28/08/2026
“Me ne andavo da Venezia per seguire il lavoro.
Il lavoro ti porta via da un sacco di cose.
Da una città.
Da una casa.
Da certe abitudini.
Da gente che pensi di vedere sempre e poi invece no.
Me ne andavo perché dovevo farlo.
Non perché Venezia mi avesse stancato.
Venezia mi stancava ogni giorno, naturalmente.
Ma è diverso.
Venezia ti rompe i co****ni come può farlo solo una cosa che ami.
Le calli strette.
I ponti.
La pioggia di traverso.
L’umidità.
Le borse della spesa.
Le barche.
Gli orari dei vaporetti.
I traslochi che sembrano operazioni militari.
Le scarpe rovinate dal salso.
La nebbia.
L’acqua alta.
Tutto complicato.
Tutto più faticoso del necessario.
E io me ne andavo per il lavoro.
Andavo dove le strade hanno un senso.
Dove i numeri civici non sono decisi da un matto ubriaco.
Dove le macchine arrivano sotto casa.
Dove compri una lavatrice e due uomini te la portano al piano senza dover consultare le maree.
Sembrava facile.
E infatti lo era.
Poi una mattina sento odore di alghe da qualche parte, e Venezia mi arriva addosso.
Così.
Senza chiedere permesso.
Mi manca, Venezia.
Mi mancano le calli che non portano dove pensi.
Mi mancano i sottoporteghi bui.
I muri marci.
I gradini verdi.
Mi manca quello che ti dice:
«Xe qua da drio.»
Qua da drio un c***o.
Quattro ponti, tre campi, due svolte e magari ti ritrovi davanti all’acqua.
Mi manca Rialto la mattina presto.
Prima delle comitive.
Prima delle bandierine.
Prima dei telefoni alzati.
Quando c’è ancora il pesce, le cassette, il ghiaccio per terra, uno che beve il caffè e uno che ha già bestemmiato dieci volte prima di farlo per l’undicesima.
Alle sette Rialto è ancora una città.
Alle undici diventa il mondo.
Mi manca l’odore della laguna.
Non il profumo.
L’odore.
Salmastro.
Fango.
Gasolio.
Alghe.
Pesce.
Legno bagnato.
A volte anche fogna.
Venezia non ha mai avuto bisogno di profumare.
È bella lo stesso.
Mi manca l’acqua alta.
Sì.
Anche quella.
Che quando ci sei dentro è una disgrazia.
Quando sei lontano diventa memoria.
Le passerelle.
Gli stivali.
Le sirene.
San Marco trasformata in uno specchio.
Il negoziante incazzato.
Il turista felice perché per lui l’acqua alta è folklore.
Per l’altro è il magazzino allagato.
Questa è Venezia.
Una città dove la stessa acqua può essere poesia per uno e una bestemmia per quello accanto.
Mi mancano i colombi.
I gabbiani un po’ meno.
I gabbiani veneziani sono delinquenti con le ali.
Ti guardano.
Aspettano.
Tu pensi di aver comprato un tramezzino.
Loro sanno che gli hai semplicemente offerto il pranzo.
Mi manca il vaporetto.
La linea uno.
Lenta.
Maledettamente lenta.
Quando ci vivi sopra la odi.
Quando sei lontano capisci che andavi al lavoro lungo il Canal Grande.
Al lavoro.
Sul Canal Grande.
E magari eri pure incazzato perché arrivavi con sette minuti di ritardo.
È così che siamo fatti.
Ci abituiamo anche ai miracoli.
Mi mancano le vecchie col carrello.
Uno scalino alla volta.
Tac. Tac. Tac.
Quindici scalini.
Venti.
Loro non parlavano di resilienza.
Non sapevano di essere resilienti.
Dovevano solo portare a casa la spesa.
E la portavano.
Mi mancano i bacari.
Quelli veri.
Prima che diventassero un’esperienza.
Prima delle lavagne con scritto AUTHENTIC VENETIAN FOOD.
Se devi scrivere authentic fuori dalla porta, vuol dire che sei tutto tranne che autentico.
Mi manca l’ombra.
Un’ombra.
Non una degustazione di vitigni autoctoni con sentori minerali e retrogusto contemporanea di laguna.
Semplicemente un bianco o un rosso.
Bevi.
E magari ne prendi un’altra.
Mi mancano i cicheti quando erano ancora roba da mangiare.
Non da fotografare.
Il mezzo uovo.
La sarda.
Il nervetto.
Il folpetto.
Nessuno li fotografava.
Avevamo questa strana abitudine.
Il cibo lo mangiavamo.
Mi mancano le botteghe.
Il ferramenta.
Il calzolaio.
La merceria.
Il negozio di uova a Santa Margherita.
Quello che aggiustava le cose.
Quello che aveva mille cassetti e dentro uno di quei mille cassetti aveva esattamente quello che serviva a te.
Oggi buttiamo.
