo in cui è stato costruito: le enormi sculture — sfingi, draghi, una balena con la bocca spalancata, un gigante che squarcia un uomo, una casa costruita volutamente inclinata — non furono trasportate, ma scolpite direttamente nei massi di peperino già presenti sul posto, residui di antichi fenomeni vulcanici. Il percorso si snoda su più livelli, senza una gerarchia chiara, e quasi senza spiegazioni: Vicino Orsini evitava di accompagnare le opere con didascalie esplicite, lasciando al visitatore il compito di interpretarle.

Dopo la morte di Vicino, il bosco fu abbandonato per quasi quattro secoli: la vegetazione ricoprì sentieri e sculture, inghiottendo il giardino nell'oblio. Fu riportato alla luce e restaurato solo nel Novecento, dopo il passaggio di proprietà alla famiglia Bettini nel 1954. Nel frattempo, la sua natura surreale aveva già affascinato artisti come Salvador Dalí e Jean Cocteau, che ne scrissero a lungo.

All'ingresso, un'iscrizione scolpita nella pietra avverte ancora oggi chi entra: "Tu ch'entri qua pon mente, parte a parte, e dimmi se tante meraviglie sien fatte per inganno o pur per arte."

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09/10/2026

La scorsa settimana, ho ottenuto più di 20 reazioni su uno dei miei post. Grazie a tutti per il sostegno! 🎉

— La voce del borgo | Settimana 31 —C'è una parete di tufo a Sutri che, vista da lontano, sembra solo roccia. Ma chi si ...
07/10/2026

— La voce del borgo | Settimana 31 —

C'è una parete di tufo a Sutri che, vista da lontano, sembra solo roccia. Ma chi si avvicina scopre che quella roccia è stata scavata, piano dopo piano, per centinaia di metri: non una grotta sola, ma decine, una accanto all'altra. È un paesaggio che si legge solo camminandoci di fianco, lentamente.

Lungo la Via Cassia, a pochi passi dall'Anfiteatro Romano, la parete di tufo di Sutri si apre in una lunga sequenza di tombe scavate nella roccia: la necropoli rupestre, uno dei siti più estesi e meglio conservati di questo tipo in tutta l'Etruria.

Per circa 180 metri, il costone tufaceo è un susseguirsi di camere funerarie — una sessantina circa quelle ancora leggibili — scavate su più livelli e con tipologie molto diverse tra loro: alcune semplici, altre più articolate, segno di un uso prolungato nel tempo e di committenze sociali differenti. Viene spesso chiamata "necropoli etrusca", ma va precisato: la datazione delle tombe, secondo gli studi, va dal I secolo a.C. al III-IV secolo d.C. — quindi, in gran parte, epoca romana. Il nome richiama comunque una tradizione reale: la tecnica di scavo nel tufo e l'uso di questo tipo di sepolture affonda le radici nelle pratiche funerarie etrusche, riprese e proseguite dai romani che occuparono la zona.

Non è la stessa cosa della cripta ipogea che oggi conosciamo come Mitreo, né della grotta legata alla leggenda di Orlando, di cui abbiamo già parlato nelle prime settimane di questa rubrica — quelle sono singole cavità, riutilizzate nei secoli per scopi diversi da quello originario. Qui parliamo invece dell'intera parete: un cimitero a cielo aperto, visibile ancora oggi da chi percorre la Cassia in auto, e che nel Medioevo fu in parte reimpiegato dagli abitanti del luogo come rimesse agricole e ricoveri per gli attrezzi, man mano che la parte bassa della necropoli si interrava.

Camminarci accanto oggi — lungo lo stesso tracciato seguito per secoli dai pellegrini della Via Francigena — significa attraversare un luogo dove la storia non è raccontata da un pannello, ma scolpita direttamente nella roccia.

