09/10/2025
In nostro oro bianco
Trapani, estrema costa occidentale della Sicilia. Qui si distende un mosaico di quasi mille ettari di vasche geometriche, specchi d’acqua che riflettono il sole e raccontano una storia antica oltre duemila anni.
Furono i Fenici, nel V secolo avanti Cristo, a intuire la vocazione di queste terre: l’acqua marina, imprigionata nei bacini, evaporava lentamente sotto la calura africana, lasciando sul fondo un dono candido e prezioso: il sale.
Secoli dopo, nel Medioevo, Federico II di Svevia ne fece un monopolio di Stato. L’“oro bianco” trapanese divenne ricchezza controllata dalla corona, mentre mulini a vento cominciavano a punteggiare il paesaggio per spingere l’acqua da una vasca all’altra.
Il XVII secolo segnò l’apogeo, sotto la dominazione sp****la. Trapani divenne uno snodo nevralgico del Mediterraneo: da qui partivano navi cariche di cristalli verso l’Inghilterra, l’Olanda e la Svevia. Nel 1865, ben 31 saline su 800 ettari producevano 110.000 tonnellate di sale all’anno, di cui l’80% destinato all’esportazione.
Oggi questo paesaggio industriale, plasmato dall’uomo, si è trasformato in santuario naturale. Dal 1995 il WWF gestisce la Riserva Naturale Orientata delle Saline di Trapani e Paceco, riconosciuta nel 2011 come zona umida Ramsar di importanza internazionale.
Qui la natura ha ripreso il suo spazio: i fenicotteri rosa hanno scelto queste acque salmastre come tappa delle loro rotte migratorie. Visti dall’alto, sembrano pennellate vive che si sollevano in volo sopra i bacini ordinati, dove un tempo dominavano i mulini e le voci dei salinari.
Il risultato è un paesaggio sospeso, a metà tra opera dell’uomo e spettacolo naturale. È la prova che tradizione e conservazione possono convivere, danzando insieme. Nei territori di Trapani, Paceco e Misiliscemi, l’antica eredità fenicia continua a raccontarsi attraverso nuovi protagonisti: stormi di ali rosa che vegliano su cristalli bianchi.