Allora si aggiustava.
Forse eravamo semplicemente meno co****ni.
Mi mancano le case umide.
I pavimenti storti.
Le finestre che fischiano.
I muri che sembrano aver assorbito cinquecento anni di acqua e di ciacole e baruffe.
Mi manca la nebbia vera.
Quella che si mangia tutto.
Sparisce l’altra riva.
Sparisce il campanile.
Spariscono le case.
Resta una sirena da qualche parte.
E allora Venezia sembra quello che forse è sempre stata.
Una città che non dovrebbe esistere.
Una città appoggiata sull’acqua per errore.
Mi manca il Lido d’inverno.
Il mare grigio.
Le cabine chiuse.
Il vento.
La nebbia.
Il piazzale vuoto.
Quel momento in cui sembra che il resto del mondo finalmente se ne sia andato.
Mi manca Venezia di notte.
Quando finalmente tace.
I passi lontani.
Tac. Tac. Tac.
L’acqua in canale.
Una porta che si chiude.
Una voce da una finestra.
Un motore.
Poi niente.
Il silenzio.
Un lusso che oggi non vendono ancora ai turisti.
Mi manca soprattutto poter parlare male di Venezia.
Perché Venezia è scomoda.
È cara.
È umida.
È lenta.
È faticosa.
È piena di ponti.
È piena di problemi.
Venezia puzza.
E solo un veneziano può dirlo.
Anzi, deve dirlo.
E se lo dice uno che viene da fuori ti viene immediatamente voglia di mandarlo a ca**re.
È una questione di famiglia.
Io posso insultare mia mamma.
Tu no.
Poi c’è quella storia che Venezia sta morendo.
Venezia muore da sempre.
Moriva negli anni Sessanta.
Moriva nei Settanta.
Negli Ottanta.
Nei Novanta.
Poi sono arrivati i trolley.
Gli appartamenti turistici.
Le grandi navi.
I negozi tutti uguali.
Le maschere fatte in Cina.
E i veneziani che se ne vanno perché vivere a Venezia diventa sempre più difficile, e visitarla sempre più facile.
Una bella contraddizione.
Più la città perde abitanti, più si riempie di gente.
Milioni.
San Marco. Click.
Gondola. Click.
Ponte dei Sospiri. Click.
Spritz. Click.
Poi a casa, guardando le fotografie, finalmente vedono Venezia.
Io invece me ne andavo per il lavoro.
E mi portavo via cose che non stavano in valigia.
Il rumore delle barche contro le bricole.
Il marmo freddo dei ponti.
Le alghe sui gradini.
Le voci che corrono sull’acqua.
Il sole alle Zattere.
Una finestra accesa.
Le bestemmie.
Le corse da bambino.
Le facce.
Il dialetto.
Le mani di mio padre.
Le persone che non ci sono più.
Quella maniera veneziana di volerti bene chiamandoti mona.
Me ne andavo dalla mia Venezia.
Non dalla Serenissima.
Non dal patrimonio dell’umanità.
Non dalla città più bella del mondo.
Dalla mia.
Quella sporca.
Quella umida.
Quella che lavorava.
Quella che litigava.
Quella che beveva.
Quella con le mutande stese alle finestre.
Quella dove i bambini giocavano in campo senza sapere che stavano giocando dentro una delle città più famose della terra.
Per loro erano case.
Era il posto dove vivevano.
Ed è forse questo il privilegio più grande di nascere a Venezia.
Poter non accorgersi di Venezia.
Poterla considerare normale.
Poterle dire:
«Che città del c***o.»
E intendere esattamente il contrario.
Me ne andavo da Venezia per seguire il lavoro.
E per anni mi raccontavo che la vita funziona così.
Che si va dove bisogna andare.
Che ci sono occasioni.
Scelte.
Necessità.
Che non si può sempre restare.
Tutto vero.
Ma c’è una cosa che il tempo mi ha insegnato.
Puoi andare via da una città.
Puoi viverne altre.
Puoi costruirti altre abitudini.
Puoi imparare altre strade.
Ma ci sono posti che non smettono mai di essere casa.
Venezia per me è quello.
Casa.
E più passa il tempo, più una cosa diventa chiara.
Io voglio tornare.
Non a visitarla.
Non un fine settimana.
Non con una valigia piccola e il biglietto del ritorno già in tasca.
Voglio tornarci davvero.
Voglio svegliarmi e sapere che fuori c’è Venezia.
Voglio tornare a lamentarmi dei ponti.
Dell’umidità.
Dei vaporetti.
Dei turisti.
Dei gabbiani bastardi.
Voglio tornare a dire che viverci è impossibile.
Ma voglio dirlo vivendoci.
Perché forse alla fine uno passa metà della vita a cercare il posto dove andare, e l’altra metà a capire dove voleva tornare.
Io l’ho capito.
Voglio tornare a Venezia.”
Sebastiano Vianello