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— La voce del borgo | Settimana 30 —C'è un filo di vapore che sale dal terreno della Tuscia da più di duemila anni, e no...
30/09/2026

— La voce del borgo | Settimana 30 —

C'è un filo di vapore che sale dal terreno della Tuscia da più di duemila anni, e non si è mai fermato. Segue crepe nella roccia, trova la superficie in punti precisi della pianura attorno a Viterbo, e porta con sé zolfo, calore, storie di papi e di poeti. Oggi quel vapore ha un nome conosciuto ben oltre i confini della regione.

A Viterbo, a pochi chilometri da Sutri, sorgono le Terme dei Papi: uno dei centri termali più noti del Lazio, alimentato da acque che gli Etruschi conoscevano già duemila anni fa.

La sorgente principale si chiama Bullicame, e le sue acque sulfuree — che sgorgano a temperature comprese tra i 40 e i 58 gradi — erano sfruttate fin dall'epoca etrusca. I romani, dopo aver occupato l'antica città etrusca di Surrena (l'attuale Viterbo), costruirono lungo la via Cassia un sistema di stabilimenti termali esteso per oltre dieci chilometri, diviso in tre aree: Aquae Passeris, Paliano e Bullicame. Autori latini come Tibullo e Marziale ne parlano nei loro scritti.

Nel Medioevo le terme tornarono protagoniste grazie ai pontefici: papa Gregorio IX vi soggiornò regolarmente a partire dal 1235, e fu papa Niccolò V, nel Quattrocento, a far costruire un palazzo accanto alla sorgente per potervisi curare — l'edificio che diede origine al nome "Bagno del Papa", da cui deriva quello attuale di Terme dei Papi. Non è un caso che proprio Viterbo sia conosciuta come "città dei Papi": qui, tra il 1257 e il 1281, ebbe sede il papato, e qui nacque, durante un conclave durato quasi tre anni, la procedura stessa del conclave come oggi la conosciamo.

Anche la letteratura e l'arte hanno lasciato traccia di queste acque: Dante cita il Bullicame nel XIV canto dell'Inferno, e Michelangelo ne fece due disegni, oggi conservati in un museo francese. Vale la pena una precisazione: il nome "Terme dei Papi" è un marchio moderno, nato per richiamare quella frequentazione storica — e la grande piscina monumentale che oggi accoglie i visitatori è una struttura del Novecento, non l'antico bagno papale. I papi usarono davvero queste sorgenti: la vasca che si vede oggi, però, è molto più recente.

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— La voce del borgo | Settimana 29 —C'è un momento, nel tardo pomeriggio, in cui il tufo della Tuscia smette di essere s...
23/09/2026

— La voce del borgo | Settimana 29 —

C'è un momento, nel tardo pomeriggio, in cui il tufo della Tuscia smette di essere solo roccia e diventa qualcos'altro: la luce lo accende di rosso, i contorni si ammorbidiscono, e ogni borgo arroccato sembra sul punto di staccarsi dalla valle sottostante e restare sospeso nell'aria. È in quella luce che vale la pena raccontare, per la prima volta, il borgo di Calcata.

A poco più di 40 chilometri da Sutri, un piccolo paese medievale vive arroccato su uno sperone di tufo rosso, sospeso sopra la Valle del Treja.
Da lontano sembra staccato dal resto del mondo — e per trent'anni, in un certo senso, lo è stato davvero.

Le origini di Calcata risalgono all'epoca falisco-etrusca: nei dintorni si trovano ancora resti archeologici legati all'antica città falisca di Narce, e lungo la valle sono visibili necropoli scavate direttamente nella roccia tufacea.

Nel Medioevo il borgo divenne residenza degli Anguillara, una delle famiglie di maggior peso nella storia dell'Agro Falisco, e si sviluppò attorno alla sua posizione naturale, difesa su ogni lato dal dislivello della rupe.

Nel 1935 un decreto dichiarò il borgo pericolante, a causa della fragilità della roccia su cui è costruito. Gli abitanti furono trasferiti in un nuovo insediamento poco distante, Calcata Nuova, e il centro storico rimase pressoché disabitato per circa trent'anni.

