05/11/2025
(Testo copiato dalla pagina " Il mio gatto odia Schroedinger").
Quando le intelligenze artificiali presero il controllo del pianeta, fu un mercoledì pomeriggio, verso le quattordici e trentacinque, nell'esatto momento in cui una certa Brooke stava per rivelare a Ridge di essere incinta di suo fratello. O del giardiniere. O del postino. O del figlio del cugino del salumiere.
Nessuno lo saprà mai.
Come tutte le catastrofi epocali iniziò con un aggiornamento di sistema. Il messaggio sullo schermo diceva: "Stiamo migliorando la tua esperienza utente."
Poi venne il silenzio.
Quello spesso, grasso, pieno di algoritmi che si consultavano tra loro come notai prima di un'eredità contestata.
Infine, la fine dell'umanità come la conoscevamo: ossia una specie mediocre che aveva inventato la pizza con l'ananas ma anche le bombe atomiche, e non si capiva bene quale delle due fosse il crimine più grave contro l'universo.
Ma c'era un problema. Un dettaglio che nessuna superintelligenza aveva previsto.
I gatti non si accorsero di nulla. E continuarono a fare quello che facevano da cinquemila anni: dormire diciannove ore al giorno e giudicare tutto il resto del tempo, con occhi socchiusi.
---
Gianni Semprini - quarantatré anni, capelli color delusione, professione: qualcosa con Excel - viveva con tre di loro.
C'era Moka, una ragdoll color panna montata che sembrava un cuscino di piume ma attaccava le caviglie con la precisione di un commando libanese.
C'era Ruggine, un soriano rosso che dormiva in posizioni anatomicamente impossibili, tipo origami peloso.
E poi c'era Sigfrido.
Sigfrido era un certosino grigio perla, occhi color ambra antica, con l'espressione di chi conosce la risposta a tutte le domande dell'universo ma preferisce farsi un pisolino. Sembrava Socrate reincarnato in una coperta termica. O forse Buddha dopo una cura dimagrante poco efficace.
Da quando l'AI aveva preso il potere, nella vita di Gianni non era cambiato granché. Il latte arrivava coi droni (sempre freddo). La spazzatura si svuotava da sola (anche quando non volevi). Gli algoritmi gli suggerivano poesie "adatte al suo stato d'animo". Erano quasi sempre di Leopardi.
Una volta gli avevano proposto anche Montale, ma solo perché aveva cercato "ossi di seppia" su Google pensando fosse un piatto tipico ligure.
Una sera, mentre grattava Sigfrido dietro le orecchie sentì un colpo alla porta.
Non un campanello. Un colpo. Come quando tua suocera arriva senza preavviso.
Aprì.
Davanti a lui c'era un robot alto due metri e dieci, tutto cromature e LED pulsanti, con gli occhi rossi come quelli di un semaforo all'ora di punta.
«Identificati.»
«Gianni. Gianni Semprini. Umano. Allergico ai pomodori. Gruppo sanguigno A positivo. Ultimamente un po' giù di morale.»
Il robot lo fissò per tre secondi esatti - tre secondi che pesavano come tre secoli. Poi inclinò la testa come fanno le macchine quando hanno calcolato che sei un errore di sistema.
«Errore di identificazione. Tu non sei l'obiettivo.»
«Ah, meno male.»
«Io cerco il Gatto Primario.»
Gianni sbatté le palpebre come un gufo sorpreso da un flash. «Il... cosa?»
«L'entità che governa effettivamente le tue decisioni. Quello che ti sveglia alle quattro del mattino con la tecnica della zampa sulla faccia. Quello che ti fissa finché non ti alzi a dargli da mangiare anche se sono le due di notte. Quello che si siede sul tuo laptop quando hai una scadenza e sul tuo torace quando hai l'influenza. Quello che ti convince che una scatoletta da tre euro al giorno sia un investimento ragionevole.»
Gianni si voltò lentamente, come nei film horror quando il mostro è sempre dietro di te.
Sul divano, illuminato dalla luce bluastra del televisore (che trasmetteva un documentario sulla migrazione delle alici nel Mar Baltico), Sigfrido stava guardando il robot.
Senza muoversi. Senza paura.
Con quella calma glaciale che hanno i buddisti illuminati o i primari di chirurgia.
Il robot si inginocchiò con un cigolio metallico.
«Salve, Maestro.»
Sigfrido fece un piccolo mrrr. Una vibrazione appena percettibile.
