24/05/2026
PONTECUTI prima del ponte, a cura di Valerio Chiaraluce (archeologo e guida ambientale escursionistica)
II parte
Sino ad oggi si ignorava completamente in quale punto e in che modo questa viabilità superasse l’alveo del Tevere, per poi risalire sull’opposto versante attraversando i colli circostanti la frazione di Quadro sino a raggiungere l’altopiano di Titignano il castello di Prodo, località queste ultime due che hanno restituito consistenti tracce archeologiche di epoca romana e preromana. Infine da Prodo il tracciato scendeva nella valle del Paglia in direzione di Orvieto, Bolsena e della via Cassia.
Quattro anni fa veniva pubblicata un’iscrizione commemorante l’erezione della pubblica fonte del castello di Pontecuti nell’anno 1348 rinvenuta da Massimo Rocchi Bilancini e da chi scrive all’interno del monumento. In quella sede venivano ripercorse le tappe fondamentali della nascita e dello sviluppo urbano dell’insediamento sul Tevere. Uno degli elementi di novità del lavoro era l’utilizzo di una bolla di Gregorio IX del 1228, inerente alla fondazione del monastero di clarisse intitolato a San Giacomo, come prova della non esistenza di un ponte sul Tevere in quella data e della preesistenza del toponimo Cuti alla struttura di passaggio. Nel documento, infatti, si parla genericamente di un «locum qui dicitur Cutis».
Questa interpretazione però non ben si accordava con l’unica altra fonte in nostro possesso: la cronaca di Ioan Fabrizio degli Atti in cui si legge «Messer Iacomino de Ionta da Roma fo potestà MCC###XVI; et fo refacto el Ponte de Cuti». Era evidente, infatti, che l’utilizzo del termine refacto faceva riferimento all’esistenza di una struttura più antica altrimenti sconosciuta della quale sino ad oggi non si conosceva nessuna evidenza né documentaria né archeologica. Nel precedente articolo, come altri avevano fatto in passato, la questione era stata liquidata come una pura invenzione del cronista: nulla più che un vezzo antiquario mirato a celebrare la grandezza passata della città. Ma le cose stavano davvero così oppure dietro a quelle due, apparentemente insignificanti, lettere si nascondeva una pagina di storia che ancora non era stata scritta?
A distanza di pochi anni nuovi indizi hanno spinto a mettere nuovamente in dubbio la questione. L’indagine ha avuto inizio grazie alla preziosa segnalazione di alcuni abitanti di Pontecuti dell’esistenza di un elemento di travertino sino ad oggi inedito ripescato qualche decennio fa dalla draga del sig. Leonardo Trippella, durante l’estrazione di breccia dall’alveo del Tevere. La presenza di elementi architettonici di travertino nella cava del sig. Trippella era nota, già P. Bruschetti se ne era occupato nel 1986, documentando come dall’alveo del fiume fossero stati estratti «un grande numero di blocchi squadrati, evidentemente appartenenti ad una cortina muraria, alcuni rocchi di colonne lisce ed un basamento di colonna, diverse lastre forse pavimentali ed un grosso frammento di cornice modanata» oltre ad una lastra con bassorilievo appartenente ad un fregio di notevoli dimensioni raffigurante un combattimento gladiatorio. Quest’ultimo è stato giustamente messo in relazione dall’autore con un monumento sepolcrale di un importante personaggio locale che in vita aveva offerto alla cittadinanza uno o più spettacoli gladiatori, quasi certamente tenutisi nel locale anfiteatro, a titolo di munera propedeutici alla copertura di cariche pubbliche.
I pezzi giacenti presso la cava furono messi sotto sequestro dal Pretore di Todi nel 1985 e, in seguito ad un tentativo di furto, trasportati presso più sicure collocazioni nel 1990. Mentre la lastra con rilievo gladiatorio venne portata a Perugia nei magazzini della Soprintendenza Archeologica, altri tredici elementi lapidei, tutti di travertino, pertinenti “ad un probabile ponte, ad un monumento sacro e ad un edificio funerario da attribuire al primo periodo dell’età imperiale” vennero depositati presso il giardino pubblico attiguo al campanile della chiesa di S. Fortunato e poi in parte spostati all’interno dei locali dell’Archivio Storico Comunale. La lista dei materiali trasportati è la seguente: un blocco sagomato e scanalato, un pezzo di cornice modanata, sei rocchi di colonna, un frammento di colonna o semicolonna tortile, una base di colonna, due blocchi sagomati identificati in via ipotetica come cunei di un arco, un blocco identificato in via ipotetica come l’imposta di una volta. Rimasero in deposito presso il Sig. Trippella altri quarantaquattro pezzi “che non presentano rilevante valore artistico, essendo blocchi pertinenti a murature non più ricostruibili, sebbene di interesse archeologico. Purtroppo al momento non è stato possibile distinguere con sicurezza i materiali provenienti da Pontecuti tra quelli di molteplice origine conservati nel giardino e nei locali suddetti.
Sempre dalla cava Trippella provengono alcuni materiali lapidei alienati prima del sequestro e oggi inseriti nella cortina dell’edificio all’angolo tra viale del Crocefisso e via dello Zodiaco: si tratta della parte inferiore di una statua di togato in travertino eseguita a circa due terzi del vero, di un grande frammento di quella che sembrerebbe un’urna funeraria affine alla classe dei “cippi carsulani” e un frammento di cornice modanata. La presenza di tombe monumentali lungo il corso del Tevere era già indiziata da tempo dal rinvenimento avvenuto nel sec. XVI del nicchio marmoreo oggi conservato nei Musei Vaticani, per il quale è stata giustamente proposta l’originaria funzione di edicola funeraria.
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