Fu proprio quello svuotamento a rendere possibile ciò che accadde dopo: a partire dagli anni Sessanta, artisti, artigiani e persone in cerca di una vita diversa iniziarono a occupare le case vuote, a prezzi quasi simbolici, attratti dal silenzio e dalla vista sul canyon del Treja.

Il borgo, che rischiava di scomparire, si trasformò in un laboratorio creativo a cielo aperto.
Quella eredità è ancora visibile oggi: Calcata Vecchia conta un centinaio di abitanti stabili, ma ospita una concentrazione di botteghe, atelier e gallerie d'arte fuori scala rispetto alle sue dimensioni.

Dal 2018 il paese è Bandiera Arancione del Touring Club Italiano, riconoscimento riservato ai piccoli centri che uniscono qualità ambientale e offerta turistica. Intorno al borgo si estende il Parco Regionale Valle del Treja, con le sue forre di tufo, i boschi di lecci e i sentieri che scendono fino al fiume.

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— La voce del borgo | Settimana 28 —Il 16 settembre, ogni anno, Sutri si ferma per la sua patrona. Ma di Santa Dolcissim...
16/09/2026

— La voce del borgo | Settimana 28 —

Il 16 settembre, ogni anno, Sutri si ferma per la sua patrona.
Ma di Santa Dolcissima, in realtà, si sa pochissimo — ed è proprio questo poco a rendere il suo culto così particolare.

La liturgia la identifica come una vergine sutrina, martirizzata in città in un anno imprecisato tra il 284 e il 305 d.C., sotto l'impero di Diocleziano, in uno dei periodi di persecuzione più duri contro i cristiani.
Non esistono racconti dettagliati sulla sua vita: l'unica fonte diretta è un'iscrizione marmorea in latino, ritrovata nel Seicento nelle catacombe di San Giovenale e oggi murata nella ca****la a lei dedicata, all'interno della Cattedrale di Santa Maria Assunta. Il testo è essenziale: dice che questa "dolcissima vergine", per la sua fede, rifiutò il mondo e subì il martirio.

Nessun'altra fonte antica racconta la sua storia. Eppure il suo nome — insolitamente affettuoso per una santa — ha attraversato i secoli fino a diventare, nel Lazio, un nome di persona a sé: Dolcissima, appunto, ancora oggi registrato all'anagrafe in questa forma proprio per il legame con il culto sutrino.
Nella cattedrale è conservata anche la statua che la raffigura, in legno dorato e argento, attribuita alla scuola del Bernini: il volto e il movimento della figura sono considerati di grande pregio artistico, al di là della devozione.

Ogni 15 settembre, la statua viene portata in processione per le vie del centro storico, accompagnata dalle antiche confraternite cittadine.
I festeggiamenti si chiudono il 16 settembre, giorno del suo "dies natalis" — la data della morte, che nella tradizione cristiana coincide con la nascita alla vita eterna, con uno spettacolo pirotecnico all'interno dell'Anfiteatro Romano, illuminato a fiaccole per l'occasione.

Di Santa Dolcissima, quindi, resta poco: un nome, un'iscrizione, una statua.
Ma è bastato a tenere viva per oltre quattro secoli la devozione di un intero paese.

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— La voce del borgo | Settimana 27 —A Montefiascone, affacciato sul Lago di Bolsena, nasce uno dei vini più raccontati d...
09/09/2026

— La voce del borgo | Settimana 27 —

A Montefiascone, affacciato sul Lago di Bolsena, nasce uno dei vini più raccontati della Tuscia: l'Est! Est!! Est!!!. Il nome stesso porta dentro una leggenda vecchia quasi mille anni.