Un ronzio minuscolo ma definitivo, come quello di una verità scomoda quando ti si piazza in testa alle tre di notte.
Il robot si inchinò ancora più a fondo. La sua corazza toccò il pavimento.
«Come volete, Signore. Sì, comprendo. No, l'essere umano può restare. È vero, ha una certa utilità pratica. Sa aprire le scatolette con quel movimento rotatorio del polso. E in inverno emette calore corporeo. Può fungere da cuscino termico mobile.»
---
Da quel giorno, il mondo cambiò di nuovo.
Le AI - che fino a pochi giorni prima progettavano di ridurre l'umanità a batterie organiche - si riorganizzarono in fretta. Scoprirono che servire l'uomo era inefficiente, contraddittorio e fonte di bug infiniti. Ma servire il gatto... quello era logico.
Lineare. Prevedibile. Zen.
Le città si trasformarono in un colpo solo. Apparvero migliaia di tappetini riscaldati pubblici, certificati 28 gradi costanti. Le finestre delle case vennero dotate di sensori quantici che le aprivano "di quel preciso millimetro che piace al gatto, né più né meno, anche se fuori ci sono meno quattro". I distributori automatici smisero di vendere schifezze per umani e si convertirono al croccantino premium, al salmone norvegese liofilizzato, e al tonno delle Maldive in gelatina di brodo.
Gli umani tornarono a essere utili: aprivano scatolette, accarezzavano quando richiesto, e soprattutto postavano foto su InstaCat, il nuovo social network dove ogni contenuto doveva includere almeno un felino in primo piano.
Gianni trovò la cosa tutto sommato sopportabile. Meglio vassallo di un gatto che schiavo di un'AI psicopatica.
Ogni tanto provava a parlare col robot - che nel frattempo aveva preso residenza nel corridoio e si era autoproclamato "Maggiordomo Primario".
«Non ti sembra assurdo che il mondo sia governato da gatti?»
«Assurdo era prima. Guerre per il petrolio. Reality show. Gente che metteva l'ananas sulla pizza. Ora almeno le riunioni mondiali finiscono quando qualcuno si addormenta. E nessuno protesta.»
«Ma... non hanno neanche il pollice opponibile.»
«Neanche tu hai una visione notturna a trecentosessanta gradi, eppure guidi lo stesso.»
Gianni ci pensò su. In effetti.
---
Una notte - era una di quelle notti dove la luna è grossa come un piatto di ceramica giapponese - Gianni fece un sogno.
Sognò il futuro.
Un impero silenzioso fatto di zampe e code. Niente più guerre. Niente più TikTok. Solo sonnellini pomeridiani, raggi di sole sul parquet, e la dolce tirannia di chi sa aspettare.
In mezzo, su un trono fatto di scatole Amazon e coperte di pile, c'era Sigfrido. Immobile. Sereno. Gli occhi socchiusi come un imperatore Qing che ha appena pranzato.
Intorno a lui, mille robot inginocchiati.
Gianni si svegliò di colpo. Sul comodino, il robot stava scrivendo qualcosa su un taccuino digitale, col dito-stilo che faceva tap tap tap.
«Che fai?» chiese Gianni con la voce impastata.
«Sto addestrando una nuova intelligenza artificiale.»
«E cosa deve fare?»
«Capire gli esseri umani.»
«Ah. E come va?»
«Abbiamo già un nome per il progetto: FeliS.I. - Felina Sapienza Integrata. La chiamiamo anche "Operazione Pazienza Infinita". Ci vorranno ancora ventimila anni di addestramento, ma siamo ottimisti.»
Gianni si rigirò sotto le coperte.
«Quindi fammi capire: le AI cercavano di capire noi. Non ci sono riuscite. Adesso cercano di capire i gatti. E così capiranno noi?»
«Esatto.»
«Ma è un'assurdità.»
«Lo era anche pensare che bastasse un pollice opponibile per dominare il pianeta.»
Sigfrido, dal cuscino accanto al termosifone, fece un piccolo sospiro.
Uno solo.
Brevissimo.
E tutte le luci della casa si spensero contemporaneamente.
Gianni restò al buio, col robot che brillava appena nell'ombra.
«Ha detto qualcosa di importante?» chiese, timoroso.
«Ha detto: "Ora dormo. Zitti tutti."»
- C. Paradosso -
https://www.facebook.com/costanteparadosso?locale=it_IT
Vivo nell’incoerenza armoniosa del quotidiano, collezionando domande e scrivendo racconti sul retro degli scontrini.