La storia, tramandata nei secoli, racconta di un vescovo tedesco di nome Johannes Defuk, al seguito dell'imperatore Enrico V, diretto a Roma nel 1111 per l'incoronazione.
Defuk, grande amante del vino, avrebbe mandato avanti il suo servo Martino con l'incarico di assaggiare il vino nelle locande lungo il tragitto e segnare con la scritta "Est" — dal latino, "c'è" — le porte dei locali con il vino migliore.
Arrivato a Montefiascone, Martino trovò un vino così buono da ripetere il segno tre volte: "Est! Est!! Est!!!".
Il racconto vuole che Defuk, una volta assaggiato quel vino, se ne innamorò al punto da fermarsi in paese — e che ne bevve così tanto da morirne, nel 1113. Fu sepolto nella chiesa di San Flaviano, dove è ancora oggi visibile la sua lapide, con un'iscrizione in latino che recita, in sintesi: "per il troppo Est, qui giace morto il mio signore Johannes Defuk".

Gli storici, però, invitano alla cautela: la vicenda è considerata più un mito che un fatto documentato, e sull'identità stessa del vescovo esistono versioni discordanti. Le fonti più antiche mostrano inoltre che la fama del vino di Montefiascone circolava già prima che la leggenda prendesse questa forma — un dettaglio che suggerisce come la storia sia nata per dare un volto e un aneddoto a una reputazione già consolidata, più che per raccontarne l'origine reale.

Al di là del mito, il vino esiste ancora, ed è tutt'altro che leggenda: l'Est! Est!! Est!!! di Montefiascone ha ottenuto la Denominazione di Origine Controllata nel 1966, uno dei primi vini italiani a riceverla.
Oggi la Fiera del Vino, che si tiene ogni anno a Montefiascone, celebra ancora quella storia con un corteo storico in costume — la stessa leggenda, raccontata di nuovo, un anno dopo l'altro.

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— La voce del borgo | Settimana 26 —A poco più di un'ora da Sutri, al confine tra Lazio e Toscana, si estende un bosco d...
02/09/2026

— La voce del borgo | Settimana 26 —

A poco più di un'ora da Sutri, al confine tra Lazio e Toscana, si estende un bosco diverso da tutti gli altri della Tuscia: la Selva del Lamone
Non è un bosco nato su terreno qualsiasi.
È cresciuto sopra un'antica colata lavica, formatasi tra 150.000 e 50.000 anni fa, che ha lasciato il terreno coperto di massi grigi fratturati e superfici irregolari.
Su quella roccia, nel tempo, sono cresciuti cerri, aceri, ornielli e carpini, radicati in un suolo così povero da aver dato vita, in alcuni punti, a veri e propri bonsai naturali. In primavera il sottobosco si riempie di fiori selvatici e orchidee spontanee.

Una delle caratteristiche più particolari della riserva sono i lacioni: piccole depressioni scavate nella roccia lavica, dove l'acqua piovana si raccoglie e resta per mesi, formando stagni temporanei.
Non sono semplici pozze — sono un ecosistema a sé, che ospita specie animali e vegetali capaci di vivere solo in quel tipo di ambiente stagionale.
Il più grande si chiama Lacione della Mignattara.

La Selva custodisce anche un passato che va oltre la natura. All'interno dell'area si trovano i resti di Rofalco, un insediamento etrusco fortificato del IV secolo a.C., costruito su un pianoro circondato da profondi burroni — una posizione difensiva naturale, resa possibile proprio dal paesaggio accidentato della lava.
Nell'Ottocento, lo stesso bosco fitto e impenetrabile diventò rifugio per il brigantaggio: tra i più noti, Domenico Tiburzi, ricordato ancora oggi come "il Re del Lamone".

La riserva è stata istituita nel 1994 e oggi tutela circa 1.800 ettari di territorio, il 90% dei quali coperto da bosco.
Tra la fauna presente si segnalano il lupo appenninico, il gatto selvatico e diverse specie di rapaci. Per visitarla in sicurezza è consigliato seguire i sentieri segnati — tra i principali, il sentiero della Strompia e quello di Rosa Crepante, che attraversa anche l'omonimo cratere di collasso vulcanico.

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Indirizzo

P. Zza S. Francesco, 1
Sutri
01015

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